“Solo se sei pronto a considerare possibile l’impossibile,

sei in grado di scoprire qualcosa di nuovo”.

(Johann Wolfgang Goethe)

“L’importante è avere un pensiero indipendente:

non si deve credere, ma capire”

(Hubert Revees)


“L’Uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando”

(Hubert Revees)

mercoledì 29 luglio 2020

Àtropa belladonna, lo sguardo “fatale”…

                                                         

                                                           di GIORGIO PATTERA


La Belladonna è una pianta erbacea perenne (fam. Solanaceae) con fiori campanulati, tubolosi e penduli di colore violaceo-cupo. In Italia cresce spontanea su Alpi ed Appennini, fino all’altitudine di 1.400 metri, prediligendo il suolo calcareo e il margine di boschi freschi e ombrosi, come le faggete. 


Fiorisce nel periodo estivo e i frutti sono costituiti da lucide bacche nere, che, nonostante l'aspetto invitante e il sapore gradevole, sono velenosissime per l'uomo. L’ingestione, anche in modesta quantità, da parte dei bambini (può bastare ½ bacca!), attratti dall’aspetto invitante delle bacche succose, che possono venir scambiate per altri appetitosi frutti eduli del sottobosco, come mirtilli o more, può provocare una serie di gravi conseguenze, quali diminuzione della sensibilità, forme di delirio, sete, vomito, seguìti, nei casi più gravi, da convulsioni e morte per insufficienza respiratoria. Per un adulto l’intossicazione avviene con l’assunzione di 20-30 bacche, ma non è tanto importante il numero in sé, quanto la concentrazione totale dei princìpi attivi (tropano-alcaloidi e scopolamina*) in esse contenuta: è sufficiente una dose da 0,01 a 0,1 grammi per provocare la morte…! Gli uccelli e i bovini risultano molto meno sensibili dell’uomo agli effetti tossici della Belladonna, mentre i conigli possono mangiare la pianta impunemente: sembra tuttavia che il cibarsi di questa essenza ne rendesse tossica la carne.



Il termine scientifico, Àtropa belladonna, deriva dalla sua “doppia personalità”, divisa fra i suoi effetti letali e l'impiego cosmetico. Àtropo era infatti il nome (in greco: Ἄτροπος = l'immutabile, l'inevitabile) di una delle tre Moire**, che, nella mitologia greca, taglia il filo della vita: ciò a ricordare che l'ingestione delle bacche di questa pianta può causare la morte.


Le tre MOIRE erano la personificazione del destino ineluttabile: il loro compito era, la prima, di tessere il filo del fato di ogni uomo, la seconda, di svolgerlo ed infine, la terza, di reciderlo, segnandone la morte. Àtropo (= l'inflessibile), la più anziana delle tre sorelle, rappresentava il destino finale: la morte d'ogni individuo, poiché a lei era assegnato il compito di recidere, con lucide cesoie, il filo che ne rappresentava la vita, decretandone il momento del trapasso.

Il nome volgare Belladonna, invece, fa riferimento ad una pratica che risale al Rinascimento: le DAME usavano un collirio a base del succo di questa pianta, per dare risalto e lucentezza agli occhi (ed attrarre quindi l’attenzione maschile…), grazie alla sua capacità di dilatare la pupilla: un effetto detto midriasi, dovuto all'atropina, che agisce direttamente sul sistema nervoso parasimpatico. Oggi alcuni dei suoi numerosi princìpi attivi sono impiegati nella tecnica medica per dilatare le pupille durante le visite oculistiche o come anestetico, in caso di lesioni corneali.


Sebbene la Belladonna evochi immagini di veleno e morte (la pianta è stata usata come veleno fin dai tempi antichi), costituisce un utile e benefico rimedio se usata correttamente. Gli ALCALOIDI TROPANICI in essa contenuti, adeguatamente dosati, servono a ridurre le secrezioni (salivari, gastriche, intestinali, bronchiali) e a controllare gli spasmi della muscolatura liscia (tubuli urinari, vescica). Risulta efficace anche per rilassare lo stomaco, alleviare il dolore da coliche e combattere l’ulcera peptica, riducendo la produzione dell’acidità gastrica. Può essere usata per trattare i sintomi del Morbo di Parkinson, riducendo tremori, rigidità e migliorando la parola e la mobilità.


E pensare che, nei secoli bui, si riteneva che durante il “sabba infernale” intorno all’albero di Noce, le “STREGHE” mescolassero nell’immancabile pentolone, oltre al Giusquiamo ed allo Stramonio, anche la Belladonna, ottenendone così una pozione che consentiva loro di “VOLARE”…
Anche oggi si “vola”, purtroppo, ma con altri (ahimè, mortiferi…) allucinogeni…

(*) = Come principio attivo, la Scopolamina in molte culture antiche è stata utilizzata con i più svariati scopi: gli Arabi e gli autoctoni delle Isole Canarie la utilizzavano contro i nemici, gli Sciamani messicani e gli Aztechi la usavano come allucinogeno per predire il futuro, a Delfi gli antichi Greci ne facevano uso per indurre ipnosi e predire il futuro nei riti religiosi.



L'utilizzo della scopolamina come siero della verità durante gli interrogatori è stato praticato da molte Agenzie d’Intelligence, inclusa la CIA, sin dagli anni ‘50 (cfr. Progetto MK-ULTRA). In seguito all'evidenza della sua scarsa utilità (gli effetti allucinogeni producono distorsione nella percezione della realtà), il suo impiego venne abbandonato. Sembra che nei campi di prigionia nazisti il criminale Josef Mengele abbia sperimentato la scopolamina, come droga per estorcere ai prigionieri informazioni sui movimenti e le dotazioni belliche del nemico.
Dato che può determinare alterazione della coscienza seguita da amnesia, la scopolamina è talvolta somministrata di nascosto, disciolta in bevande, aggiunta ad alimenti o addirittura, essendo una sostanza incolore ed inodore, può essere semplicemente fatta inalare all'ignara vittima, per commettere rapine o violenze sessuali.

(**) = Corrispondenti alle tre PARCHE, nella mitologia dell’antica Roma.

RIFERIMENTI:

https://it.wikipedia.org/wiki/Atropa_belladonna
https://it.wikipedia.org/wiki/Moire
https://it.wikipedia.org/wiki/Scopolamina

BIBLIOGRAFIA:

AA.VV. – CURARSI con le ERBE – Polaris, 1995

North P.M. – PIANTE VELENOSE – The Pharmaceutical Society of Great Britain, London

M.I.Macioti – MITI E MAGIE DELLE ERBE – Newton Compton / Roma, 1993

A.Chevallier – ENCICLOPEDIA DELLE PIANTE MEDICINALI – Idea Libri / Milano, 1997

F.Stary – PIANTE VELENOSE – Istituto Geografico De Agostini / Novara, 1987



domenica 26 luglio 2020

I CELTI e gli EXTRA-TERRESTRI




                                                  Le Stelle sono piccolissime fessure,
                                        attraverso le quali fuoriesce la luce dell’Infinito…
                                                                     (Confucio)


                                                            di GIORGIO PATTERA

Fin dalle epoche più remote i popoli si dedicarono allo studio del cielo, indotti dal fascino che la volta stellata esercita sull'uomo, ma anche dalla necessità di stabilire calendari idonei a programmare le varie attività agricole, secondo il volgere delle stagioni, nonché di orientarsi nei grandi spostamenti, sia per terra che per mare. L'osservazione del firmamento costituisce infatti, ancor oggi, la garanzia di base per una corretta navigazione. In un secondo tempo, sempre per il fascino che le stelle esercitano sull’uomo e per poter in un certo modo collegare la volta celeste con lo svolgersi della propria vita, sono nati lo Zodiaco e la Divinazione.


E’ forse per questo motivo che tutte le culture hanno sempre contemplato una forma di predizione del tutto particolare: l’oroscopo. Probabilmente non tutti sanno che questo termine, così usato (ed anche ultimamente inflazionato) nel comune linguaggio quotidiano, possiede una derivazione etimologica ben precisa. Deriva infatti dal lemma greco Oroscòpion, composto dal verbo skopéo (che significa osservo) e dal sostantivo ora (che, in quest’accezione, assume il significato più ampio di tempo). Quindi, letteralmente, “l’osservazione del tempo”, cioè della situazione rispettiva dei corpi celesti nel momento in cui avviene la nascita, per poter presagire gli avvenimenti futuri nella vita dell’individuo (a questo proposito, cfr. la ns. ricerca “Siamo figli delle Stelle?”, in questo stesso blog, al link https://giorgiopattera.blogspot.com/2020/06/siamo-figli-delle-stelle-eredita-extra.html


I CELTI attribuivano grande importanza ai corpi celesti, quali le Stelle, il Sole e la Luna: questi ultimi, con i loro movimenti ciclici, si rivelano fondamentali per la suddivisione del tempo. L’anno era essenzialmente basato su due eventi: il sorgere di ALDEBARAN e quello di ANTARES, che segnavano i due periodi fondamentali: quello caldo e quello freddo. Il calendario celtico, basato sulla Luna, era molto complicato, ma ad un tempo talmente preciso (per l’epoca), che poteva addirittura prevedere le eclissi di Luna o di Sole con un errore di soli 3 giorni!

Il cielo del 500 a.C. (nel periodo del massimo sviluppo della cultura celtica in Europa) era leggermente diverso da quello cui siamo abituati oggi, a causa del fenomeno della “precessione degli equinozi”, secondo il quale l’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre varia ogni 25.786 anni circa. Questo perché il piano equatoriale, perpendicolare all'asse di rotazione terrestre e passante per l'equatore, non coincide con il piano dell'eclittica, contenente l'orbita descritta dalla Terra nella sua rivoluzione intorno al Sole, ma forma con essa un angolo di 23°27'. Per tale fenomeno, la stella più vicina al polo nord celeste, nel 500 a.C., non era l’attuale stella Polare (tra circa 13.000 anni sarà Vega), ma Kochab, sempre nella costellazione dell’Orsa minore; ciò rendeva possibile osservare dalla Gallia alcune costellazioni oggi visibili solo dall’emisfero australe.


In corrispondenza del 1° novembre, festa di Samain, era in levata eliaca (= il sorgere d’un astro quasi contemporaneamente al Sole) Antares, una stella rossa di prima magnitudine, la più luminosa della costellazione dello Scorpione. Ad Imbolc, circa il 1° febbraio, era in levata eliaca Capella, stella gialla della costellazione dell’Auriga, anch’essa di prima magnitudine. A Beltaine, il 1° maggio, sorgeva poco prima del Sole la stella rossa Aldebaran, la più luminosa della costellazione del Toro. Il colore della stella sembrava intonarsi perfettamente col colore del fuoco, associato al dio Belenus. Infine Sirio, la stella più luminosa di tutto l’emisfero boreale, nella costellazione del Cane maggiore, sorgeva eliacamente al 1° agosto, in corrispondenza della festa di Lugnasad. La stella più brillante, dunque, era associata a Lug, la divinità celtica più importante.


Tutte le popolazioni antiche hanno sempre alzato lo sguardo al cielo, con la speranza di ricavarne indicazioni utili per la vita sulla terra. Tuttavia, ribadiamo, l’attenzione che i Druidi (i mitici sciamani celtici) riservavano al cielo ed alle costellazioni non era finalizzata all’uso astrologico: l’astrologia, infatti, si diffonderà solamente più tardi, come “modus vivendi” di provenienza orientale, importata in occidente dai Romani in seguito agli influssi etnici assorbiti nei contatti con i popoli dell’Asia minore. L’astrologia occidentale ha così suddiviso l’eclittica (= piano dell’orbita terrestre intorno al Sole) nei dodici segni tradizionali, il cui nome anticamente si legava alle costellazioni osservabili lungo la fascia di cielo detta Zodiaco.

Ma culture diverse hanno in passato elaborato concezioni diverse, che ancor oggi mostrano una loro validità: fra tutte emerge in particolar modo l’oroscopo celtico, da cui si evidenzia (se mai ce ne fosse bisogno) il legame indissolubile che i Celti avevano stretto con le forze e gli elementi della Natura. Quella celtica era una popolazione presente fin dagli albori su gran parte del territorio europeo, compreso il nord Italia, corrispondente grosso modo all’odierna pianura padana.


Gran parte della giornata e dell’intera vita si svolgeva nelle foreste e le leggende ricamate intorno a questo magico popolo, conservate a stento nel “background” culturale delle nostre tradizioni, sono state tramandate oralmente.


I sacerdoti celti (ad un tempo cosmologi, erboristi e uomini di scienza in generale) avevano sviluppato una forma di “astrologia” del tutto particolare: il loro sistema era articolato su 22 “segni”, ognuno dei quali corrispondeva ad un ALBERO, le cui virtù avrebbero influito sulle persone nate in quei giorni. Per i Druidi, l’albero rappresentava il ciclo della vita e la correlazione fra le tre parti del cosmo: il sottosuolo (le radici), la terra (il tronco) ed il cielo (la chioma). Inoltre, da profondi conoscitori degli eventi celesti, suddivisero il percorso apparente del sole in vari settori, attribuendo a ciascuno l’albero che, per le sue caratteristiche, più si adattava a quel momento dell’anno. I 22 alberi individuati dalla cultura celtica caratterizzano quindi ciclicamente le persone nate nei diversi periodi dell'anno.


Per questo, è lecito ipotizzare che i Celti tenessero in gran considerazione il concetto “così è in alto, come in basso”, per poter collegare le analogie tra le forze della Natura e quelle umane: ad ogni costellazione fu pertanto assegnato un albero, considerato “simbolo di vita”.

In conclusione, l’impronta lasciata da un popolo si misura dalla sua saggezza e dalla sua spontaneità culturale: se questo è vero, si può tranquillamente ritenere che, quella dei Celti, sia stata una delle più grandi civiltà esistite sul nostro Pianeta.

A questo punto, come direbbe qualcuno, la domanda sorge spontanea: ma era proprio tutta farina del loro sacco? Domanda, questa, che gli addetti ai lavori si sono posti in circostanze similari: Sumeri, Egizi, Maya…

Anche in questo caso ci sentiamo di azzardare un “NO” deciso, alla luce di quanto andremo ad esporre. 

 «Io conosco dei racconti che sono venuti dal Cielo…»

(Taliésin, bardo gallese – V° sec.d.C.)


E’ ormai da quasi mezzo secolo che molti ricercatori dell’ignoto orientano i loro lavori nel tentativo di demitizzare i personaggi, strani e favolosi, che affollano le leggende, le tradizioni, le mitologie ed i “pantheon” religiosi dei popoli antichi. Alcuni di questi ricercatori, che definire “coraggiosi” è quanto meno riduttivo, sono giunti all’incredibile conclusione che la grande maggioranza di queste misteriose entità superiori, più o meno divinizzate dalle credenze popolari, altro non erano che una specie di “coloni”, venuti, se così si può dire, da pianeti lontani a bordo di “carri di fuoco”, quegli stessi che oggi chiamiamo “dischi volanti”, U.F.O. o, “prudentemente”, O.V.N.I. (oggetti volanti non identificati), fino a giungere all’acronimo U.A.P. (Unidentified Aerial Phenomena) coniato nel 2015 dal Pentagono.

Ora, le ricerche di questi “picconatori di testi sacri” sono in grado di affermare che lo studio approfondito ed asettico della Tradizione Celtica può confermare tutto ciò che i colleghi “ortodossi” hanno scoperto nelle tradizioni degli altri popoli: Sumeri, Assiri, Babilonesi, Iraniani, Indù, Maya, Egizi, Greci, Ebrei. Il tutto, però, osservato con ottica diversa o, meglio, possibilista: in antitesi, cioè, con la classificazione di “oggetti e/o manufatti non riconducibili ad un’identificazione certa” mediante l’etichetta, frettolosa e superficiale, di “oggetto rituale” o “di culto”, che i canoni dell’archeologia “ufficiale” sono soliti attribuire a tutto ciò che non riescono a spiegare.
In questo modo si giunge a precisazioni estremamente interessanti sulle conoscenze scientifiche di quei “colonizzatori venuti dal cielo” che i nostri lontani progenitori chiamavano “gli dèi”; sulla loro particolare natura, a volte simile ed a volte diversa da quella umana; ed infine, dettaglio che si rinviene esclusivamente nella tradizione celtica, sulle coordinate spaziali di provenienza di quei “visitatori” che, in un remoto passato, s’insediarono nelle regioni pre-Celtiche.



A causa della mancanza di documentazioni – i Celti avevano un proprio alfabeto, l’Ogham, ma trasmettevano il sapere agli iniziati solo oralmente – e dell’ostracismo nei confronti della cultura celtica dopo la conquista da parte delle legioni di Cesare, nessuno finora aveva pensato di chiarire il mistero degli esseri che “operavano” prima degli uomini nel nord-Europa. Ed ora ci proveremo noi.


Anche gli Dèi hanno i “carri”…

All’epoca dei Celti, come in tutti i tempi lontani, i comuni mortali usavano il cavallo per gli spostamenti. I più fortunati (pochi, in verità) possedevano anche un carro, cui attaccavano un cavallo o (i personaggi importanti) eccezionalmente due. Ma i “carri” di coloro che venivano chiamati “gli Dèi accorsi dal cielo” erano molto diversi dal tipo classico: sentiamo come li descrive Arbois de Jubainville nel trattato “Druides et Dieux en forme d’animaux”: «…La dea Badb si muoveva con un carro al quale era attaccato un solo cavallo rosso. Questo cavallo aveva una sola zampa; il timone del carro gli passava attraverso il corpo e la sua punta usciva dalla fronte del cavallo stesso, che ne faceva al contempo da sostegno. Alla fine del carro c’era un mantello rosso, che ricadeva al suolo e spazzava il terreno…». Certo che avere una zampa sola dev’essere ben “fastidioso” per un animale che deve galoppare! Soltanto per stare in piedi, il “cavallo ad una gamba” è obbligato, per sostenersi, ad appoggiarsi al carro e visto che il timone gli attraversa il corpo, sarebbe più semplice dire che questo singolare “equino” faceva tutt’uno col veicolo. 


A questo punto, tralasciando le allegorie mitologiche che circondano la presunta “divinità”, derivate dal substrato culturale delle popolazioni cui si manifestavano quelle strane apparizioni, non è contraddittorio azzardare l’ipotesi che il “carro” con cui si spostava la dea Badb non fosse altro che un “velivolo”, in cui il “cavallo” ad una zampa corrisponde allo scafo dotato di puntello (come descritto in alcuni OVNI) ed il “timone” ad un alettone direzionale o ad un albero d’elica. (Curiosamente simile è la ricostruzione effettuata da Blumrich, ingegnere NASA, circa il “carro di fuoco” descritto dal Profeta Ezechiele nell’Antico Testamento, 1°, vers.1-28). Quanto al “mantello rosso” trascinato posteriormente, è fin troppo facile individuare in esso il bagliore emesso dal sistema di propulsione.

Se ciò fosse vero, si comprenderebbe il motivo per cui i “carri degli Dèi” raggiungessero velocità vertiginose, con le quali “…nessun altro carro poteva rivaleggiare…”. «Improvvisamente – prosegue l’autore irlandese nella sua ricostruzione – il carro (letteralmente) “s’involò a velocità prodigiosa, in quanto la dea si era mutata in un grande uccello nero”. Da quel momento in poi, i Bardi irlandesi, allorché dovranno descrivere quegli “oggetti volanti” mai visti prima, li chiameranno “uccelli neri”». In un altro lavoro del predetto autore, la stessa dea Badb, al momento di “involarsi”, viene accompagnata da un’espressione pittoresca: “…sparì in una Gloria…”.


Questo termine inconsueto, “Gloria” (si ritrova anche nella dizione “un cielo di gloria”), si traduceva nei tempi antichi come “un irraggiamento di porpora e d’oro”, descrizione molto simile a quella usata da Ezechiele nel momento di avvistare ciò che riteneva, appunto, “la Gloria del Signore”; ed anche, facendo un parallelo con i giorni nostri, ai resoconti dei testimoni di fenomeni UFO, che confermano il comparire e lo scomparire dei misteriosi oggetti come “avvolti da un alone luminoso, cangiante dal rosso fuoco (porpora) al giallo-aranciato (oro)”.

Ma oltre che in cielo, anche in mare gli “Dèi celtici” detenevano un dominio incontrastato; anzi, addirittura sotto il mare: sembra infatti che per gli spostamenti sulla fase liquida utilizzassero “…vascelli d’argento che navigavano sotto le acque…”. Questo ci riporta alla mente l’incredibile viaggio del Profeta Giona nel ventre di quell’animale marino che identificò in una balena; una balena davvero strana, tuttavia, in quanto provvista di “occhi sui fianchi” (oblò?). E come non ricordare il Tripura vimana, che ritroviamo nel “Vymaanika  Shaastra”, poema epico indù risalente a circa 4.000 anni fa?



Le armi degli “Dèi”

“… I loro compagni erano spariti, senza lasciare traccia…”
(da Manawyddan)



Da «Dieux et héros des Celtes», di M.L.Sjoestedt, attingiamo: «…Il “vestiario da guerra” degli Dèi celtici era alquanto diverso da quello dei comuni guerrieri. Una delle divinità-guerriere più temibili era Balor: si trattava di un “ciclope”. Il suo unico “occhio”, tuttavia, possedeva una straordinaria peculiarità: quando si apriva (a riposo era protetto da una pesante “palpebra”), “… il suo sguardo abbracciava l’insieme delle forze avversarie, che cadevano folgorate dal lampo che ne scaturiva…”». 



Traslazioni mitologiche a parte, siamo convinti che Balor, in realtà, calzava un casco particolare, provvisto d’apposita schermatura che gli consentiva di vedere attraverso, tanto da farlo sembrare privo degli occhi; casco sormontato da un’apertura, regolata da un otturatore (palpebra), il quale, aprendosi, lasciava partire una radiazione micidiale (lampo), probabilmente un raggio laser, azionato da chi indossava quell’elmo inusitato.



A corroborare quanto affermato, possiamo aggiungere che ci siamo orientati sulla strada del Laser, in quanto sui “caschi” delle divinità combattenti, portati alla luce durante gli scavi archeologici negli insediamenti celtici, sono stati rinvenuti cristalli di RUBINO: com’è noto, il rubino si trova alla base della generazione del raggio laser, perlomeno di quello di prima generazione. Tutto questo può far pensare ad una produzione fantascientifica “ante litteram”, se non fosse che, ai giorni nostri, le truppe speciali di sicurezza di molti Paesi sono dotate, per l’appunto, di casco sormontato da puntatore laser, di cui basterebbe variare la frequenza per trasformarlo in arma letale. Di questo particolarissimo copricapo non abbiamo il nome, mentre conosciamo la denominazione di un’altra terribile arma: Gaebolg, ovvero “la lancia magica”. Perché magica? Perché, a quei tempi, una lancia (perlomeno creduta tale) che “si allungava a volontà e non mancava mai l’avversario” non poteva che guadagnarsi tale appellativo, da parte dei “comuni” guerrieri che, pur valorosi e possenti, erano abituati a brandire lance “comuni”, costituite cioè di robusto legno e di una punta di temprato metallo. Anche in questo caso, dunque, siamo in presenza di un’arma non convenzionale: probabilmente si trattava di un “tubo” (di materiale ignoto) dalla cui estremità scaturiva, ancora una volta, un raggio laser, in grado di colpire il nemico, anche in movimento, a qualunque distanza.

Arma talmente pericolosa che, a riposo, “era necessario mantenerne l’estremità immersa in un paiolo pieno d’acqua”. Quest’ultimo dettaglio conferma l’esattezza dell’intuizione di non poter circoscrivere tutte queste narrazioni nell’ambito dell’inflazionata “mitologia”, poiché anche la tecnologia moderna adotta per certi generatori Laser un’analoga precauzione, differente solo per il liquido utilizzato. Recita infatti Raymond Channel nel trattato “Le laser et ses applications”: «…È sconsigliato, quando non si desideri utilizzare la potenza del fascio, lasciare permanentemente in funzione l’apparecchiatura laser, perché in tal modo la temperatura del cristallo s’innalza pericolosamente…». Oggi il raffreddamento si ottiene con l’aria liquida, che viene conservata in un apposito contenitore a doppia parete, argentato all’interno, chiamato “vaso di Arsonval”: che fosse qualcosa di simile, il “paiolo” di celtica memoria?


Concludiamo questo “arsenale” con quella che, in un passato non troppo lontano, è stata realizzata dalla moderna tecnologia bellica, la cosiddetta “arma finale” o “arma totale”: quella nucleare. Dal “Manawyddan” estrapoliamo: «…Quella sera, mentre ci trovavamo a Gorsedd Arberth, scosse l’aria un gran colpo di tuono, seguito da una nuvola così spessa che non si poteva vedere oltre. Quando la nube si dissipò e tutt’intorno si schiarì, gettammo lo sguardo sulla campagna che avevamo attraversato prima: bestiame, dimore, persone, tutto scomparso. Anche i nostri compagni erano spariti, senza lasciare traccia…». Che dire? Non sembra di riascoltare, purtroppo, la descrizione delle distruzioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki? Fu l’identica sorte toccata a Mohenjo-Daro e Harappa, magistralmente descritta da David Davemport, nel suo ormai introvabile capolavoro “2000 a.C.: distruzione atomica”?


 Ma, alla fine, da dove venivano questi “Dèi”?


Abbiamo citato all’inizio un passo di Taliésin, bardo gallese del V° secolo. Bardo (= poeta), sì, ma anche Drùido (=iniziato, lo afferma lui stesso) e, probabilmente, anche qualcosa di più: un mutante (), frutto quindi d’incrocio fra una donna ed un’entità superiore pseudo-divina, d’origine extra-terrestre. Un po’ quello che si legge nel capitolo VI della Genesi, quando si parla dell’unione dei Nefilim, “caduti dal cielo”, con le “figlie degli uomini”. Taliésin, quando parla dei “colonizzatori”, li chiama «Tuatha di Danann»: “tuatha”, in Gaelico, significa “tribù” e “Danann” “del dio di Dana”. In Bretone popolare, Dana diventa Dan e, in Gallese, Don. E qui interviene uno dei più noti studiosi della cultura celtica, J.Markhale, che, nel suo libro “Les Grands Bardes gallois”, ci svela l’enigma: «…Llys Don significa “la corte di Don”, che serve a designare la costellazione di Cassiopea». Ecco individuata, quindi, la provenienza dei “colonizzatori”: la costellazione (Corte = insieme di stelle) del dio di Dana, di cui ovviamente, come sottintende la denominazione stessa, Dana è il pianeta maggiore. Se in una notte limpida contempliamo la volta celeste e puntiamo la stella polare, un po’ più a destra (si fa per dire…) compare una “macchia bianca”: è Cassiopea, alias “la Corte di Dana”, come la chiamavano gli antichi Celti, dal cui pianeta principale (Dana, per l’appunto) i nostri extra-terrestri partirono in un remoto passato, in direzione nord-Europa. Taliésin, infatti, prosegue: “…Dana ha riunito i suoi figli e ha detto loro di scendere sulla Terra, dove regna il disordine…”.


Se era necessario che “i figli di Dana” scendessero sulla Terra per ristabilire l’ordine, è evidente che questi abitavano un altro pianeta ed il fatto che si parli di un sito geografico come di una persona, è consuetudine acquisita da tempo: non si dice, infatti, “La Terra ha inviato i suoi figli alla conquista dello spazio”, “L’Europa si scontra con altre civiltà”, ecc.?
E noi, ironicamente, aggiungiamo: i “figli della Terra”, già a quei tempi, non erano conosciuti all’Estero come “bravi ragazzi”, se c’era bisogno di “mettere ordine fra loro”… Ma questo, si sa, è nel DNA dell’Uomo…

Va ricordato, inoltre, che il termine “Dana” nella tradizione celtico-irlandese significa “la madre degli Dèi” ed è presente anche nella forma “Ana”. Quest’ultima dizione viene ricollegata dai proto-linguisti ad “An” o “Anu”, che nella simbologia sumerico-accadica sta ad indicare “l’alto”, “il cielo” e nell’alfabeto cuneiforme è scritto con lo stesso ideogramma della parola “dio” (DIN.GIR). Quindi, letteralmente, “il dio che sta in alto, nel cielo”, la stessa denominazione che usa il “Pater noster” della religione cristiana. Il che sta a confermare, se mai ce ne fosse bisogno, che il detto “tutto il mondo è paese” è vecchio quanto l’Uomo…




Una curiosità: la raffigurazione della “Madonna Nera” (presente in Itala in 19 santuari, in Francia in un centinaio ed anche in altri insediamenti celtici del resto d’Europa) va collocata in stretto rapporto con la tradizione celtica. In quest’ambito, infatti, riveste un ruolo importante la figura della “Madre-Vergine-Karidwen”, che si riallaccia all’etimo “Dana” della tradizione irlandese di cui sopra e che significa letteralmente “porta divina” (da cui la “ianua coeli” delle litanie cristiane). Karidwen (o Cerridwen) era rappresentata sotto due aspetti: come la “dea bianca”, corrispondente alla Luna Nuova (= nascita), e come la “dea nera”, corrispondente alla Luna Vecchia (= morte). Questo perché, come s’è detto, i Celti suddividevano il tempo secondo i cicli della luna e non del sole.

CONCLUSIONI

La tradizione celtica localizza il punto d’approdo degli extra-terrestri nel Nord-Nord-Ovest dell’Europa e riporta le date del loro arrivo, coincidenti quasi sempre, secondo il calendario celtico, con le ricorrenze di Beldan (1° maggio) e di Saman (1° novembre). Perché? Non crediamo che a quei tempi esistessero già le agenzie di viaggio, che offrivano i pacchetti “low cost” fuori stagione… La spiegazione, forse, è un’altra ed in questo la Geofisica può esserci di supporto. Il nostro pianeta è circondato da una specie di schermo, chiamato Fascia di Van Allen, che lo protegge dall’eccessivo bombardamento da parte delle particelle cosmiche, molto dannose perché ionizzanti, e delle radiazioni ultraviolette, micidiali per i microrganismi: senza la Fascia di Van Allen, la vita sulla terra non sarebbe possibile. Potrebbe darsi che questa cintura, in qualche modo, arrecasse “disturbo” (per le radio-comunicazioni?) alle cosmonavi aliene. 




Tuttavia esistono tre “corridoi”, in corrispondenza dei quali la fascia sembra attenuare la propria attività: questi si trovano sulla perpendicolare del Polo Sud, al disopra dell’Africa e, giustappunto, sulla perpendicolare del Polo Nord. Ma perché proprio il 1° maggio ed il 1° novembre? Potremmo ipotizzare che, per leggi di natura ancora sconosciute (forse legate all’inclinazione dell’asse terrestre?), nei due periodi indicati l’attività della suddetta fascia si riduca ulteriormente, favorendo in tal modo l’ingresso delle navi spaziali nella nostra atmosfera. 

In conclusione, la tradizione celtica rafforza la convinzione che, similmente all’India, al vicino e lontano Oriente, al bacino del Mediterraneo e all’America precolombiana, anche l’estremo nord dell’Europa abbia conosciuto in epoche remote la visita di entità aliene, a dimostrazione che l’intero nostro pianeta è stato (e continua ad essere) oggetto d’attenzione, a ripetute ondate, da parte dei “signori del cielo”. Applicando un’interpretazione della tramandazione gaelico-britannica scevra da preconcetti e luoghi comuni, abbiamo potuto conoscere i loro mezzi di locomozione, le loro armi, le loro tecniche medico-chirurgiche e fito-farmacologiche, convincendoci sempre più che, migliaia d’anni or sono, essi erano detentori d’una scienza pari (per alcuni aspetti) o addirittura superiore (per altri) a quella terrestre del XX e, perché no, anche del XXI secolo.


Tutte e solo fantasie? Può darsi, ma agli ultra-scettici, ai super-positivisti ed ai maxi-nihilisti che affollano da sempre l’umano consesso vogliamo ricordare, a conclusione di questa ricerca, che Karla Turner, nel libro “Rapite dagli UFO”, al paragrafo «Retroterra personali», evidenzia: “…Tutte le otto donne (protagoniste di IR 4; N.d.R.) hanno dimostrato di possedere facoltà parapsicologiche superiori alla media. I dati sull’origine etnica tendono a dimostrare che la discendenza celtica e dai nativi americani, rispetto ad altri specifici gruppi etnici, è prevalente nei resoconti di IR 4 avvenuti in America…”.

Il che starebbe a dimostrare che quei “signori del cielo”, oltre che in tecnologia, erano superiori anche sotto l’aspetto delle promesse: avevano preannunciato “un giorno ritorneremo” e sembra proprio che, quella promessa, la vogliano mantenere…


BIBLIOGRAFIA


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lunedì 20 luglio 2020

Esseri senza bocca, uomini senza volto: enigma archeo-antropologico del bacino lunigianese


di GIORGIO PATTERA

Filattiera, Taponecco, Filetto, Minucciano: forse da questi antichi insediamenti dell’odierna Lunigiana partirono verso il 1400 a.C., in piena età del bronzo, alcuni  temerari manipoli di  << LIGURES >>, i quali, sfidando ciò che rappresentava a quei tempi l’incognita assoluta, si avventurarono nel Mar Tirreno in cerca di altri spazi da colonizzare ed approdarono in una nuova, grande terra, la Corsica, su cui trapiantare se stessi, la propria civiltà e le proprie tradizioni religioso-culturali.




E’ curiosa, a questo proposito, l’assonanza di alcuni topònimi lunigianesi (Filetto, Filattiera) con quello còrso di Filitosa, complesso neolitico che costituisce senza dubbio la testimonianza più notevole della presenza nell’isola di enigmatiche popolazioni di origine centro-europea, che alcuni storici fanno discendere da antiche tribù celtiche. In effetti, i caratteri di alcune iscrizioni ritrovate incise su statue-stele (Bigliolo, Zignago) possono ricordare quelli dell’alfabeto celtico (cfr. tabella).





L’étimo di Filattiera deriva dal greco philaktérion che, in senso figurato, significa <<segno magico>>: le statue-stele dei misteriosi <<esseri senza bocca>> e <<uomini senza volto>>, raccolte in originale nel Museo archeologico della Spezia, sono opera della stessa espressione artistica che ispirò gli autori dei MENHIRS di Filitosa?

Può darsi; e per renderci conto di quanto sia effimero, in archeologia, il confine tra fantasia e documentazione storica, occorre procedere con ordine.
Le «statue-stele» o «statue-menhirs» (dette anche «stele antropomorfe»), oggi in gran parte ospitate in calco nelle sale del Museo del Piagnaro, a Pontremoli (MS), sono denominate «statue-stele lunigianesi», in quanto tutte (tranne un paio) sono state rinvenute nell’ambito del territorio della Lunigiana, una regione storica che trae il nome dalla città (a quei tempi portuale) e colonia romana di Luni. La prima fu trovate a Zignago, in Val di vara, nel lontano 1827, seguita da altre due, nel 1886, durante la costruzione di un bacino dell’Arsenale Militare della Spezia; attualmente, tra integre ed in frammenti, se ne contano oltre una settantina.



La Lunigiana può essere considerata come una sub-regione, non rispondente a nessuna giurisdizione amministrativa attuale, ma che, grosso modo, ricalca i confini dell’antica diocesi di Luni. In tutto il territorio ricorre spesso il termine «LUNA» (nomi di località, folklore, ecc.), come rimembranza, forse, d’una ancestrale usanza perduta: quella del culto arcaico di adorazione della dea Luna; fenomeno spesso ricorrente nelle popolazioni primitive (ed accertato in loco prima dell’insediamento romano), in antitesi al culto del Sole.

Indubbiamente molte di queste statue-stele mostrano la parte più singolare nella testa, che presenta un enigmatico volto di forma tipicamente «lunata», anzi «a mezza luna» o «a cappello di carabiniere»: conferma, questa, della loro funzione magico-rituale nell’ambito del culto lunare? Non si può escludere; ma anche questa è solo una delle tante ipotesi.


E così, in attesa di maggiori certezze, c’è anche chi, come il russo KASANTZEV, è giunto alla conclusione che le statue-stele hanno tratti ESTRANEI ad ogni civiltà conosciuta, per ciò che concerne la conformazione del capo; il quale ricorda molto da vicino, ovviamente deformato dalla fantasia di un popolo primitivo, un elmetto spaziale, molto simile a quello in uso agli attuali cosmonauti.

Fantasie? Forse, ma in parte legittime, visto che anche presso altre civiltà esistono i cosiddetti <<uomini senza volto>>, <<uomini invisibili>>, <<esseri senza bocca>>: senza bocca perché coperta da un casco da astronauta? E l’<<uomo invisibile>>? Voleva forse dire che risultava “irriconoscibile” (= non visibile) dietro il copricapo “spaziale” che gli occultava il volto? Ma il Prof. Alexei Kasantzev si spinge oltre: per lui gli strani arnesi raffigurati alla cintola delle statue-stele non sarebbero armi od utensili rudimentali (archi, frecce, pugnali, ecc.) stilizzati, bensì <<simboli geometrici>> e <<triangoli del sapere>>.



Ma cosa volevano rappresentare queste enigmatiche statue-stele ? Sono l’espressione di ancestrali emotività delle popolazioni locali, i “Ligures”, quali timore e protezione di fronte alla caducità umana ? Avevano un significato sacro-rituale-magico ? Dovevano assolvere ad una funzione funeraria, retaggio della cultura etrusca di presunta derivazione atlantidéa? Si tratta forse del culto (misterioso) di divinità dalle sembianze umane o di antenati-eroi divinizzati ? Oppure fungono da “segnali propiziatori”, assimilabili alle nostre “maestà” (che nelle zone limitrofe alla Val di Magra sono sostituite da “Madoneta” o “Marginetta”), poste ad indicare una vena d’acqua sotterranea, elemento vitale per l’agricoltura e l’allevamento ?

Per decenni molti studiosi si sono cimentati nel problema, senza peraltro raggiungere conclusioni univoche; l’unica certezza è che alcuni recenti ritrovamenti, di cui accenneremo alla fine, hanno riacceso l’interesse su questo mistero storico-archeologico mai chiarito.



Questo <<enigma antropologico>> è tipico del bacino lunigianese e non trova riscontri simili nel resto d’Italia; è correlabile invece con certi monoliti còrsi su cui non è mai stata fatta luce completa.
Principale centro religioso-culturale della Corsica preistorica, il complesso neolitico di Filitosa ospita un’incredibile concentrazione di <<statue-menhir>> (dal brétone <<MEN>> = pietra e <<HIR>> = lunga). Queste, simili per molti particolari alle <<statue-stele>> lunigianesi (testa distinta dal resto del corpo, presenza di “armi” scolpite in rilievo, tipo daghe e pugnali, ecc.), furono erette dagli antichi abitanti dell’isola all’epoca dell’invasione patita dal non meglio identificato popolo dei “TORREANI” o “uomini delle torri”, così chiamati per i loro strani monumenti di culto CIRCOLARI, a forma per l’appunto di torre “tronca”. Secondo una delle prime interpretazioni degli archeologi, peraltro ancora tutta da dimostrare, ad ognuno di quegli antropomorfi megaliti corrisponderebbe un guerriero nemico ucciso in battaglia. In altre parole, gli isolani avrebbero eretto le <<statue-stele>> per ricordare a sé stessi ed alla loro progenie il valore di cui erano stati protagonisti in combattimento: un po’ come il motto latino <<MEMENTO AUDERE SEMPER>> (= sii sempre coraggioso).



La cultura occidentale, tuttavia, contrasta con l’idea che si possa erigere un monumento che esalti il valore del nemico. Ecco perché altri archeologi propendono a considerare la «statua-stele» come la rappresentazione di un personaggio non tanto dal punto di vista commemorativo, quanto in associazione ad un culto ancora sconosciuto: per la mentalità preistorica magnificare l’avversario voleva dire, in altri termini, “CAPTARNE LE ENERGIE”.

A proposito delle incisioni in rilievo sulle <<statue-stele>>, concernenti gli strani “pugnali” a forma triangolare che richiamano alla mente le “armi sacrificali” di alcune popolazioni dell’America centro-meridionale, l’archeologo francese MARCEL HOMET si chiede se questi <<...non siano invece “arnesi” dalla struttura e dalla funzione apparentemente inspiegabili...>>. Più convinto appare CARL W.BLEGEN, che, sempre in proposito, scrive: <<...Le incisioni degli “utensili”, raffigurati alla cintola delle <<statue-stele>>, non danno affatto l’impressione di essere un primo, rozzo tentativo di scolpire la pietra: il disegno, ancorché stilizzato e convenzionale, presuppone invece un lungo periodo di precedenti tentativi di riprodurre sul granito con scalpelli di quarzo “qualcosa” di misterioso effettivamente indossato dai “Torreani”...>>.


Ma donde venivano queste mitiche popolazioni? Sono le stesse rappresentate dagli Egiziani nei grandiosi bassorilievi del tempio di MEDINET HABU? Il Prof. Kasantzev azzarda un’ipotesi: <<...Le “appendici esterne” fissate sugli elmi scolpiti nelle <<statue-stele>> non sarebbero in realtà corna di bòvidi, ma potrebbero raffigurare “antenne di trasmissione”, come quelle degli attuali caschi da cosmonauta...>>. Ancora: <<...Le figure delle <<statue-stele>> impugnano oggetti che hanno l’apparenza d’un triangolo rettangolo o isoscele: non si tratterebbe di archi, frecce o pugnali stilizzati, ché la deformazione sarebbe estrema, ma di simboli geometrici e/o magici. L’Uomo ha da sempre identificato nel triangolo una forma semi-divina riconducibile alla perfezione: è possibile quindi che gli isolani del neolitico còrso abbiano voluto tramandare quelle strane popolazioni come foriere di una conoscenza superiore: triangolo = sapere...>>.

E la loro provenienza? PETER KOLOSIMO non ha dubbi:



                             <<Da qualche parte, lassù, tra le Stelle...>>.


APPENDICE:

Ricordiamo che “La Nazione” del 14 maggio 2005 ha riportato che in località Groppoli, nel comune di Mulazzo (1), sono state ritrovate ben quattro statue-stele, risalenti a 5.000 anni or sono. Scolpite nella dura pietra (arenaria-macigno) e risalenti all’età del rame (3.500 – 2.300 a.C.), due di queste risultano in perfetto stato di conservazione, mentre le altre, purtroppo, a causa delle ingiurie del tempo, sono prive di testa (la porzione forse più interessante). I due esemplari meglio conservati hanno particolari antropomorfi femminili, con la tipica testa a “cappello di carabiniere”. Possiamo solo immaginare la sorpresa (e la soddisfazione) degli operatori che hanno effettuato gli scavi, sotto la direzione della Soprintendenza di Firenze, nel restituire alla luce dopo millenni di sepoltura queste due magnifiche “espressioni artistiche della Liguria preistorica”, come le ha giustamente definite Marzia Ratti. In effetti gli scavi in località Groppoli di Mulazzo sono stati “mirati”, in quanto nella stessa zona, circa tre anni prima, erano state rinvenute altre tre statue dello stesso genere, durante i lavori condotti dall’ENEL. Per questo motivo la dirigenza dell’ENEL, intuìta l’importanza archeologica del sito, si è dichiarata disponibile a deviare il percorso della linea elettrica che corre in zona, onde consentire ulteriori e più approfonditi accertamenti (si spera fruttuosi), grazie ai finanziamenti messi a disposizione dal Ministero dei Beni Culturali, d’intesa con l’Amministrazione Provinciale.

Nel frattempo non resta che attendere il concretizzarsi d’un sogno, vale a dire che almeno una delle statue-stele di Groppoli (buona parte delle altre sono conservate nei musei di La Spezia e Firenze) possa essere conservata là, dove ha rivisto la luce: a Mulazzo.


(1)          = La storia di Mulazzo è legata a Dante Alighieri, che trascorse in questo luogo un lungo periodo, diviso fra la stesura della “Divina Commedia” e la ricerca della pace tra i Malaspina e i Vescovi di Luni. Secondo la tradizione, Dante qui avrebbe posto mano alla continuazione del poema, iniziando con la stesura dell’VIII canto dell’Inferno. La gratitudine nei confronti dei Malaspina venne espressa nell’VIII canto del Purgatorio.


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Si ringrazia vivamente il Sig. Pietro Ferrari Vivaldi del Comune di Mulazzo per la preziosa documentazione gentilmente fornita. 



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                                                   Di GIORGIO PATTERA Lunedì 10 agosto 2020, nella splendida cornice naturale del Parco Pr...