“Solo se sei pronto a considerare possibile l’impossibile,

sei in grado di scoprire qualcosa di nuovo”.

(Johann Wolfgang Goethe)

“L’importante è avere un pensiero indipendente:

non si deve credere, ma capire”

(Hubert Revees)


“L’Uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando”

(Hubert Revees)

sabato 23 gennaio 2021

La verità sull’«acqua di Marte»…

                  

                                       di Giorgio Pattera

MARTE, l’ultimo dei pianeti interni del Sistema solare prima della “fascia degli Asteroidi” (che gli antichi Sumèri già conoscevano e chiamavano “il braccialetto martellato”), corpo celeste gemello della nostra Terra, ma dall’atmosfera estremamente rarefatta, è da sempre al centro delle ricerche di astronomi, cosmologi ed astrofisici, circa un’intrigante questione: c’è acqua lassù? O, quanto meno, c’era un tempo?




Recentemente (ottobre 2020) si è ritornati con enfasi sull’argomento, allorché l’ecoscandaglio radar, progettato in Italia, di MARSIS (Advanced Radar for Subsurface and Ionosphere Sounding, che dal 2005 orbita a bordo del satellite Mars Express), bombardando la superficie del pianeta rosso con impulsi radar e raccogliendone i riflessi, ha rilevato l’esistenza di laghi d’acqua liquida, nascosti sotto i ghiacci della calotta polare sud di Marte.

Questi laghi rimangono liquidi a causa delle concentrazioni molto elevate di sali tossici, chiamati perclorati; la stessa situazione si ritrova anche sul nostro pianeta, dove nell’Artico canadese sono stati scoperti laghi subglaciali estremamente salati e a temperature molto basse.




Ma l’intuizione, dote fondamentale per ogni ricercatore, aveva portato ad una simile conclusione già molto tempo addietro, a cominciare dall’avvento dei primi (rudimentali, rispetto agli attuali) telescopi. HERSCHEL (1780), SECCHI (1850), SCHIAPARELLI (1886), LOWELL (1894), MOREUX (1924), pur con le comprensibili limitazioni delle apparecchiature a disposizione, che diedero loro l’illusione di scambiare banali artefatti ottici con i famosi “canali di Marte”, prelusero a quella che ai giorni nostri si è rivelata una certificazione scientifica: i “canali” esistono, eccome, su Marte… anche se ora privi di flusso d’acqua. Da allora, tuttavia, i canali marziani (ed i loro ipotetici costruttori) divennero l’elemento-base d’innumerevoli produzioni di folclore e fantascienza avventurosa, circa le possibilità che il pianeta rosso potesse ospitare forme di vita senzienti.






Ma come di consueto diamo la parola alla cronaca.

Quando cessarono, il 27 settembre 1997, i contatti radio con la Terra, provenienti dalla prima esplorazione automatizzata di un altro pianeta, PATHFINDER (L’Esploratore) aveva già inviato 16.500 immagini dal lander e 550 immagini dal rover, oltre a 15 analisi di rocce, suolo, dati sui venti ed altri fenomeni atmosferici di MARTE. Questi dati fecero sospettare agli scienziati che, in qualche momento del passato, quel Pianeta potesse aver avuto un clima caldo-umido ed un'atmosfera più densa, tanto da consentire la presenza di acqua allo stato liquido.

“Mars Pathfinder”, missione scientifica della NASA, fu la prima a trasportare un rover, “Sojourner”, sul “Pianeta Rosso”. La sonda fu lanciata il 4 dicembre 1996 col vettore “Delta II” e, dopo un viaggio di 7 mesi, atterrò il 4 luglio 1997 nella “Ares Vallis” (Valle di Ares = Marte, in Greco), in una regione chiamata “Chryse Planitia” (Pianura dorata, in Greco).

Tutto questo, lo sappiamo, si può reperire sul WEB.

Ma forse non tutti sanno, o non ricordano, che già il 9 luglio 1997 (prima ancora che i dati della sonda USA fossero elaborati e diffusi) il sottoscritto aveva esposto le proprie convinzioni circa la situazione idrogeologica di Marte, nel corso di un’intervista concessa al quotidiano “GAZZETTA di PARMA”, che concludeva con questa riflessione (cito testualmente): «Se dovessero scoprire qualcosa di veramente interessante, temo che passeranno anni prima che sia resa di dominio pubblico».





Le stesse considerazioni furono in seguito confermate in numerose conferenze, tra cui ricordiamo quella svolta presso il “Circolo Culturale Maria Luigia” di PIACENZA, insieme con l’amico Elvio Fiorentini (28 nov.’97); il “Circolo Culturale Primavera” di COLLECCHIO, insieme con Marco La Rosa e Claudio Dall’Aglio (5 dic.’97); e molte altre: «L’acqua è sinonimo di Vita, quella che noi conosciamo, per cui…». 

“Quando il frutto è maturo, dall’albero cade da solo”, recita la saggezza popolare: e così è stato… Seguiamo ora gli “steps” più importanti.


Nel giugno del 2008 la missione Phoenix ha testimoniato la presenza di acqua allo stato solido sul pianeta rosso. Phoenix ha lavorato su terreni vecchi di 50.000 e forse un milione di anni, sperando di trovare prove che un tempo il clima di Marte fosse stato più caldo. Phoenix Mars Lander è stata la sesta sonda automatica sviluppata dalla NASA ad atterrare sul pianeta rosso. La missione scientifica della sonda era mappare l'ambiente marziano per verificarne la possibilità di sostenere forme di vita microbiche e per individuare l'eventuale presenza di acqua nell'ambiente. La sonda, lanciata il 4 agosto 2007 ed atterrata su Marte il 25 maggio 2008 nel “Mare Boreum”, una regione ricca di ghiaccio, ha cercato nel terreno artico eventuali tracce di acqua e microrganismi, mediante un braccio robot. La missione si è conclusa il 10 novembre 2008.

«Su Marte c’è acqua allo stato liquido»: una prima conferma giunse (finalmente!) dalla conferenza stampa della NASA di lunedì 28 settembre 2015, dopo che per anni i ricercatori avevano ipotizzato che sul pianeta ci potesse essere anche acqua liquida, oltre a quella solida, ghiacciata, ai poli. Le nuove prove sulla presenza di acqua su Marte, definite “inequivocabili” dalla stessa NASA, sono state ottenute analizzando i dati raccolti da Mars Reconnaissance Orbiter (sigla MRO), la sonda spaziale inviata verso il Pianeta Rosso nell’agosto di dieci anni prima. MRO, sonda spaziale polifunzionale lanciata il 12 agosto 2005, è stata progettata per eseguire osservazioni di Marte ad altissima risoluzione mediante lo spettrometro, uno strumento che può identificare il tipo di minerale in funzione di particolari lunghezze d’onda della luce; ha condotto la propria missione scientifica fino al novembre 2006.



I ricercatori hanno identificato i segni di minerali idratati su alcuni rilievi, dove stagionalmente sono visibili strisce scure: piccoli canali evidentemente prodotti dallo scorrere dell’acqua. Queste linee - in gergo «Rsl», «Recurring slope lineae» - sono state individuate dal satellite «Mars Reconnaissance Orbiter», che ha utilizzato la spettroscopia per analizzare le «firme» lasciate da una serie di specifici minerali, i perclorati. Si tratta di «sali idrati», che si manifestano solo in presenza di acqua: rappresentano perciò la «pistola fumante», sebbene indiretta, della presenza di acqua liquida!

Le strisce scure osservate sono rivoli stagionali di acqua salata, scavati nelle pareti rocciose della regione equatoriale del pianeta, che si formano quando la temperatura sale sopra i -23 gradi °C. Lunghi centinaia di metri e larghi cinque, cominciano ad apparire in primavera ed insistono per tutta l’estate marziana, mentre in inverno si essiccano.

«E questo cosa mi viene a significare?», si interrogherebbe Montalbano…

Che la nostra ipotesi del ’97 si stava avvalorando: ci sono voluti quasi nove anni (2006-2015) per dichiarare “ufficialmente” ciò che noi, studiosi “eretici” di Cosmologia, sostenevamo da sempre…

Non si tratta, certo, di “canali d'acqua”, frutto d’un impensabile – oggi - progetto irriguo degli abitanti di Marte, ma di “rivoli” stagionali che, una volta evaporati, residuano tracce di sali: i perclorati, per l’appunto, che costituiscono le “impronte” lasciate dall’acqua liquida.

L’annuncio della NASA è di quelli che non si scordano: la superficie di Marte evidenzia effettivamente quelle “striature” scure, riconducibili ad alvei di corsi d’acqua, che si snodano lungo le pendici dei rilievi equatoriali e che da anni fanno arrovellare gli Astronomi circa la loro origine.

 


La presenza di acqua su Marte, di per sé, non è alla fine una notizia sconvolgente, ma finora era stata rilevata solo in forma ghiacciata ai poli, in un contesto che la NASA ha sempre definito “ostile alla vita”. Ora, invece, gli scienziati dell'Agenzia Spaziale Americana avevano ammesso che “ci sono evidenze che un tempo un oceano, in alcuni punti profondo vari chilometri, copriva 1/5 della superficie del pianeta”.

"Se annunceranno d’aver trovato acqua facilmente accessibile, in forma liquida, sotto la superficie (nel “permafrost”, N.d.R.), che corrisponde ad una delle teorie che abbiamo ascoltato per anni e anni, ciò avrebbe conseguenze enormi, per la possibilità di vita sul pianeta e per la bio-sostenibilità di eventuali futuri colonizzatori umani del pianeta", ha dichiarato al Boston Herald l'ex capo della missione NASA per Marte, Doug McCuistion.

La storia della ricerca di acqua (e quindi di vita) su Marte è molto lunga (oltre 150 anni!) e costellata di osservazioni determinanti, alternate a scoperte e delusioni, che hanno condotto l’Umanità fino agli odierni risultati. 


Cosa che potrebbe portare a nuovi importanti studi circa la possibilità che sul Pianeta Rosso esista ancora qualche forma di Vita, per come noi la conosciamo. Sempre che il dio della Guerra, associato dagli antichi Romani al quarto corpo celeste interno del Sistema Solare, non l’abbia distrutta con le sue azioni aggressive… come sta succedendo, oggi, sulla Terra…

 

RIFERIMENTI:

https://www.latimes.com/archives/la-xpm-2008-nov-22-sci-mars22-story.html

https://www.corsera.it/notizia.php?id=7

https://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/spazio_astronomia/2020/11/17/lacqua-di-marte-volata-via-attraverso-latmosfera-_e5c7751e-c9d8-428e-95a6-3a98e06d4ca8.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Phoenix_Mars_Lander#:~:text=Phoenix%20Mars%20Lander%20%C3%A8%20stata,presenza%20di%20acqua%20nell'ambiente.

https://it.wikipedia.org/wiki/Vita_su_Marte#:~:text=Nel%20giugno%20del%202008%20la,Marte%20fosse%20stato%20pi%C3%B9%20caldo.

“GAZZETTA di PARMA”, 9 luglio e 16 dicembre 1997

“LIBERTÀ” Piacenza, 9 dicembre 1997



mercoledì 6 gennaio 2021

LA TEORIA DELLA "MENTE ESTESA"

 



di GIORGIO PATTERA

Perché l'uomo cerca da sempre il contatto con un'entità superiore? Molteplici e contraddittorie sono state le risposte dei teologi, dei filosofi e degli psicologi, lungo i secoli.


I neurologi Andrew Newberg ed Eugene d'Aquili, dell'Università della Pennsylvania, hanno proposto una spiegazione, ad un tempo, semplice e rigorosa: la pulsione religiosa affonda le radici nella neurobiologia. Dopo lunghi studi sulla fisiologia e la funzione del cervello, i due ricercatori americani hanno esaminato con le moderne tecniche di scansione le reazioni di due differenti tipi di persone credenti, buddhisti tibetani e suore francescane. Ciò che hanno scoperto è che, durante gli stati di intensa esperienza mistica, la regione dell'encefalo posteriore viene come sottoposta a un “black-out”, così che "l'assorbimento dell'io all'interno di qualcosa di più vasto non deriva da una costruzione emotiva, ma scaturisce da eventi neurologici". E concludono: "Il cervello umano è stato geneticamente configurato per stimolare la ricerca del Sovrannaturale". Credente o non credente, chiunque intenda indagare la vera natura dell'Uomo si trova di fronte a qualcosa di nuovo, a un'originale delucidazione del cervello e delle sue attività, quando entra in gioco l'esperienza d’un Ente supremo.

I fatti:

Nel corso dell’esperimento del 1999, Newberg chiese ad un gruppo di volontari (composto da monaci buddhisti e suore cattoliche francescane) di lasciare i loro conventi e di meditare in una stanza oscura, presso l’University of Pennsylvania Hospital. Coloro che accettarono, si sedettero in una stanza illuminata da poche candele, con un pulsante in mano ed una flebo fissata nel braccio; dopodiché avrebbero iniziato a meditare o a pregare. Dopo circa un’ora, al momento in cui si stava verificando un picco di trascendenza (corrispondente al raggiungimento del culmine della meditazione o dell’ascesi mistica), i soggetti avrebbero premuto il pulsante. Questo era l’indicazione per Newberg, seduto in una stanza adiacente e collegato all’altro capo del sensore, di somministrare un liquido di contrasto attraverso la flebo. Qualche istante dopo, i soggetti partecipanti all’esperimento vennero sottoposti a fMRI (risonanza magnetica nucleare funzionale), da cui emerse che il liquido radioattivo si era localizzato in una zona del cervello, denominata “lobo parietale superiore posteriore”, che gli autori del test chiamano “area associativa dell’orientamento”, che subito i soliti “media” dissacratori chiamarono “tout court” «IL CERVELLO di DIO».



La medesima reazione venne rilevata nell’identica porzione cerebrale, sia a carico dei credenti sia dei non-credenti. L’area del cervello associata con la concentrazione, la Attention Association Area (AAA) [Area dell’Associazione e dell’Attenzione], mostrava un’accresciuta attività nei soggetti preganti, in confronto a quelli non-preganti.

Ma la scoperta che provocò la maggiore eccitazione, fu che le informazioni neurologiche dirette verso l’Orientation Association Area (OAA) [Area dell’Associazione e dell’Orientamento] si erano grandemente ridotte, o “de-afferentizzate”.

La OAA, situata in cima alla sezione posteriore del cervello, è quella parte responsabile dell’orientamento del corpo nello spazio fisico. Uno dei modi con cui tale orientamento viene determinato, è definire chiaramente i limiti del corpo di un individuo, cioè distinguere quello che è ”l’io” dal “non-io”. Se quest’area non disponesse di alcuna informazione sensoriale per svolgere il suo compito, la logica conseguenza sarebbe che l’individuo non potrebbe determinare dove finisce sé stesso e comincia il resto del mondo.

Si reputò questa mancanza del senso fisico di sé molto simile a ciò che si tramanda a proposito dell’unione mistica con il “Superiore”, senza contare della testimonianza resa dai soggetti meditanti sul loro sentirsi un “tutt’uno” con l’universo.

A questo punto è indispensabile introdurre il concetto di:

STATO ALTERATO DI COSCIENZA

Cosa s’intende, sotto il profilo neuronale e comportamentale, per “stato alterato di coscienza”? Banalmente l’interrogativo viene liquidato con la classificazione “dare di matto” o “essere fuori di testa”: e quest’ultima, anche se banalizzata in modo qualunquistico, è forse quella che si avvicina di più alla definizione scientifica della situazione…

“Andare fuori di testa”, letteralmente, dovrebbe equivalere ad “uscire” da questa: ma “uscire” cosa (impiegando impropriamente l’accezione verbale, in modo transitivo)? Nella testa cos’è racchiuso? Il cervello, che di conseguenza, fisicamente, non può espandersi, perché limitato dalla rigidità della teca cranica. Pertanto si può parlare di “espansione” solo riferendosi ad una delle innumerevoli (e non ancora tutte mappate) funzioni cerebrali, vale a dire la COSCIENZA (o consapevolezza percettiva).

In conclusione: l’espansione della coscienza. Come e quando è possibile esplicare l’espansione della coscienza? Allorché questa, spontaneamente (per dote naturale intrinseca) o mediante sollecitazioni esterne (che vedremo in seguito) “esce” da uno stato “normale” (= nella norma, cioè nel “range” standard delle osservazioni statistico-fisiologiche), per entrare in uno stato “alterato” (dal latino alter = diverso, che non è lo stesso).

«Gli stati alterati di coscienza sono chiavi di accesso per incamminarsi lungo la “trance”, cioè per trans-ire (= passare al di là della normale realtà percepita e dell'ordinario)…».

Ma che cos'è "ordinario" e, soprattutto, cos'è la "coscienza"?...

A queste domande l'Uomo ha sempre cercato delle risposte e nemmeno gli studiosi più accaniti hanno saputo dare una spiegazione. Analizzando il problema ci accorgiamo che tutto questo ha a che fare con quello che noi chiamiamo "Anima", la parte sottile della nostra esistenza che assicurerà, forse, l'eterna permanenza del nostro "Io" in qualche parte degli Universi possibili.

La coscienza e l'anima stanno dentro di noi, mescolate e intrise alla nostra "fisicità", bilocate tra il mondo fisico e quello sottile, al di qua e al di là della materia e dei mondi, tra i quali è possibile stabilire un contatto. Come? Passando “oltre”, calandoci il più possibile in noi stessi, per scoprire il paradosso della vita; l'Universo non è fuori di noi, ma dentro, ed è calandoci dentro che passeremo fuori, al di là di ogni cosa.

In ogni situazione in cui i processi che costituiscono la coscienza (come la memoria, la percezione, l'attenzione, le emozioni) non lavorano più in modo “normale”, si entra in ciò che viene definito “stato alterato dell'ordinario stato di coscienza”. Pur essendo difficile effettuare una netta distinzione tra uno stato alterato e uno stato ordinario, quest'ultimo lo si può considerare come quello stato in cui un soggetto si trova mentre svolge le normali attività della vita quotidiana, è perfettamente consapevole delle azioni che sta compiendo e si rende conto di ciò che gli accade intorno. Lo stato alterato è quello in cui il soggetto non è consapevole dell'ambiente circostante, oppure ha un controllo parziale o nullo dei suoi sensi, a tal punto da percepire in modo “diverso” le sensazioni e tutto ciò che vede o accade.

Essendo una fisiologica condizione dell'organismo, ogni individuo nel corso della propria vita può avere una o più esperienze di “stato alterato”.

In definitiva, si entra in uno stato alterato della coscienza quando si è esposti a quei meccanismi che possono “alterare” (= rendere diverso) il normale funzionamento dell'attività di tutti i processi cognitivi e che determinano, quindi, una modificazione della consapevolezza di sé e del mondo circostante.

"Solo la persona che non satura l’ignoto né con i precetti d’una Religione, qualunque essa sia, né con quelli della cosiddetta Scienza può mettersi seriamente in ascolto dei messaggi che incessantemente pervengono da oltre il confine di ciò che è noto, cercando di interpretarli e decifrarli".

In conclusione, quanto detto dovrebbe far riflettere, specialmente quelle pseudo-istituzioni che si arrogano il diritto, come se fosse tramandato loro per regale concessione, di infangare i fenomeni quantistici insiti nell’Uomo, definendoli “scherzi di natura o fenomeni da baraccone, atti ad abusare della popolare credulità…”.

 

Bibliografia

Andrew Newberg / Eugene d’Aquili - "Why God won’t go away" - 2002 


A.Newberg/E.D'Aquili/V.Rause – “Dio nel cervello”, la prova biologica della fede – Mondadori, 2002 - http://www.psychiatryonline.it/node/3867


Oscar Bettelli - “Il sentiero della conoscenza” - Università di Bologna, 2003



G.Pattera in: “ARCHEOMISTERI” – Giugno 2015


domenica 3 gennaio 2021

ANCHE I NON VEDENTI SOGNANO…

 


                                                “La Verità è sotto gli occhi di tutti,

                                                    ma solo chi ha l’animo libero

                                                      è in grado di riconoscerla”.

                                                                                                       (Seneca)



                                                             di GIORGIO PATTERA

Nella letteratura occidentale, Omero (seconda metà del secolo IX a.C.) è il primo autore che ci parla del sogno. Più tardi, Eràclito (535-475 a.C.) sullo stesso argomento scrive: "Chi è desto, possiede un mondo unico e comune; ma nel sonno ciascuno si volge a un suo mondo particolare".


Ma chi è nato cieco cosa sogna? Appurato che anche i non vedenti congeniti sognano esattamente come i vedenti, è normale porsi un'altra domanda: come fanno i ciechi a vedere (seppur in sogno) cose che non hanno mai visto nella realtà? Chi è cieco dalla nascita, come può raccontare le immagini dei propri sogni e descriverle dettagliatamente? E le immagini stesse, sono elementi linguistici trasformati in sensazioni visive o nel patrimonio genetico della specie umana è racchiuso una sorta di archivio iconico? Dare una risposta a questi interrogativi non è facile, anche perché significherebbe riuscire a scrutare in profondità i meccanismi percettivi e indagare su ciò che di immateriale potrebbe essere trasmissibile dai genitori ai figli, la cosiddetta “ereditarietà della memoria parentale” (cfr. “Parental origin”, in “American Journal of Medical Genetics”). (1)

Per il non vedente congenito, quindi, anche di giorno c’è solo il buio: non c’è il mare, non ci sono le montagne, gli alberi, il cielo o i volti di madre e padre. Eppure di notte, con gli occhi chiusi, affiorano forme, colori, figure umane e paesaggi naturali, immagini del mondo reale fino ad allora nascoste in qualche luogo misterioso: tutto quello, cioè, che i normodotati hanno visto, vedono e sognano…

Dell'interrogativo riguardante le modalità in cui sognano le persone non vedenti si sono occupati i ricercatori del “Laboratorio del Sonno” della Facoltà di Medicina dell’Università di Lisbona. Gli studiosi sono giunti ad un’incredibile ed inaspettata conclusione, scoprendo che, durante la fase REM del sonno, i sogni delle persone non vedenti dalla nascita… sono uguali a quelli dei vedenti!


Lo studio dell’Università portoghese, pubblicato sulla rivista scientifica inglese "Cognitive Brain Research" e premiato al congresso della Società Europea di ricerca sul Sonno, ha integrato e superato con nuovi metodi di analisi i precedenti studi in materia, che trattavano l’argomento solo dal punto di vista psicologico. I ricercatori, infatti, hanno utilizzato strumenti di misurazione dell’attività onirica sia qualitativi che quantitativi, arrivando a stabilire che i non vedenti, nei loro sogni, visualizzano le immagini proprio come noi, seppur non ne abbiano mai avuto esperienza tangibile. L’inconscio onirico – questo il nome ufficiale dell’universo iconografico che popola i nostri sogni – è uguale per tutti, vedenti e non. Se fino a qualche tempo fa si riteneva che coloro che sono ciechi dalla nascita non disponessero dello stesso “repertorio” delle persone vedenti, la ricerca portoghese ha provato il contrario. 

Helder Bértolo, biofisico responsabile dello studio, afferma che, come per i vedenti, anche nella fase REM del sonno dei non vedenti si attiva la corteccia visuale occipitale, ovvero quella parte del cervello deputata all’elaborazione delle immagini. Ciò significherebbe che, anche nei ciechi, l'attività onirica è visuale.

Altra "prova" del carattere visuale dei sogni dei soggetti non vedenti dalla nascita è scaturita, sempre nello stesso studio, dalla cosiddetta analisi grafica dei disegni sui sogni, realizzati dai volontari (sia ciechi che non) subito dopo il risveglio. I ricercatori hanno verificato che, presa come esempio la “silhouette” della figura umana, disegnata da vedenti e non, l'analisi grafica mostra come, su ben 51 linee comuni d’identificazione, l'unico elemento discordante si ritrova nel dettaglio delle orecchie, che i non vedenti disegnano nettamente più grandi (probabilmente perché toccate nel processo di riconoscimento di una persona).Si tratta di un risultato sorprendente, ma solo in apparenza, se si ricorda che già nel 1978 il ricercatore americano Michael Jacobson spiegava che, dal punto di vista neurofisiologico, nei ciechi congeniti il processo di “validazione funzionale” non procede alla specializzazione dei neuroni, che quindi rimangono potenzialmente audio/tattilo/visivi. Ed è proprio questa facoltà neotenica (= capacità biologica di conservare i caratteri non specializzati e immaturi di una specie) che consente la sinestesia, cioè la possibilità di percepire simultaneamente uno stesso oggetto per mezzo di sensi diversi.

Si pensa, infatti, che le immagini possano generarsi dalla "cooperazione" tra l'attività della corteccia visuale con l'attività degli altri organi sensoriali, quali tatto, udito, olfatto e gusto. Tuttavia non si esclude che l'essere umano possieda una sorta di banca dati di immagini "innate", utilizzate per preservare la specie. (2)

La comunità scientifica, per ora, si limita a formulare ipotesi. Ma le ricerche proseguono…


(1)  – Questo argomento richiama i concetti dell’Epigenetica (dal greco επί, epì = "sopra" e γεννετικός, gennetikòs = "relativo all'eredità familiare"), termine coniato nel 1942 da Conrad Waddington (1905-1975), ma già ipotizzato da  Aristotele (384-322 a.C.). Si riferisce ai cambiamenti che influenzano il fenotipo, senza alterare il genotipo. L’Epigenetica, infatti, è la branca della Genetica che studia tutte le modificazioni ereditabili che variano l’espressione genica, pur non alterando la sequenza del DNA. Si tratta, quindi, di fenomeni ereditari, in cui il fenotipo è determinato non tanto dal genotipo ereditato in sé, quanto dalla sovrapposizione al genotipo stesso di "un'impronta", che ne influenza il comportamento funzionale.

(2) - Ma le ricerche in questo ambito erano iniziate da tempo. Lavorando nei laboratori del National Institute of Mental Health (Bethesda, USA), il Dr. John Lilly (1915-2001) progettò una speciale vasca, al fine di studiare gli effetti della “deprivazione sensoriale” sul cervello umano e sugli “stati alterati di coscienza”. Il dibattito scientifico, a quell'epoca (1954), verteva sulla possibilità che il cervello umano smettesse di funzionare in assenza di stimoli sensoriali. Per investigare su questa ipotesi, John Lilly approntò questa vasca, in modo da ridurre al minimo, se non da escludere, gli stimoli esterni. Originariamente, la vasca permetteva allo sperimentatore di rimanere in posizione verticale, ma successivamente gli studi proseguirono su un modello ad assetto orizzontale. La vasca conteneva una soluzione acquosa ipersatura di solfato di magnesio, mantenuta costantemente a temperatura corporea, in modo da uniformare la sensazione termico-tattile con la pelle. Il corpo dello sperimentatore, soggetto ad un’adeguata spinta idrostatica, si trovava così a galleggiare, come in assenza di gravità o sospeso nel liquido amniotico, in un ambiente isotermico. L'assenza di altri stimoli sensoriali veniva garantita, isolando la vasca da luce e rumori esterni. Il Dr. Lilly sperimentò in segreto la vasca su sé stesso, mantenendo il suo organismo in assenza di stimoli per molte ore di seguito. Da queste esperienze capì che non solo il cervello non smetteva di funzionare, anzi, il galleggiamento e l’assenza di stimoli esterni inducevano nel cervello stesso una specie di “stato onirico profondo”, che gli consentiva una “espansione di coscienza”, una “sintonizzazione sulla memoria collettiva”, durante la quale si manifestavano visualizzazioni spontanee di ideogrammi ancestrali, come luminosità puntiformi, fiamme, fumo, nebbia in movimento, acqua che scorre, sagome di animali e figure umane. Tutto questo si riassume in una riflessione sconcertante (per chi voglia accettarla): i nostri stati alterati di coscienza sono reali (anche se diversi, perché accedono a dimensioni diverse), tanto quanto lo stato di veglia; e quelle realtà, in particolari circostanze, sono in grado di concretizzarsi. Infatti, i limiti che l’Uomo si pone sono convinzioni da trascendere, poiché qualunque convinzione è un limite superabile...




…in quanto la mente umana non ha limiti…

FONTI:

http://www.sapere.it/sapere/strumenti/domande-risposte/medicina-corpo-umano/cosa-sognano-ciechi-non-vedenti.html

http://www.segretiemisteri.com/tag/universita-di-lisbona/

http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/2014/08/14/colori-e-paesaggi-il-mistero-dei-sogni-dei-ciechi_8fc9c558-f292-4b32-b663-d7b5850a68d3.html

 

giovedì 31 dicembre 2020

CAPODANNO CELTICO: LA PORTA SEGRETA SI APRE...

 


                                                     di GIORGIO PATTERA

Le tradizioni, civili e religiose, dell’umano consesso non risultano univoche, per quanto riguarda la data in cui si celebra la ricorrenza del Capodanno. Ma non occorre spingerci, ad es., nella lontana Cina (che festeggia il Capodanno lunare in corrispondenza del novilunio, tra il 21 gennaio e il 20 febbraio) per sottolinearne la diversità: già tra le popolazioni del nostro occidente, in un passato non lontanissimo, la cultura Celtica faceva eccezione, posizionando il Capodanno nella notte fra il 31 ottobre ed il 1° novembre. Questo perché il “modus vivendi” dei Celti, imperniato principalmente in attività agricolo-pastorali, si rapportava strettamente ai cicli della Natura, alle sue regole ed alle sue esigenze. Di conseguenza, col mese di ottobre, per loro, terminava l’anno “lavorativo” e ne iniziava uno “nuovo”, previo un intervallo (l’inverno) dedicato alla quiescenza ed al rinnovo delle energie, sia di Madre Natura che dell’Uomo…


Ecco quindi comparire nel calendario celtico rinvenuto a Coligny (Francia centro-orientale) il termine SAMHAIN (o Samonios, come veniva chiamato dai celti insubri del Nord Italia), la cui etimologia deriverebbe dall'irlandese antico (= "la fine dell'estate"), mentre in gaelico significa "Novembre". ... 


E siccome per i Celti, a Novembre, con la Natura “morivano” anche gli uomini (= si interrompevano le gravose attività agricole), vediamo ora come questa antica civiltà considerava i defunti.

Secondo i Celti, a Samhain, nome celtico del Capodanno, si aprivano le porte fra il Regno dell’Al-di-qua e l’Altro-mondo. I morti risiedevano in una terra di eterna giovinezza e di felicità, molto spesso descritta come un’isola beata e si riteneva che in certe occasioni potessero soggiornare sulle colline, insieme col misterioso “Popolo Fatato”.

Nella notte di Samhain tutte le leggi dello spazio e del tempo erano sospese, permettendo agli spiriti dei morti (e talora anche dei vivi) di passare liberamente da un mondo all’altro.

Il confine invalicabile fra l’Aldiqua e l’Altromondo si faceva più sottile e cedevole, permettendo alle anime di mostrarsi o di comunicare con i viventi. Per questa ragione sono nate e si sono consolidate le celebrazioni in onore dei defunti, tradizioni giunte fino ai giorni nostri con qualche rituale che si mantiene inalterato nel tempo (ad es., accendere i “lumini” sulle tombe, anche se nessuno sa o ricorda più «perché si usa fare così»).

L’anno si rinnova…

Tradizionalmente il Capodanno Celtico si celebra a partire dal tramonto del sole, tra il 31 ottobre e il 1° novembre. Questo era il momento più solenne e importante: rappresentava il rinnovamento dell’anno, la fine e l’inizio di un ciclo in natura, nella vita quotidiana e nella sfera più intima e profonda della vita stessa, la spiritualità. Questo Capodanno segnava la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno, la notte era più lunga del giorno e l’anno nuovo si raffreddava gradualmente nella sua metà oscura e sotterranea. Samhain era chiamato anche “Trinoux Samonia”, ovvero “Tre Notti di Fine Estate” ed i festeggiamenti si protraevano quindi per tre giornate, se non addirittura per una decina di giorni.

Alla luce di quest’ultimo particolare, sembra che anche la festa di San Martino di Tours (11 novembre) sia una specie di “capo d’anno”, in quanto vi si ritrovano alcune delle connotazioni proprie del Samhain Celtico. Anticamente l’11 novembre coincideva con l’inizio d’un ciclo annuale, testimoniato non solo dall’aspetto folkloristico. Un tempo, infatti, a San Martino cominciava l’attività dei Tribunali, delle Scuole e dei Parlamenti; si tenevano le elezioni municipali; si pagavano affitti, rendite e locazioni; venivano rinnovati i contratti agrari, oppure si traslocava, tant’è vero che ancor oggi nel linguaggio popolare “fare San Martino” equivale a “traslocare”.


 L’antica “Festa dei Morti”

Molte leggende celtiche, in cui si narrano cicli epici di re ed eroi, si svolgevano nella notte di Samhain. Queste leggende si ricollegavano ai cicli di fertilità della Terra ed all'inizio del regno semestrale dell’Oscurità. Per i Celti, popolo dedito all'agricoltura e alla pastorizia, questa ricorrenza assumeva un’importanza particolarissima. La vita quotidiana cambiava radicalmente: le greggi venivano riportate giù dagli alpeggi e dai pascoli estivi; si raccoglievano le ultime mele; le coltivazioni non davano più frutti ed i campi venivano preparati per la nuova semina; le famiglie si chiudevano nelle cascine per trascorrere al caldo le lunghe e fredde notti invernali, dedicate a lavori artigianali (costruzione e/o riparazione di utensili), al chiacchiericcio di storie, leggende e filastrocche.

In alcune regioni del nord Europa, in particolare nelle Highlands scozzesi, i giovani uomini percorrevano i confini delle fattorie, dopo il tramonto, tenendo in mano delle torce fiammeggianti per proteggere le famiglie dalle Fate e dalle forze malevole, libere quella notte di camminare sulla terra. Questo era il momento in cui si poteva facilmente prevedere il futuro e la sorte, una tradizione che è rimasta “impigliata” in molte usanze folkloriche.


Com’è nata l’attuale “Festa dei Morti”

Lo spiega compiutamente proprio Eraldo Baldini: «Con l’affermarsi della nuova religione cristiana, la Chiesa cercò di cancellare le antiche feste “pagane”, cioè appartenenti a religioni precedenti, non abolendole, ma appropriandosene, riconducendole nel proprio ambito e mantenendone vivi solo la data, ma in parte anche il significato. Così, per cristianizzare il Capodanno Celtico, la chiesa pose al 1° novembre la festa di Ognissanti, alla cui diffusione contribuì soprattutto Alcuino (735 – 804), l’autorevole consigliere di Carlo Magno. Qualche decennio dopo, l’imperatore Ludovico il Pio, su richiesta di papa Gregorio IV (827 – 844), ispirato a sua volta dai vescovi locali, la estese a tutto il regno franco. Ma ci vollero ancora molti secoli perché il 1° novembre diventasse per tutta la Chiesa d’occidente la festa di Ognissanti: fu infatti papa Sisto IV a renderla obbligatoria nel 1475. Per non snaturare completamente le caratteristiche della “festa dei morti” dell’antico Capodanno Celtico, preso atto che comunque il popolo (e in larga parte anche il clero) continuava a conservarle, la Chiesa dedicò il giorno successivo, 2 novembre, alla Commemorazione dei defunti.

Fu Odilone di Cluny, nel 998, a ordinare ai Cenobi dipendenti dell’abbazia di celebrare l’ufficio dei defunti a partire dal vespro del primo di novembre, mentre il giorno seguente i sacerdoti avrebbero offerto al Signore l’Eucarestia “pro requie omnium defunctorum”. Il rito poi si diffuse a poco a poco al resto d’Europa, giungendo a Roma solo nel XIV secolo.

Al di là dei dati storici e degli aspetti della religiosità “ufficiale”, certo è che nel folklore europeo (e quindi anche italiano) i primi giorni di novembre hanno conservato aspetti che riportano ad un antico capodanno: per esempio, l’usanza in varie parti d’Italia di portare in regalo in quei giorni le “strenne”, per lo più costituite da dolciumi per i più piccoli. In questo caso, la tradizione vuole che i doni siano portati proprio dai defunti.


L’ospitalità agli antenati e il ristoro

Un tema fondamentale della Festa dei Morti è il rispetto e l’ospitalità nei confronti dei defunti, i nostri antenati che ritornano in questo mondo per una notte. Le anime dei trapassati devono, in quel giorno, venir confortate e placate, affinché (al pari delle divinità e del Popolo Fatato) siano propizie allo svolgersi dell'anno che ricomincia. Con il Cristianesimo, il culto popolare si muove su un piano di preghiera e di suffragio, ma nel frattempo i riflessi delle antiche tradizioni rimangono inamovibili in alcune usanze proprie a tutti i ceti sociali, dal più ricco al più povero: una di queste, sopravvissuta nel corso dei secoli, recita di porre lumini accesi sulle tombe dei propri cari. In passato, durante questa notte, anche la casa restava illuminata da una candela, che si accendeva per rendere più agevole il cammino dei defunti verso la loro antica dimora e la loro famiglia terrena. Da noi (ma anche nel resto dell’Europa) la tradizionale accoglienza si ritrova in varie usanze, ancora vive in parte nei piccoli centri, ma in gran parte completamente abbandonate. Ecco qualche esempio…

In Romagna una volta tutti si alzavano di buon’ora e i letti erano lasciati liberi per il riposo degli antenati. Si racconta che per l’occasione la massaia «cambia le lenzuola e le sceglie candide di bucato e odorose di spigo: appronta i letti per i morti della casa, che vi tornano a riposare stanchi del viaggio percorso dall’eternità». Anche nel Cremasco ci si alzava per tempo e si sprimacciavano bene i letti, perché i trapassati potessero trovarvi riposo.

Il banchetto è un’usanza registrata in molte regioni: quando arrivano in casa, i defunti devono trovare anche cibo e ristoro, così la mensa non si sparecchia e si lascia tutto pulito e ordinato.

I rituali delle offerte, della questua e dei banchetti


Ancora oggi ad Halloween i bambini, mascherati da mostri, vanno di casa in casa chiedendo un’offerta (“dolcetto o scherzetto?” si usa dire, un po’ ricalcando il “trick or treat” anglosassone). È un gioco rituale che deriva dall’antica tradizione di fare offerte ai defunti per la loro Festa (a volte i doni si lasciavano sulle tombe); in altri casi l’offerta si dava va chi li impersonava i Morti recandosi nelle case per una questua rituale. In molte zone il 1° novembre si usava fare una questua per i poveri raccogliendo per le case pane e farina, e si confezionavano dei dolci di forma particolare, detti «ossa dei morti».


In passato, a Fezzano (La Spezia), alla sera e alla mattina i bambini recitavano le preghiere insieme con i genitori e i nonni raccontavano storie e poesie paurose. Alla vigilia dei Morti, i bambini andavano di casa in casa per ricevere in dono fave, castagne bollite e fichi secchi: questi doni si chiamavano il «Ben dei morti». In Lombardia, le osterie di Bergamo e dei paesi vicini preparavano grandi pentole colme d’una speciale minestra d’orzo, che veniva caritatevolmente distribuita ai poveri. A Sellero (BS) e in Val Camonica si andava a Messa, pregando per i defunti; al ritorno si faceva una festa a base di polenta e “schelt”, un impasto fatto con farina di castagne. Si andava poi nella stalla a mangiare e a chiacchierare (si faceva “filò”), recitando il Rosario accompagnato da qualche bicchiere di “rosso” per difendersi dal freddo…


Il cibo che predice la sorte

Cibo tradizionalissimo per la ricorrenza dei Morti sono le fave: secondo gli antichi contenevano le anime dei loro trapassati ed erano sacre ai morti. Le fave, che per prime sbucavano dal terreno primaverile dopo che il seme era stato sepolto nella terra, erano il simbolo della resurrezione, già nell’antichissima credenza precristiana, il segno che le anime dei morti non perivano con il corpo. Anche oggi, in occasione delle festività dei primi di novembre, le «favette» o «fave dei morti» hanno questo arcaico e nobile significato. A Voghera e nell’Oltrepò Pavese si cantava e si mimava il gioco de “La bela vilana la pianta la fava... facendo in questa guisa», ripetendo inconsapevolmente una arcaica danza di incantesimo degli agricoltori per propiziarsi la produttività della terra.

La fava, antico ingrediente anche per i filtri delle fattucchiere è giunta attraverso i tempi con la sua carica di virtù magica al guanciale delle donne (specialmente lombarde) per predire fortuna o sfortuna domestica e nozze più o meno felici. Il rito si compie così: sotto il cuscino si pongono tre fave dentro un sacchetto, una intatta, una semi-sbucciata e una mondata. Quest’ultima sarebbe la maledetta, che predice una disgrazia o un marito spiantato, se estratta per prima al mattino.

C’è anche il rito, altrettanto celtico, dove si predice la sorte con una mela ma… ve lo racconteremo al prossimo Capodanno !

 

Fonti:

Trigallia - Il Portale delle Feste Celtiche - http://www.trigallia.com/capodanno.asp

https://www.lospazio.org/lospazio.org/Blog/Voci/2010/10/24_Samhain,_Capodanno_Celtico_Ognissanti-_Commemorazione_dei_defunti-_San_Martino-_Halloween..html

https://www.facebook.com/AlfredoCattabiani/posts/213111028860548:0





Baldini E. - “La festa di Halloween in Romagna e nella Padania: moda importata o tradizione millenaria?” - appendice a “Romagna Celtica” di A.Calvetti, Longo Editore, Ravenna, 2000.





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