“Solo se sei pronto a considerare possibile l’impossibile,

sei in grado di scoprire qualcosa di nuovo”.

(Johann Wolfgang Goethe)

“L’importante è avere un pensiero indipendente:

non si deve credere, ma capire”

(Hubert Revees)


“L’Uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando”

(Hubert Revees)

domenica 28 giugno 2020

L’ACÒNITO, pianta dai due volti…


di GIORGIO PATTERA

L'Aconito napello (nome scientifico: Aconitum napellus - L.inneo, 1753) è una pianta erbacea della famiglia delle Ranunculaceae, con la sommità del fiore somigliante vagamente (e qui le interpretazioni si sprecano…) ad un elmo antico o al cappello da mago o da gnomo o al cappuccio da monaco.


Fra tutte le piante velenose, è la più tossica e pericolosa (a volte mortale, anche per gli animali) che la flora spontanea italiana annovera tra le zone montagnose di Prealpi ed Alpi, fino a 2.600 m.


E’ una robusta pianta perenne, che resiste bene al freddo e al gelo. Per la portanza (h.120-200 cm.), l’eleganza delle infiorescenze a spiga e lo splendido colore blu-indaco, sono state create varietà orticole, coltivate per ornare i giardini: al contrario dell’antica Roma, in cui ne era vietata la coltivazione, appunto, per la sua velenosità. Le foglie assomigliano a quelle del prezzemolo (altra essenza tossica, ad alte dosi…) e la radice, la parte più pericolosa, è simile a quella del Ràfano. Infatti il nome della specie (napellus) deriva dal latino napus (= navone), in riferimento alla particolare forma della radice, simile ad una rapa (Brassica napus).


Il nome del genere (“Acònitum”), invece, dovrebbe derivare dal greco akòniton (= pianta velenosa), ma due sono le possibili radici che vengono attribuite al nome: (1) akòne (= pietra), in riferimento al suo habitat endemico, povero e roccioso; (2) koné (= uccidere), facendo ovviamente riferimento alla sua tossicità. Ma potrebbe derivare anche dall'uso che se ne faceva in guerra, specie in India: avvelenare le punte di dardi e giavellotti, immergendole nel succo delle radici. La tradizione popolare tramanda che, nei tempi antichi, il succo dell’Aconito veniva usato dai valligiani, mescolato alle esche per attirare volpi e lupi ed avvelenare così i predatori di greggi e pollai. Per questo il nome volgare dei due tipi di aconito (l’altro segue) è Strozzalupo e Vulparia. Nel '500 era conosciuto per la sua presunta efficacia contro la puntura di scorpione ("Herbal or General History of Plants" - Londra 1597).



Le piante di Aconito assumevano nella mitologia dei popoli mediterranei un significato simbolico negativo o malefico: di furberia, falsa sicurezza, vendetta e amore colpevole. La pianta infatti risulta conosciuta per la sua pericolosità fin dai tempi di Omero e la sua alta tossicità era ben presente agli antichi, se ancora Plinio la cita come "arsenico vegetale". Si racconta che nell'isola di Ceo gli antichi Greci si liberavano dei vecchi ammalati, considerati un peso inutile per la Polis, costringendoli a bere un infuso di Acònito; la qual cosa ci ricorda un certo Socrate…



Il binomio scientifico attualmente accettato (Acònitum napellus) è stato proposto da Carl von Linné (italianizzato in Linneo, 1707 – 1778), biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione “Species plantarum” del 1753.
  
Cosa contiene l’Acònito di tanto velenoso?

In tutta la pianta, nei semi, soprattutto nelle radici (e nelle foglie prima della fioritura) si riscontrano numerosi alcaloidi terpenici, principalmente l’ACONITINA, che persistono anche dopo essiccazione: si calcola che l’aconitina sia presente, soprattutto nell’apparato radicale, in ragione del 1–3%. La Medicina Veterinaria registra, purtroppo, numerosi casi di avvelenamento, soprattutto a carico di bovini, ovini e caprini che accidentalmente vengano alimentati con foraggi contenenti piante di acònito. La dose letale per l’uomo è di appena 3-8 milligrammi; i sintomi principali sono: torpore, seguito da paralisi delle estremità inferiori e poi superiori, sensazione di freddo, sudore, vomito, grave affaticamento ed ansia, mentre la mente rimane lucida e la vittima rimane pienamente cosciente fino all’exitus. Il respiro diventa difficile, il polso lento, irregolare, debole. La morte giunge all’improvviso, per insufficienza respiratoria e cardiaca. Ma sono stati segnalati fenomeni irritativi locali (prurito, eritema bolloso e torpore, con principio di intossicazione) anche solo toccando con le mani gli steli di queste piante, nel malaugurato tentativo di coglierne le vistose ed accattivanti infiorescenze, in quanto anche attraverso la pelle possono essere assorbiti i principi attivi velenosi dell’aconitina.


L’ACONITINA “CUM GRANO SALIS”

Ma come succede in Natura, ogni cosa ha due volti… ed allora ecco che scopriamo come l’Uomo, fin dall’antichità, ha imparato ad ottenere risultati positivi anche dalle essenze pericolose: è solo un problema di “dosi”…
L’Aconitina estratta dalle radici viene a volte impiegata nei farmaci, in dosi terapeutiche minime, da utilizzarsi in gravi forme di nevralgia, ad esempio contro quella del trigemino. Nella medicina ayurvedica è usato per trattare asma ed affaticamento cardiaco, mentre in omeopatia trova impiego come analgesico e sedativo. Ricerche condotte in Cina indicano che è d’aiuto nell’insufficienza cardiaca congestizia, per sostenere il sistema circolatorio nelle emergenze: in dosi opportune, ovviamente…


L'Acònitum lycoctonum

Parente stretto del napellus, l’Acònitum lycoctonum presenta anch’esso la sommità del fiore, d’un bel colore giallo-limone, allungata e tuboliforme, a foggia di elmo antico, da cui il mitologico appellativo di “Elmo di Giove”. Il termine scientifico della specie (lycoctonum) deriva sempre dal greco, dalla parola lycos (= lupo) e da cthon (= uccidere) e significa quindi “uccisore di lupi”; la qual cosa fa il paio col nome di un'altra specie di Aconito, l'Aconitum lupicida, che riprende in latino lo stesso significato. Se ne contano varie sottospecie, tra le quali la più diffusa in Italia è la Vulparia, volgarmente chiamata anche “strozzalupo” o “erba della volpe”. Questi appellativi nascono da "lupata" o lupaia: tale denominazione può essere derivata dalla convinzione popolare che questa pianta fosse usata come cibo-esca per catturare i lupi.

                                     



L'A.vulparia non contiene aconitina, che come abbiamo visto è uno dei più potenti veleni che si conoscano al mondo (sono letali anche meno di 6 milligrammi di questa sostanza), ma presenta molecole molto simili (alcaloidi e glucosidi, altrettanto pericolosi), come la licaconitina e la mioctonina. Entrambe queste sostanze sono estratte dalle radici, che contengono una concentrazione dei principi attivi dieci volte maggiore rispetto alle foglie. Si attribuiscono loro le stesse proprietà analgesiche, calmanti e sedative delle altre specie del genere Acònitum, ma devono essere utilizzate SOLO su stretto controllo medico. Nella medicina popolare le proprietà delle radici, opportunamente essiccate, venivano usate come rimedio antinfiammatorio (combattono uno stato di flogosi), antireumatico (attenuano i dolori dovuti alla rigidità delle articolazioni), vermifugo (eliminano i vermi intestinali), diaforetico (agevolano la traspirazione cutanea) e analgesico (attenuano il dolore in generale).


                                                                      CURIOSITA'


Nelle credenze popolari l'Acònito, al pari dell'aglio, può essere usato per tenere lontani i vampiri (come nel film Dracula) e i licantropi; non a caso viene spesso nominato nella serie tv “The Vampire Diaries”.

Harry Potter non conosceva la differenza fra acònito e vulparia durante la sua prima lezione di pozioni con Piton.



Riferimenti:

P.M.North – PIANTE VELENOSE – The Pharmaceutical Society of Great Britain / 1967
M.I.Macioti – MITI E MAGIE DELLE ERBE – Newton Compton / Roma, 1993
A.Chevallier – ENCICLOPEDIA DELLE PIANTE MEDICINALI – Idea Libri / Milano, 1997
F.Stary – PIANTE VELENOSE – Istituto Geografico De Agostini / Novara, 1987


giovedì 25 giugno 2020

L’UFO che non c’era…

                                                       
                                                                   di GIORGIO PATTERA



Nella prima pagina della rivista “AERONAUTICA” (n.°4, aprile 2007), capitatami fra le mani per caso, osservo una fotografia corredata da un titolo tanto intrigante quanto sorprendente, considerato l’ambito editoriale che la supporta ed il target di lettori cui si rivolge: “E’ un … UFO?” (cito testualmente).

La foto in oggetto, come indicato nel testo della didascalia a lato della stessa, è stata scattata con un telefono cellulare da un Comandante dell’A.M.I. di provata esperienza (all’epoca, 20.000 ore di volo) alle 12.15 del 9 marzo 2007 in Val di Fassa, a 2.100 m. di altitudine.


Nel fotogramma appaiono (da sx a dx) rispettivamente: una cresta innevata, la cima d’un monte e, in minima parte coperto da quest’ultimo, il disco solare. Ma il particolare interessante, che ha chiamato in causa, anche se con l’interrogativo finale, il tanto discusso acronimo anglofono, consiste in quell’immagine di color giallo-verde che si osserva sul lato sinistro del frame, a 2/3 del lato minore, sopra la cresta innevata (in posizione “h.21.50” circa) e che, per dare l’idea, ricorda “l’esombrella” d’una medusa o un “calice” a stelo corto, inclinato di 45° a sx.

A questo punto, il testo prosegue con le dovute considerazioni, prendendo in esame le varie ipotesi interpretative: escluso il parapendio (che mi trova concorde: si sarebbe notato al momento dello scatto, dato il suo lento movimento; senza contare l’eccessiva altitudine di lancio, la strana foggia e l’aspetto “traslucido” del particolare) ed esclusa anche “l’ipotesi che possa trattarsi d’un riflesso, scartata da vari esperti”, non resta che interrogarsi: “dato che sono visibili anche tre globi luminosi, è un UFO?”.

Non è dato sapere quali “esperti” ed in base a quali argomentazioni abbiano potuto escludere “sic et simpliciter” l’ipotesi “riflesso”, che invece (a mio modesto parere, ché nessuno possiede la verità…) ritengo essere la probabile, se non l’unica, interpretazione possibile.

In base a che cosa?

Lo vedremo subito, grazie a basilari concetti di fisica ottica, ad una minima conoscenza della struttura d’un obiettivo e, soprattutto, all’esperienza maturata in quasi 35 anni di attività foto-amatoriale, sia analogica che digitale.

Prima di addentrarci nei dettagli, ritengo sia utile fare alcune doverose premesse.


1) E’ sempre sconsigliabile effettuare riprese CONTRO SOLE, in quanto l’intensa radiazione luminosa dell’astro “acceca” il sensore della fotocamera, la quale, se si lavora in “automatico” (nel caso del cellulare), “chiude” il tempo di esposizione per contrastare l’eccessivo irraggiamento luminoso. Risultato: scarsa resa (sia in definizione che in luminosità) dei particolari compresi nel campo visivo e probabilità assai elevata di penetrazione di fasci luminosi “parassiti” che, attraversando le lenti dell’obiettivo, raggiungono il substrato sensibile (film o SD). Questo inconveniente, con le reflex che permettano di lavorare in “manuale”, può essere attenuato da fotografi esperti, “ingannando” o disabilitando temporaneamente l’automatismo del sensore.

2) E’ comunque molto arduo analizzare fotogrammi scattati mediante un cellulare datato (sotto i 2 MPX), causa la scarsa risoluzione dell’immagine, il tempo di posa dettato dall’automatismo e la lunghezza focale dell’obiettivo, super-grandangolo, decisamente inadatta. Tuttavia, nella fattispecie, risulta evidente che il particolare (il presunto UFO) che si osserva sopra la cresta innevata NON è un OGGETTO VOLANTE NON IDENTIFICATO, bensì il risultato di uno dei numerosi e noti fenomeni di rifrazione luminosa, che in fisica ottica vengono raggruppati nella definizione di “aberrazioni ottiche”. In particolare: questo tipo di aberrazione, frutto di un curioso “gioco a rimbalzo” attraverso le lenti dell’obiettivo della radiazione luminosa proveniente dalla fonte di luce principale (ed in questo caso anche “violenta”, cioè il disco solare), viene riconosciuto col termine tecnico di “ABERRAZIONE SFERICA” (cfr. schema sottostante). E’ un’aberrazione tipica dei sistemi ottici con lenti sferiche: queste portano alla formazione di un’immagine distorta. E’ causata dal fatto che la sfera non è la superficie ideale per realizzare una lente, ma è comunemente usata per semplicità costruttiva.


più specificatamente:


A conforto di quanto espresso, alleghiamo alcuni fotogrammi realizzati in condizioni simili (sorgente luminosa principale – sole - al centro o quasi dell’inquadratura, che “spara” nell’obiettivo) e scattati anch'essi mediante un cellulare di marca (Nokia 5800 Xpres).

Nel primo compare, in prossimità del margine inferiore dx del cartello in controluce, la stessa conformazione "a calice”, di color verde brillante, con nucleo luminoso all’estremità opposta (simile ai “globi” individuati nella foto del Comandante). La posizione del sole (al centro dell’immagine, ma a filo orizzonte, essendo al tramonto) giustifica la formazione dell’aberrazione sferica in posizione diagonalmente opposta rispetto alla foto pubblicata sulla rivista, ma sempre inclinata di circa 45°. Se si trascurano questi minimi particolari, appare pressoché IDENTICA ! Analogo discorso anche per il colore, che dipende sempre dalla posizione del sole: notoriamente, al tramonto, il disco solare è prossimo o tangente la linea dell’orizzonte ed assume la tipica colorazione arancio-infuocata o rossastra.


Nei restanti frames, altri esempi del fenomeno dell’aberrazione ottica, sempre con il sole in posizione (troppo !) centrale, sia alto che basso rispetto all’orizzonte, ma con i medesimi “risultati”.



Ribadiamo il concetto che con la ns. expertise non si vuole assolutamente mettere in discussione il contributo e la buona fede di alcuno. Vogliamo solo dimostrare che ciò che è stato memorizzato dalla SD, del cellulare in oggetto come da quella di tutti gli altri, non è riconducibile ad un “oggetto”, nel senso “solido” del termine, bensì, ripetiamo, ad un effetto di “aberrazione ottica”, con buona probabilità (anche se l’errore è sempre dietro l’angolo) di tipo “sferico”.


lunedì 22 giugno 2020

PÀNACE, la pianta “aliena” (*) che ustiona e acceca: e non è fantascienza…




su preziosa segnalazione dell’amico Gianluigi Norbiato di Lodi


di Giorgio Pattera

La PÀNACE (Heracleum mantegazzianum, famiglia Ombrellifere), detta anche Pànace gigante per la sua mole, vero “colosso” fra le essenze erbacee per tutte le sue parti mostruosamente grandi, fu introdotta in Europa dal Caucaso e dall’Asia centrale (*aliena: non-autòctona = non originaria del Continente). Il fusto è vigoroso e cavo, provvisto di robusta peluria, spesso con macchie rosse esterne lungo lo stelo; può raggiungere anche i 5 metri di altezza. Le foglie, larghe fino ad 1 m, sono profondamente lobate e le enormi “ombrelle” di fiori (da cui la classificazione nella Famiglia), di color bianco-verde-giallastro, possono raggiungere il diametro di ½ metro; fiorisce da giugno a settembre. La sua linfa può provocare grave irritazione della pelle, per questo è sconsigliato cogliere o maneggiare la pianta.

Ma perché, quindi, dare tanta importanza ad una pianta in (apparenza) banale negli habitat di prati e boschi ripariali? Per due motivi.


1°) Può facilmente essere scambiata, da un osservatore inesperto, per altre essenze similari più comunemente note, come il Sambuco (Sambucus nigra), il Finocchio selvatico (Foeniculum vulgare) o, peggio ancora, per la velenosa Cicuta (Conium maculatum).

                                                          Sambuco

                                                                          Cicuta

                                                             Finocchio Selvatico

2°) E’ stata ingenuamente introdotta in Italia e in altri Paesi europei, oltre che negli Stati Uniti e Canada, a partire dalla fine del 1800 come pianta ornamentale. E’ una specie altamente invasiva, le cui sostanze tossiche possono provocare gravi fito-foto-dermatiti e cecità, a volte anche permanente, se inavvertitamente si sfreghino gli occhi con le dita che siano state a contatto con la sua linfa (così come succede col peperoncino, Capsicum annuum, con la differenza che in questo caso l’irritazione e la lacrimazione passano in qualche minuto, lavando i globi oculari).


Tra le specie aliene invasive, l’Heracleum mantegazzianum (così denominato in onore del fisio-patologo Paolo Mantegazza). 

                                                               Paolo Mantegazza



è una tra quelle che desta maggiori preoccupazioni anche in Italia, poiché, oltre a minacciare la flora e la fauna autoctone (fa ombra alle piante sottostanti condannandole a morte, con un effetto a catena anche sulla fauna, costretta a cercare altre fonti di sostentamento e dunque a spostarsi dal luogo infestato), rappresenta un serio pericolo per l'essere umano. Infatti, entrare in contatto con questa erba gigantesca ed esporsi in seguito alla luce solare o ai raggi ultravioletti, provoca delle gravi infiammazioni cutanee (fitofotodermatite) con cicatrici e lesioni bollose, dovute ad alcune sostanze tossiche presenti su foglie, radici, steli, semi e fiori. Qualora fossero coinvolti gli occhi, si rischia persino la cecità permanente. Per questa ragione, si tratta di una pianta che non va assolutamente toccata. Si sta diffondendo rapidamente anche in Italia: per ora, la sua presenza è stata segnalata in diverse regioni, ovvero Liguria, Piemonte, Lombardia, Valle d'Aosta, Trentino e Veneto.


Perché la Pànace di Mantegazza è tossica

L'estrema tossicità della pianta è legata alla presenza di derivati di furano-cumarine nella sua linfa. Questi composti chimici, prodotti dalla natura della pianta per difendersi dai predatori, sono foto-mutageni-fototossici, cioè si attivano e diventano pericolosi in presenza di luce solare e raggi ultravioletti. In parole povere, quando si entra in contatto con essi, riescono a penetrare nel nucleo delle cellule epiteliali e si legano al DNA, determinando la morte della cellula. Il risultato è una grave infiammazione chiamata fitofotodermatite (dermatite causata da piante ed attivata dalla luce), caratterizzata da ustioni, grandi vesciche e cicatrici, che nei casi più gravi possono essere permanenti. Il rischio maggiore è tuttavia per gli occhi, dato che anche piccole concentrazioni di linfa sono sufficienti a scatenare cecità temporanea e persino permanente.


Cosa fare se si tocca una Pànace di Mantegazza


Chi entra in contatto con questa pianta deve lavare accuratamente la parte del corpo coinvolta con acqua e sapone ed evitare assolutamente l'esposizione ai raggi solari. In ogni caso è bene consultare subito il proprio medico o, anche in caso di dubbio sull’avvenuto contatto, recarsi al Pronto Soccorso. Non a caso le terapie standard del personale sanitario, da contattare immediatamente quando si tocca (o si pensa di aver toccato) la pianta in oggetto, prevedono giorni – quando non settimane – di ‘clausura' nei confronti della radiazione solare.

Se avvistate o se credete di trovarvi di fronte alla Pànace di Mantegazza, non toccatela e, se potete, fotografatela per segnalarne la presenza e per consentirne il riconoscimento, rivolgendovi al Comune competente per territorio od alle autorità locali deputate alla protezione forestale ed alla cura del verde pubblico. A Vione, in provincia di Brescia, il sindaco ha firmato un'ordinanza che ne vieta l'avvicinamento per gli elevati rischi alla salute ed ha fatto delimitare l'area dove la pianta si è nuovamente sviluppata.


A causa della fototossicità e della sua natura invasiva, il panace di Mantegazza è spesso oggetto di campagne nazionali di rimozione attiva, specie nei paesi europei ove rappresenta un problema a causa della sua diffusione (Regno Unito, Germania, Belgio, Svizzera e Scandinavia). Solo in Germania, ad esempio, vengono spesi quasi 50 milioni di euro l'anno per la sua eradicazione.

UNA CURIOSITA’…


Pànace di Mantegazza e i problemi causati dalla sua rapida diffusione nel Regno Unito hanno ispirato un brano dei GENESIS: The Return of the Giant Hogweed, dall’album Nursery Cryme del 1971; Giant Hogweed è appunto il nome del Pànace in lingua inglese. In questo brano fantastico vengono immaginati scenari apocalittici, legati alla diffusione della pianta e alla sua ritorsione nei confronti dell’Uomo, reo di averla trapiantata coercitivamente in terre lontane, per futili motivazioni ornamentali.



RIFERIMENTI:

https://it.wikipedia.org/wiki/Heracleum_mantegazzianum

https://scienze.fanpage.it/e-in-italia-la-pianta-aliena-panace-di-mantegazza-che-rende-ciechi-e-ustiona-come-fatta/

https://www.greenme.it/informarsi/natura-a-biodiversita/panace-mantegazza-pericolosa/  

http://www.today.it/salute/panace-di-mantegazza-pianta-pericolosa.html

venerdì 19 giugno 2020

2004, L’ESTATE “BOLLENTE” DEI CROP ITALICI…



di Giorgio Pattera


C’era da aspettarselo: anche da noi i “crop”, che già nel 2003 avevano bussato alla porta, nell’estate del 2004 l’hanno letteralmente sfondata. Una volta tanto, quindi, il sensitivo di turno ha colpito nel segno: già nel 2002 aveva vaticinato che nell’anno successivo il fenomeno si sarebbe affacciato anche nella nostra penisola e l’anno successivo aggiungeva che nel 2004 sarebbe addirittura esploso

Questo a dispetto dell’Inghilterra, madrepatria per antonomasia dei crop, che negli ultimi anni ha visto attestarsi al top il numero dei pittogrammi ed oggi vede ridursi, lentamente ma inesorabilmente, il numero degli stessi, secondo una periodicità sinusoidale che recenti studi quantificherebbero in sette anni.

Per ogni contingenza, comunque, è doveroso tentare un’interpretazione: ciò è dovuto al fatto che gli ineffabili extra-artefici hanno trovato più “duttile” la qualità di Triticum seminato nei nostri campi, rispetto a quella delle coltivazioni d’oltre Manica? Oppure lo spirito d’emulazione dei nostrani cultori della “land art”, in competizione fra loro, ha portato ad un’affinazione delle tecniche di realizzazione degli agroglifi?

O ancora: è ipotizzabile un disegno ben preciso da parte dei “circlemakers” di casa nostra (e non), mirante a confezionare più cerchi “falsi” possibili, allo scopo di confondere le acque, pardon, le spighe “vere” da quelle “false”, dato l’insuccesso del tentativo di minimizzare o addirittura negare di fronte all’opinione pubblica l’evidenza dell’enigmatico fenomeno?

Se ieri c’erano dei sospetti, oggi questi si sono trasformati in indizi veramente corposi, se si considera che gli autori delle burle notturne vanno incontro a ben cinque ipotesi di reato (fra civile e penale), entrando senza autorizzazione in proprietà private senza il consenso dell’agricoltore e danneggiando il risultato dell’impegno e della fatica di chi, col grano, ci vive e non ci scherza. A meno che non vi sia qualcuno che li copra, visto che su Internet (veicolo d’informazione di pubblico dominio e, volendo, soggetto a controlli dell’Escopost) circolavano, oltre allo scambio di complimenti fra “news artists”, deliranti incitamenti alla realizzazione di “cerchi sempre più dettagliati, per mettere in difficoltà gli ufologi nell’effettuazione delle analisi di laboratorio…”.

Quest’ultimo dettaglio crediamo non abbia bisogno di commenti. Sosteniamo con forza, invece, quanto sia scandaloso (da parte di coloro che si trincerano dietro la “scienza ufficiale”, arrogandosi il monopolio della verità) il pontificare sull’ancora indecifrato fenomeno dei crop senza nemmeno essere stati sul campo ed aver considerato “de visu” (spighe alla mano) l’allungamento, l’ispessimento e la piegatura dei nodi (nei casi “genuini”), in contrapposizione alla rottura degli steli (in quelli “artefatti”). Nonostante questa inqualificabile superficialità, questi “novelli inquisitori” si sentono autorizzati a bollare i ricercatori “veri” (che, senza preconcetti, cercano di giungere ad una spiegazione, qualunque essa sia) come “invasati, affetti da alienopatia” e ad etichettare “tout court” ogni pittogramma come il risultato dell’azione di buontemponi o di eventi naturali, magari delle effusioni dei porcospini in amore...(sic!).

Ebbene, questi sono gli “scienziati” che si nascondono (come altre deprecabili categorie) dietro una tastiera, sono i cosiddetti “intern-out”…


“Crop-circle” alieno ? No, grazie…!



 Nella notte fra il 25 e il 26 giugno 2004, in un campo di grano quasi maturo situato in quel di Panocchia, compare “ex abrupto” un’enigmatica quanto affascinante formazione geometrica, che l’irrefrenabile fantasia degli accaldati concittadini interpreterà in seguito, a scelta, come “l’emblema della Mitsubishi”, “il simbolo chimico dell’ozono”, “l’espressione della S.S.Trinità”

Forse quest’ultima interpretazione è quella che potrebbe avvicinarsi maggiormente alla realtà, s’è vero (com’è vero) che il Maligno, notoriamente contrario alla diffusione di tutto quanto è sacro, deve averci messo la coda, anzi, la retta… Mi spiego: viste dall’alto (cosa praticamente obbligata, vista la vicinanza con la pista del volo a vela sita nelle adiacenze), le tre circonferenze non erano perfette, ma presentavano in tre porzioni ben distinte altrettante sostituzioni della linea curva con tratti di semiretta. Segno questo di un’esecuzione dei tracciati apprezzabile, sì, ma pur sempre approssimata, causa forse le obiettive difficoltà che s’incontrano agendo di fretta, alla luce delle torce elettriche e con l’accompagnamento di sciami di…zanzare…! Altro particolare da non trascurare, per la serie “il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi”, è il fatto che gli steli delle spighe risultavano piegati alla base, come pressati da un peso, e non a livello dei nodi d’accrescimento, peculiarità quest’ultima tipica degli agroglifi autentici







Ciliegina sulla torta, alcune manciate di spighe erano “miracolosamente” sfuggite all’operazione di “restyling”, esperta ma forzatamente concitata, condotta sulla coltivazione mediante il probabile impiego di pesanti rastrelli a denti diradati, unitamente ad assi di legno supportate da funi (secondo una tecnica assimilabile a quella “dell’altalena” e del “compasso”…). 





Le rilevazioni tecnico-scientifiche, poi, non lasciavano alcun dubbio: nessuna calcinazione del suolo, nessuna presenza di microonde e/o radionuclidi, nessuna anomalia del campo magnetico. Solo una certa disomogeneità nella percentuale di distribuzione dei comuni componenti chimici d’un normale terreno agricolo, dovuta (come in seguito ammesso dagli stessi agricoltori) ai ripetuti interventi di trattamento della coltivazione con prodotti chimici di sintesi (diserbanti, fertilizzanti, ecc.).





E gli alieni ? Se c’erano (e non abbiamo motivo di dubitarne…), sicuramente si erano mimetizzati tra le frasche del vigneto attiguo, rimandando ad ottobre (nelle scuole del loro pianeta è ancora in uso questa arcaica nonché barbara prassi…) non tanto i maldestri artefici di quell’incomprensibile simbologia, quanto la realizzazione del loro prossimo messaggio: questa volta, però, genuino, anche se (vista la stagione) in un campo di mais…

APPENDICE:


CROP PANOCCHIA



ZONA CENTRALE DEL PITTOGRAMMA (intersezione delle circonferenze)






COMPONENTE





SIMBOLO CHIMICO



PERCENTUALE



Biossido di Silicio





SiO2 (Alpha quartz)



33 %


Gesso





CaSO4.2H2o


- - -


Silicio





Si (Silicon)


17 %


Fluorite





CaF2


- - -


Goetite





FeOOH



17 %


Ematite





Fe2O3


- - -


Calcite





CaCO3


33 %



CROP PANOCCHIA



CENTRO DELL’AREA CIRCOLARE AD EST
                                                                                          





COMPONENTE





SIMBOLO CHIMICO



PERCENTUALE



Biossido di Silicio





SiO2 (Alpha quartz)



14 %


Gesso





CaSO4.2H2o


- - -


Silicio





Si (Silicon)


3 %


Fluorite





CaF2


66 %


Goetite





FeOOH



7 %


Ematite





Fe2O3


3 %


Calcite





CaCO3


7 %

 CROP PANOCCHIA



ZONA ESTERNA AL PITTOGRAMMA (al limitare del vigneto adiacente)






COMPONENTE





SIMBOLO CHIMICO



PERCENTUALE



Biossido di Silicio





SiO2 (Alpha quartz)



4 %


Gesso





CaSO4.2H2o


- - -


Silicio





Si (Silicon)


4 %


Fluorite





CaF2


73 %


Goetite





FeOOH



15 %


Ematite





Fe2O3


4%


Calcite





CaCO3


- - -












Campiglia, Isola del Tino e Val di Vara: un “Triangolo delle Bermuda” nel Golfo della Spezia?

                            Tributo all’Amico EMILIO MILAZZO, prematuramente scomparso                                                  ...