“Solo se sei pronto a considerare possibile l’impossibile,

sei in grado di scoprire qualcosa di nuovo”.

(Johann Wolfgang Goethe)

“L’importante è avere un pensiero indipendente:

non si deve credere, ma capire”

(Hubert Revees)


“L’Uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando”

(Hubert Revees)

mercoledì 12 agosto 2020

SKY WATCH 10 AGOSTO 2020

 

                                                 Di GIORGIO PATTERA

Lunedì 10 agosto 2020, nella splendida cornice naturale del Parco Provinciale del Monte Morìa, sull’Appennino piacentino (celebre per aver ospitato le riprese dello sceneggiato televisivo di Rai 1 “LA FRECCIA NERA” del 1968/69), ha avuto luogo la fase regionale emiliana dello “SKY WATCH” organizzato dal CUN (Centro Ufologico Nazionale) su tutto il territorio italiano.


Accolti dalla premurosa ospitalità del gestore del Rifugio omonimo, si sono dati appuntamento una trentina di appassionati, tra cui il sottoscritto (in qualità di Coordinatore CUN per l’Emilia) d’intesa con l’amico Alberto Negri (Presidente di “SPAZIO TESLA” PC) e Claudio Balella, esperto di Astrofotografia da Ravenna. Quest’ultimo ha relazionato con numerose slides sul caso del 1° avvistamento multiplo di UAP (Unidentified Aerial Phenomena), documentato da Kenneth Arnold sui cieli del Monte Rainier, nello stato di Washington, il 24 giugno del 1947.


KENNETH ARNOLD

Ne è seguita una vivace discussione fra i partecipanti, imperniata sulle motivazioni che inducono le Autorità costituite a sottacere, quando non a negare, l’evidenza di questi (per ora) inspiegati fenomeni.

Purtroppo la seconda parte della serata, quella più importante, che doveva essere dedicata all’osservazione del cielo notturno, con l’individuazione di piccoli corpi celesti in attrito con l’atmosfera (= meteore, le “lacrime” di S.Lorenzo) e, magari, di fenomeni aerei non identificati (gli “UFO”, secondo la vecchia dizione), si è rivelata una profonda delusione per tutti gli astanti, causa le avverse condizioni meteo. Una spessa coltre di foschia umida, infatti (siamo a 1.000 m.slm, circondati da rigogliosi boschi secolari), si è lentamente ma inesorabilmente addensata sull’angolo di visuale sovrastante il Parco, non appena dopo il tramonto, impedendo così l’attuazione dell’esperimento in precedenza concordato con le varie sedi. A parziale mitigazione del contrattempo, le notizie provenienti via smartphone dalle restanti postazioni CUN, sparse un po’ dovunque sul territorio nazionale: quasi ovunque le stesse caratteristiche del cielo hanno così vanificato gli impegni organizzativi degli aderenti. 

                                               

FELICIANA & CLAUDIO


                                                               CLAUDIO BALELLA

Nel corso della serata, Alberto Negri ha consegnato all’amico Claudio Balella una copia del suo primo libro, steso in collaborazione con la giornalista “Mediaset” Sabrina Pieragostini, dal titolo “UFO: PARLANO I PILOTI”.

                                               ALBERTO NEGRI & CLAUDIO BALELLA

martedì 11 agosto 2020

VITA ED HABITAT DEL “LOMBRICUS TERRESTRIS”

 

…e suoi benèfici effetti sul terreno

                                              Di GIORGIO PATTERA

Già nel 1777, in un periodo in cui i giardinieri e gli agricoltori manifestavano il loro disprezzo per i vermi, uno scienziato, Gilbert WHITE, naturalista britannico ed ecologista “ante litteram”, nella sua “NATURAL HISTORY” scriveva che “…la terra diverrebbe ben presto fredda, compatta, priva di fermentazione e, di conseguenza, sterile senza la continua azione d’aerazione e drenaggio da parte dei lombrichi, attività che consiste nell'introdurre foglie e gettar fuori escrementi…”.


La stima del numero dei lombrichi per ettaro è giunta fino a 6 milioni, pari a 750 kg. in peso; se il terreno viene scavato o arato, la popolazione si riduce drasticamente, per poi tornare a crescere una volta cessato il fattore di disturbo.

I lombrichi hanno buone capacità d’adattamento ad ogni tipo di terreno (li troviamo, infatti, sia nelle praterie sia nei boschi), tuttavia non tollerano un suolo eccessivamente acido. Se viene superato un certo limite, infatti, il contadino se ne può accorgere subito, in quanto i residui della vegetazione si accumulano sulla superficie del terreno formando come un tappeto, che alla fine (10-50 anni o più) si trasforma in torba: questo perché i lombrichi se ne sono andati, causa l'acidità.

DARWIN stimò che ogni anno i lombrichi possono riportare in superficie tra 7,5 e 18 tonnellate di terreno per mezzo ettaro; vale a dire che il suolo in cui lavorano, in dieci anni, può aumentare di livello tra 2,5 e 3,2 cm., dovuti all'accumulo di humus.

Uno dei risultati dell'attività dei lombrichi è dunque quello di formare uno strato superficiale di terreno assai buono ed adatto alle coltivazioni; contemporaneamente le pietre, che intralciano le colture ed il lavoro delle macchine agricole, pian piano tendono ad essere ricoperte dall'humus, fino a sprofondare e scomparire. Sempre Darwin calcolò che, in assenza di intervento dell'uomo, i lombrichi riescono ad interrare le pietre al ritmo di 17 cm. ogni 100 anni: questo spiega in parte perché tanti resti archeologici sono ancora sepolti.

Il lombrico, oggi rivalutato e benedetto dai giardinieri, comprende molte specie nostrane, che non sono tutte facilmente distinguibili di primo acchito.

Eisenia foetida (verme-esca) emana un forte odore, come dice il nome latino; è stato sempre ricercato dai pescatori, essendo un'ottima esca per l'amo (come dice il nome volgare).

Il più comune è senz'altro il Lumbricus terrestris, detto anche "arenicola", molto frequente nei giardini; anche questo è impiegato nella pesca con l'amo. Può raggiungere i 25 cm. di lunghezza, nulla in confronto al suo parente australiano che può essere lungo anche 330 cm.!

La sfumatura rossastra che si nota nei lombrichi è dovuta al pigmento del sangue che trasporta l'ossigeno: l'emoglobina (simile a quella presente nell'uomo). Il loro lungo corpo è diviso in segmenti simili ad anelli (circa 150), da cui la denominazione scientifica di ANELLIDI = vermi rotondi segmentati. Ogni anello è molto simile al precedente ed al successivo ed alcuni organi interni (ad es. quello escretore: il nefride, analogo al rene dell'uomo) si ripetono nella maggior parte dei segmenti. L'estremità anteriore, più affusolata rispetto al resto del corpo, è priva di occhi ed orecchie e presenta una bocca senza denti ma provvista di labbro prensile, con cui il lombrico afferra foglie, aghi di pino ed anche pezzettini di carta, che adopera per rivestire le pareti superiori delle gallerie che scava. Attorno al corpo, simile alla fascia d’un sigaro, presentano un ispessimento epidermico simile ad una cicatrice: in realtà è una ghiandola speciale, detta clitellum o “sella”, che serve alla produzione del bozzolo. Quest'ultimo, delle dimensioni di un pisello e di color bruno-scuro, contiene molte uova (i lombrichi sono ermafroditi), ma di solito sopravvive un solo embrione, che si sviluppa tra uno e cinque mesi ed è pronto a riprodursi tra i sei ed i diciotto mesi. Non si sa con certezza quanto tempo vivano i lombrichi: in cattività il L.terrestris è vissuto per 6 anni, mentre altre specie anche 10.

Come “scava” il lombrico?

Esso si muove nel terreno esercitando un'azione meccanica, portando allo sbriciolamento delle particelle e favorendo così gli scambi gassosi (aerazione del sottosuolo). Striscia mediante onde peristaltiche (simili a quelle dell'intestino dei mammiferi) dirette sempre in senso antero-posteriore, grazie alla sua robusta mu-scolatura circolare e longitudinale ed aiutandosi anche con corte setole dirette all'indietro (4 paia per segmento) ed allungabili a piacere.

Mentre il lombrico scava, compie anche un'azione biochimica, poiché ingerisce il terreno, lo arricchisce di sostanze necessarie allo sviluppo delle piante durante il transito nel suo tubo digerente e infine lo espelle. Alcune specie emettono la terra così elaborata in superficie, formando i caratteristici "mucchietti" di humus che si rinvengono nei prati, specie dopo abbondanti piogge.

I lombrichi possono vivere sott'acqua anche per mesi, avendo bisogno di pochissimo ossigeno; quelli trovati morti nelle pozzanghere sono, probabilmente, morti per altre cause. Per un lombrico, infatti, è ben più pericoloso disseccarsi troppo che bagnarsi eccessivamente; in caso di siccità e durante l'inverno, esso si scava delle tane profonde fino a 2,5 m., le tappezza con la mucillagine prodotta dal clitellum e quivi si raggomitola in stato di inattività, in attesa di tempi migliori.

Il lombrico, pur essendo cieco e sordo, è un animale molto sensibile. Se sente una talpa che scava nelle vicinanze, si spaventa e scappa (si fa per dire ...) subito in superficie. Se viene catturato da un predatore (es. il merlo, ghiottissimo di questi vermi), tende a perdere volontariamente (auto-tomìa) una parte del proprio lungo corpo, per istinto di conservazione; un po’ come fa la lucertola…

La porzione rigettata, per azione riflessa, spesso rigenera quella perduta.


domenica 9 agosto 2020

IR2 a Vicofertile (PR) ?

                                            

                                               di GIORGIO PATTERA

Sono le h. 04:45 del 6 dicembre, uno dei freddissimi sabati dell’ultimo mese del 2008. Fuori è ancora completamente buio e ai lati della strada tutto è ghiacciato, vegetazione e pozzanghere. Ma anche se è sabato, R.F., 43enne, tecnico presso un’azienda metalmeccanica della provincia di Reggio Emilia, è già in sella alla bicicletta per recarsi al lavoro. Già, perché l’azienda da cui dipende svolge attività anche di sabato, dalle h. 07:00 alle 12:00; e quindi deve sbrigarsi, per non far tardi all’appuntamento con il collega, che l’attende in auto al parcheggio del Palasport di Parma. Da qui s’imbocca la tangenziale sud e poi via, per una ventina di km., fino a Montecchio Emilia, sede dell’azienda. Tuttavia mai come quella mattina, per R.F., i sette km. che separano casa sua (a Vicofertile) da Parma, devono essere sembrati interminabili, ma soprattutto indimenticabili !

Ma veniamo ai fatti.

L’involontario protagonista dello sconcertante fenomeno che andiamo a descrivere si trova, dunque, in sella alla bicicletta (imbacuccato nel giubbotto impermeabile, con tanto di sciarpa intorno al collo: la temperatura è prossima allo 0°C) e sta pedalando nel sottopasso della tangenziale, lungo una cinquantina di metri. Ad un tratto, nel silenzio della notte, avverte distintamente una sorta di “rombo”, come quello di un camion: ma non c’è alcun veicolo in avvicinamento, né dietro né avanti a sé. Nel contempo si accorge che, alla fine del tunnel, la strada si stava illuminando, insolitamente, d’azzurro. Non appena uscito dal sottopasso, percepisce nettamente un enorme calore che, partendo dalla testa, s’irradia velocemente per tutto il corpo, mentre il tratto di strada antistante si riempie di un’intensa colorazione azzurra. A questo punto il testimone, cominciando ad essere allarmato dalla piega che la situazione stava prendendo, si ferma, scende dalla bicicletta, si leva il giubbotto, annoda la sciarpa al manubrio (avverte un calore insopportabile, ma non è sudato) ed istintivamente alza lo sguardo verso il cielo. Lo spettacolo che gli si presenta, a circa 200 m. d’altezza, ha dell’incredibile: sopra di sé staziona, fluttuando quasi impercettibilmente e nel più totale silenzio, un enorme “oggetto” di forma discoidale (ma dal perimetro pluri-segmentato, come quello di un poliedro), dotato di una corona circolare in cui erano inscritte numerose “aperture ovali” (oblò?), emananti “flash” di colore azzurro in sequenza alternata (tipo luce stroboscopica o luminaria natalizia). In posizione centrale il “disco” presentava un grande “faro”, che proiettava al suolo un intenso fascio di luce fissa, anch’essa azzurra. L’osservazione si è protratta solo per alcuni istanti, in quanto, poco dopo che il testimone aveva alzato il capo verso l’alto, l’oggetto luminoso ha cominciato a muoversi velocemente, spostandosi dalla sx del teste (dal quartiere “Crocetta”, quindi da nord-est) alla sua dx (verso Corcagnano, quindi sud-ovest) e illuminando a giorno tutto il paesaggio (alberi, case, campi). Il tutto senza provocare alcun rumore o spostamento d’aria, per poi “sparire nel nulla”, lasciando dietro di sé una lunghissima “striscia” azzurra (come la scia di condensazione dei jet convenzionali, ma di consistenza diversa), che pian piano si è frammentata in più tronconi ed è scesa verso terra.

A questo punto l’attonito testimone si accorge che un’auto (una Peugeot rossa, non meglio memorizzata, viste le circostanze), proveniente dal senso opposto, si è fermata sul ciglio della strada, a poca distanza dalla sua bicicletta. Il conducente, un giovane di circa 25 anni, aveva osservato l’inusitato fenomeno attraverso la portiera lato guida, col vetro abbassato, senza scendere dalla macchina, forse impietrito dallo sbigottimento (non è dato sapere se per ciò che aveva visto o per l’evidente sconcerto mostrato dall’altro teste). Un breve scambio di battute evidenzia lo stupore di entrambi e, contestualmente, la realtà oggettiva di quanto si era manifestato ai loro occhi: «Ma cos’era quella “cosa”?», chiede il giovane all’operaio, come alla ricerca di una conferma di ciò che aveva visto. «Lo chiedi a me? Di certo l’hai vista meglio tu, che l’avevi di fronte!», risponde l’altro, fra lo sgomento e l’ironico. «Ma ti senti bene? Vuoi che ti accompagni al pronto soccorso, che è qui vicino?», insiste il ragazzo al volante. «Ma no, sto benissimo; ho solo questo enorme calore addosso, mi sono tolto anche il giubbotto perché mi arriva fino alla schiena, la sento come se bruciasse! Ora però devo andare al lavoro; vado, altrimenti faccio tardi!». Poi, prima di rimontare in sella, R.F. si abbandona ad un’ultima, legittima interrogazione: «Ma chi è che ci può credere, a noi?». Di contro, il conducente della Peugeot: «Chi vuoi che ci creda, se non tu, che l’avevi sulla testa...!?».

Giunto al punto d’incontro col collega (che lo stava attendendo in auto, preoccupato per il ritardo), R.F. non se la sente di ripartire subito alla volta dell’azienda e, a costo di giungere tardi al lavoro, sente il bisogno di prendersi almeno un caffè, quasi ad esorcizzare per un attimo l’incubo che lo aveva attanagliato poco prima. Il barista, che lo conosce da anni, capta subito dall’espressione trasecolata del suo cliente che qualcosa non va e, con amichevole discrezione, lo invita a “vuotare il sacco”. Dopo l’iniziale, comprensibile esitazione, R.F. si lascia convincere: sa che il barista è uno dei pochi cui può raccontare l’accaduto, senza tema di essere compatito o deriso. Alla fine del breve e comprensibilmente concitato racconto, pur ricevendo l’incondizionata solidarietà del barista, lo scoramento si riaffaccia nell’animo dell’operaio, allorché un avventore, appoggiato al bancone, si mette a ridere. «Ecco, lo sapevo, io, che me ne dovevo star zitto, nessuno può credere ad una storia simile!». Ebbene, come nelle scene a sorpresa dei film, lo sconosciuto avventore (anch’egli operaio, che abita nei paraggi; si è saputo dopo – n.d.r.) esclama: «Guarda che non rido alle tue spalle, ma perché so che “queste cose” esistono: anch’io, circa sei anni or sono, più o meno nella stessa zona, ho assistito ad un fenomeno simile a quello che hai appena visto tu !!!...».

Non sappiamo se tale affermazione abbia contribuito a rendere meno agitato il turno di lavoro del tecnico metalmeccanico; sta di fatto che da quel giorno R.F. non abbassa più la tapparella della camera, al momento di coricarsi, per non perdere l’occasione di “rivedere” quell’inimmaginabile oggetto poliedrico, sfavillante di luce azzurra. Cosa impensabile, prima, quando il solo, debole chiarore proveniente dall’esterno gli impediva di addormentarsi, costringendolo a serrare l’avvolgibile.

Consultando la casistica degli avvistamenti OVNI su Parma e provincia, redatta dal sottoscritto, responsabile scientifico del CUN, si conferma che il quadrilatero formato da Vicofertile, Vigheffio, Baganzola e Ponte Taro è particolarmente interessato da fenomeni aerei anomali, di cui, lo ricordiamo, si occupa anche il 2° Reparto – Difesa Aerea – dello Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Italiana. Negli ultimi cinque anni, altre tre segnalazioni sono state raccolte nel perimetro, l’ultima delle quali risale al 6 aprile 2008.


NOTA BENE: unendo con una retta le località (= frazioni del Comune di Parma) interessate da U.A.P. (Unidentified Aerial Phenomena), si ottiene la figura geometrica di un triangolo rettangolo, dove agli estremi dell’ipotenusa si trovano, a nord, l’Aeroporto Internazionale “G.Verdi” e, a sud, la Centrale Elettrica dell’ENEL, che serve tutta la Città: due postazioni cosiddette “sensibili”, ove l’energia di certo non manca… e gli Esobiologi sanno di cosa stiamo parlando…

APPENDICE

 Ad indagini concluse, siamo venuti a sapere, non senza una certa “reticenza” da parte dei testimoni (si sa, il “paese” è piccolo e la gente mormora…), che altre due persone, a distanza di meno di due km. in linea d’aria, hanno assistito allo stesso fenomeno. Si tratta di un signore (non possiamo rivelarne l’identità, come da vigenti disposizioni in materia di “privacy”) che, in attesa dell’arrivo del taxi in precedenza prenotato telefonicamente, era sceso sulla strada, davanti alla porta di casa, per accelerare la procedura di trasferimento. Improvvisamente (ed inspiegabilmente) l’oscurità dell’ora mattutina fu squarciata da un bagliore diffuso di colore azzurro, che per qualche attimo pervase la zona dell’appuntamento (prossimità del passaggio a livello della PR-La Spezia, via Jenner).

E proprio in quel mentre giungeva il taxi, il cui autista, allibito, scese dalla vettura, esclamando (mi si perdoni la forma dialettale): “Eeehhh, mo co’ el col lavor chi???”.

Come sempre succede in questi casi, l’esplicita “consegna” fu quella di serbare il più assoluto silenzio sull’accaduto, “… sennò mi prendono per matto – l’uno – e a me tolgono la patente – l’altro…”. Ma prima o poi, il “rospo” è destinato ad essere sputato…



domenica 2 agosto 2020

UOMO

                                                

                                                       di GIORGIO PATTERA


Ricordi d’infanzia, che ognuno conserva

                                       di gioie, di crucci, d’amici, di scuola,

inver non ho molti, che il cuor mi riserva:

                                       eccetto mio padre e di lui la parola.

 

Il giorno di festa, col tiepido sole,

                               soleva portarmi sul suo motorino

a cogliere il frutto de’ gelsi, che vuole

                             tener tra le mani, sì dolce, un bambino.

 

Dramma non v’era, quand’ero ammalato:

                                      speravo soltanto giungesse la sera,

ché lui dal lavor sarebbe tornato

                            con quella bottiglia che “frizza ed è nera”...

 

Non solo per noi ei pena si dava,

                             ché in Chiesa recava per quei poverelli,
cui casa ed affetto da sempre mancava,

                              l’invito a Gesù di pensare anche a quelli.

 

Paziente dal Libro narrava episodi,

                                 quand’era la mamma che uscire doveva,

di giusti e di santi, sereno nei modi;

                                tant’è che alla fin lui si commuoveva.

 

E se di dormir non avevo intenzione,

                           inventava all’istante l’allegro teatrino:

da buffo pagliaccio, risate argentine

                                in me suscitava, finché il capo era clino.

 

Cultura a lui certo amica non era,

                               almeno di quella “dei bei paroloni”;

ma quando nei conti insegnar mi voleva,

                               stupirmi dovevo delle sue operazioni.

 

E quando la festa già era imminente,

                              l’arte più antica sapea tramandare:

con lenza e la canna era guida al torrente

                              e all’aria sì pura m’insegnava a pescare.

 

Effimero è l’uso che oggi dilaga

                           di far delle “feste” per ogni occasione,

tanto che il vezzo par quasi una piaga:

                               quando non c’è, il Dottor va in pensione!

 

Sentimento non muta, cambiando stagione;

                                    non v’è l’esigenza di merce o di sagre,

ché nulla potrebbe cambiar l’opinione:

           Questo era un Uomo, ed era mio padre.                                            

 

                                  





sabato 1 agosto 2020

Solanum dulcamara, la pianta “di nome e di fatto”…


di GIORGIO PATTERA

La “Morella rampicante” o “Dulcamara” (nome scientifico Solanum dulcamara) è una pianta velenosa della famiglia delle Solanaceae. In lingua tedesca si chiama Bittersüß; in francese Morelle douce-amère; in inglese Bittersweet. Volgarmente chiamata anche “CORALLINI”, è una pianta perenne, reptante o rampicante; può raggiungere anche i 4 metri di lunghezza ed i suoi fiori, inconfondibili, hanno un bel colore violetto-porpora, con stami giallo-arancio. E’ comune in tutta Italia, anche insulare, come nel resto d’Europa; in certe zone è considerata invasiva. Deve il suo nome alla solaceina contenuta nei rami, che ha sapore prima amaro, poi dolce.

Quella delle Solanaceae è una famiglia vegetale molto importante, in quanto comprende fra l'altro diverse specie commestibili, come le patate, le melanzane e i pomodori. Il nome generico (Solanum) deriva da solanem (= consolazione, conforto) e deriva dalle proprietà medicamentose e sedative di alcune specie di questo genere. Il nome specifico (dulcamara) significa letteralmente “dolce-amaro” ed è dato dal sapore di alcune parti di questa pianta (i giovani rametti appena germogliati, messi in bocca, dapprima sono amari e poi dolci). Il frutto è costituito da una piccola bacca ovata, di colore prima verde, poi rosso a maturazione conclusa (autunno). Il suo habitat tipico si colloca nei luoghi freschi, fra le siepi o i cespugli, in luoghi torbosi, ma anche nei boschi umidi (mesofili) e nelle zone incolte, generalmente in ambiente ombroso. Il substrato preferito è calcareo o siliceo, indifferentemente, a pH neutro, in terreni nutrienti e umidi. Si riscontra fino a 1.100 metri di altitudine, ma può arrivare anche a 1.450 m. s.l.m. Molte parti della pianta (le foglie, i rametti e i frutti in particolare) contengono dei gluco-alcaloidi tossici (solanina*, solaceina, alcamina, tannino) che trovano impiego in fitoterapia, così come saponine steroiche e acido dulcamarico, per la produzione di farmaci steroidici. La parte più velenosa è costituita dalle bacche (specialmente immature) che, ingerite, possono causare nell’uomo vomito, apatia progressiva, perdita dei sensi, diminuzione della frequenza del respiro e alla fine, anche se per fortuna raramente, morte per paralisi respiratoria o arresto cardiaco. Il bestiame non è uso a cibarsene, ma se questo avviene sopravvengono paralisi e incoscienza, non la morte. La sua pericolosità, come per tutte le piante dotate di frutti allettanti, si manifesta soprattutto nei confronti dei bambini, che spesso e volentieri scambiano le bacche di essenze velenose per quelle commestibili. Per fortuna, in questo caso, i frutti, che sono molto tossici prima della maturazione, una volta maturi contengono saponine neutre poco velenose. Nonostante questo, in letteratura si annoverano casi di gravi intossicazioni a carico di bambini, causa l’ingestione di 6-8 bacche verdi. Invece la remissione della sintomatologia, in caso di assunzione di bacche rosse (mature), si ottiene nel corso di 24 ore, senza gravi conseguenze. In fitoterapia si utilizzano i giovani rametti, detti stipiti, con proprietà diaforetica (agevola la traspirazione e favorisce la sudorazione), depurativa del sangue (facilita lo smaltimento delle impurità), ma anche con leggera azione ipnotica e anafrodisiaca. Il suo impiego, quindi, sarà opportuno sotto stretto controllo medico (**).

(*) = La Solanina, in particolare, è una sostanza narcotizzante che colpisce il sistema nervoso centrale. Ricordiamo a questo proposito che anche le parti epigee verdi delle piante di patata (Solanum tuberosum) e di pomodoro (Solanum lycopersicum), facendo parte della Famiglia delle Solanacee, risultano velenose per il loro contenuto in alcaloidi e saponine. Anche alcuni veleni di origine animale (serpenti), quali la ofiotossina e la crotalotossina, presentano notevole affinità farmacologica con le saponine.

(**) = Nel 1735, l’erborista Irlandese K’Eogh riassunse così gli impieghi della Dulcamara: “Un decotto in vino apre le ostruzioni del fegato e della milza e perciò è buona per l’ittero. Inoltre cura tutte le ferite interne, le contusioni e le fratture, poiché dissolve il sangue coagulato, causando il suo passaggio nelle urine ed evitando così i trombi”.

Il Botanico svedese Carolus Linnaeus (1707-1778), ritenuto il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, la considerava un rimedio per la febbre e i disordini infiammatori. Questo dimostra come, già quasi tre secoli fa la Medicina (quella non Aziendale…) avesse il “polso” della farmacognosìa e della fitoterapia. Oggi le benefiche proprietà dei princìpi attivi della Dulcamara (sempre adeguatamente somministrati sotto controllo medico), nonostante l’arroganza della posizione dominante esercitata dalla Medicina Allopatica, vengono ogni giorno di più riscoperte e rivalutate: stimolanti, espettoranti, diuretiche, detossificanti ed antireumatiche. Anche se assunta per via orale (es. decotto di ramoscelli), sembra che sia particolarmente efficace per il trattamento di problemi cutanei, quali eczema, prurito, psoriasi e verruche. Coàdiuva anche per ridurre asma, bronchite cronica e problemi reumatici, compresa la gotta.

Curiosità:

Gaetano Donizetti, nell’<<Elisir d'amore>>, battezza con lo stesso nome di questa essenza un personaggio dell’omonima opera lirica, noto come dottor Dulcamara. Si tratta di un ciarlatano imbonitore, che spacciandosi per medico di grande fama, cerca di vendere alla gente miracolosi “specifici” (i propri portentosi preparati): fra gli altri, per l’appunto, l'elisir che fa innamorare…

RIFERIMENTI

https://it.wikipedia.org/wiki/Solanum_dulcamara

https://it.wikipedia.org/wiki/L%27elisir_d%27amore

 

BIBLIOGRAFIA:

AA.VV. – CURARSI con le ERBE – Polaris, 1995

North P.M. – PIANTE VELENOSE – The Pharmaceutical Society of Great Britain, London

M.I.Macioti – MITI E MAGIE DELLE ERBE – Newton Compton / Roma, 1993

A.Chevallier – ENCICLOPEDIA DELLE PIANTE MEDICINALI – Idea Libri / Milano, 1997

F.Stary – PIANTE VELENOSE – Istituto Geografico De Agostini / Novara, 1987


LA FARMACIA DELLA NATURA E...LA CONFERENZA DEL DR. GIORGIO PATTERA PER IL "SALOTTO ILLUMINATO":

 https://www.facebook.com/ilsalottoilluminato/posts/2713878238880065


SKY WATCH 10 AGOSTO 2020

                                                   Di GIORGIO PATTERA Lunedì 10 agosto 2020, nella splendida cornice naturale del Parco Pr...