“Solo se sei pronto a considerare possibile l’impossibile,

sei in grado di scoprire qualcosa di nuovo”.

(Johann Wolfgang Goethe)

“L’importante è avere un pensiero indipendente:

non si deve credere, ma capire”

(Hubert Revees)


“L’Uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando”

(Hubert Revees)

mercoledì 12 agosto 2020

SKY WATCH 10 AGOSTO 2020

 

                                                 Di GIORGIO PATTERA

Lunedì 10 agosto 2020, nella splendida cornice naturale del Parco Provinciale del Monte Morìa, sull’Appennino piacentino (celebre per aver ospitato le riprese dello sceneggiato televisivo di Rai 1 “LA FRECCIA NERA” del 1968/69), ha avuto luogo la fase regionale emiliana dello “SKY WATCH” organizzato dal CUN (Centro Ufologico Nazionale) su tutto il territorio italiano.


Accolti dalla premurosa ospitalità del gestore del Rifugio omonimo, si sono dati appuntamento una trentina di appassionati, tra cui il sottoscritto (in qualità di Coordinatore CUN per l’Emilia) d’intesa con l’amico Alberto Negri (Presidente di “SPAZIO TESLA” PC) e Claudio Balella, esperto di Astrofotografia da Ravenna. Quest’ultimo ha relazionato con numerose slides sul caso del 1° avvistamento multiplo di UAP (Unidentified Aerial Phenomena), documentato da Kenneth Arnold sui cieli del Monte Rainier, nello stato di Washington, il 24 giugno del 1947.


KENNETH ARNOLD

Ne è seguita una vivace discussione fra i partecipanti, imperniata sulle motivazioni che inducono le Autorità costituite a sottacere, quando non a negare, l’evidenza di questi (per ora) inspiegati fenomeni.

Purtroppo la seconda parte della serata, quella più importante, che doveva essere dedicata all’osservazione del cielo notturno, con l’individuazione di piccoli corpi celesti in attrito con l’atmosfera (= meteore, le “lacrime” di S.Lorenzo) e, magari, di fenomeni aerei non identificati (gli “UFO”, secondo la vecchia dizione), si è rivelata una profonda delusione per tutti gli astanti, causa le avverse condizioni meteo. Una spessa coltre di foschia umida, infatti (siamo a 1.000 m.slm, circondati da rigogliosi boschi secolari), si è lentamente ma inesorabilmente addensata sull’angolo di visuale sovrastante il Parco, non appena dopo il tramonto, impedendo così l’attuazione dell’esperimento in precedenza concordato con le varie sedi. A parziale mitigazione del contrattempo, le notizie provenienti via smartphone dalle restanti postazioni CUN, sparse un po’ dovunque sul territorio nazionale: quasi ovunque le stesse caratteristiche del cielo hanno così vanificato gli impegni organizzativi degli aderenti. 

                                               

FELICIANA & CLAUDIO


                                                               CLAUDIO BALELLA

Nel corso della serata, Alberto Negri ha consegnato all’amico Claudio Balella una copia del suo primo libro, steso in collaborazione con la giornalista “Mediaset” Sabrina Pieragostini, dal titolo “UFO: PARLANO I PILOTI”.

                                               ALBERTO NEGRI & CLAUDIO BALELLA

martedì 11 agosto 2020

VITA ED HABITAT DEL “LOMBRICUS TERRESTRIS”

 

…e suoi benèfici effetti sul terreno

                                              Di GIORGIO PATTERA

Già nel 1777, in un periodo in cui i giardinieri e gli agricoltori manifestavano il loro disprezzo per i vermi, uno scienziato, Gilbert WHITE, naturalista britannico ed ecologista “ante litteram”, nella sua “NATURAL HISTORY” scriveva che “…la terra diverrebbe ben presto fredda, compatta, priva di fermentazione e, di conseguenza, sterile senza la continua azione d’aerazione e drenaggio da parte dei lombrichi, attività che consiste nell'introdurre foglie e gettar fuori escrementi…”.


La stima del numero dei lombrichi per ettaro è giunta fino a 6 milioni, pari a 750 kg. in peso; se il terreno viene scavato o arato, la popolazione si riduce drasticamente, per poi tornare a crescere una volta cessato il fattore di disturbo.

I lombrichi hanno buone capacità d’adattamento ad ogni tipo di terreno (li troviamo, infatti, sia nelle praterie sia nei boschi), tuttavia non tollerano un suolo eccessivamente acido. Se viene superato un certo limite, infatti, il contadino se ne può accorgere subito, in quanto i residui della vegetazione si accumulano sulla superficie del terreno formando come un tappeto, che alla fine (10-50 anni o più) si trasforma in torba: questo perché i lombrichi se ne sono andati, causa l'acidità.

DARWIN stimò che ogni anno i lombrichi possono riportare in superficie tra 7,5 e 18 tonnellate di terreno per mezzo ettaro; vale a dire che il suolo in cui lavorano, in dieci anni, può aumentare di livello tra 2,5 e 3,2 cm., dovuti all'accumulo di humus.

Uno dei risultati dell'attività dei lombrichi è dunque quello di formare uno strato superficiale di terreno assai buono ed adatto alle coltivazioni; contemporaneamente le pietre, che intralciano le colture ed il lavoro delle macchine agricole, pian piano tendono ad essere ricoperte dall'humus, fino a sprofondare e scomparire. Sempre Darwin calcolò che, in assenza di intervento dell'uomo, i lombrichi riescono ad interrare le pietre al ritmo di 17 cm. ogni 100 anni: questo spiega in parte perché tanti resti archeologici sono ancora sepolti.

Il lombrico, oggi rivalutato e benedetto dai giardinieri, comprende molte specie nostrane, che non sono tutte facilmente distinguibili di primo acchito.

Eisenia foetida (verme-esca) emana un forte odore, come dice il nome latino; è stato sempre ricercato dai pescatori, essendo un'ottima esca per l'amo (come dice il nome volgare).

Il più comune è senz'altro il Lumbricus terrestris, detto anche "arenicola", molto frequente nei giardini; anche questo è impiegato nella pesca con l'amo. Può raggiungere i 25 cm. di lunghezza, nulla in confronto al suo parente australiano che può essere lungo anche 330 cm.!

La sfumatura rossastra che si nota nei lombrichi è dovuta al pigmento del sangue che trasporta l'ossigeno: l'emoglobina (simile a quella presente nell'uomo). Il loro lungo corpo è diviso in segmenti simili ad anelli (circa 150), da cui la denominazione scientifica di ANELLIDI = vermi rotondi segmentati. Ogni anello è molto simile al precedente ed al successivo ed alcuni organi interni (ad es. quello escretore: il nefride, analogo al rene dell'uomo) si ripetono nella maggior parte dei segmenti. L'estremità anteriore, più affusolata rispetto al resto del corpo, è priva di occhi ed orecchie e presenta una bocca senza denti ma provvista di labbro prensile, con cui il lombrico afferra foglie, aghi di pino ed anche pezzettini di carta, che adopera per rivestire le pareti superiori delle gallerie che scava. Attorno al corpo, simile alla fascia d’un sigaro, presentano un ispessimento epidermico simile ad una cicatrice: in realtà è una ghiandola speciale, detta clitellum o “sella”, che serve alla produzione del bozzolo. Quest'ultimo, delle dimensioni di un pisello e di color bruno-scuro, contiene molte uova (i lombrichi sono ermafroditi), ma di solito sopravvive un solo embrione, che si sviluppa tra uno e cinque mesi ed è pronto a riprodursi tra i sei ed i diciotto mesi. Non si sa con certezza quanto tempo vivano i lombrichi: in cattività il L.terrestris è vissuto per 6 anni, mentre altre specie anche 10.

Come “scava” il lombrico?

Esso si muove nel terreno esercitando un'azione meccanica, portando allo sbriciolamento delle particelle e favorendo così gli scambi gassosi (aerazione del sottosuolo). Striscia mediante onde peristaltiche (simili a quelle dell'intestino dei mammiferi) dirette sempre in senso antero-posteriore, grazie alla sua robusta mu-scolatura circolare e longitudinale ed aiutandosi anche con corte setole dirette all'indietro (4 paia per segmento) ed allungabili a piacere.

Mentre il lombrico scava, compie anche un'azione biochimica, poiché ingerisce il terreno, lo arricchisce di sostanze necessarie allo sviluppo delle piante durante il transito nel suo tubo digerente e infine lo espelle. Alcune specie emettono la terra così elaborata in superficie, formando i caratteristici "mucchietti" di humus che si rinvengono nei prati, specie dopo abbondanti piogge.

I lombrichi possono vivere sott'acqua anche per mesi, avendo bisogno di pochissimo ossigeno; quelli trovati morti nelle pozzanghere sono, probabilmente, morti per altre cause. Per un lombrico, infatti, è ben più pericoloso disseccarsi troppo che bagnarsi eccessivamente; in caso di siccità e durante l'inverno, esso si scava delle tane profonde fino a 2,5 m., le tappezza con la mucillagine prodotta dal clitellum e quivi si raggomitola in stato di inattività, in attesa di tempi migliori.

Il lombrico, pur essendo cieco e sordo, è un animale molto sensibile. Se sente una talpa che scava nelle vicinanze, si spaventa e scappa (si fa per dire ...) subito in superficie. Se viene catturato da un predatore (es. il merlo, ghiottissimo di questi vermi), tende a perdere volontariamente (auto-tomìa) una parte del proprio lungo corpo, per istinto di conservazione; un po’ come fa la lucertola…

La porzione rigettata, per azione riflessa, spesso rigenera quella perduta.


domenica 9 agosto 2020

IR2 a Vicofertile (PR) ?

                                            

                                               di GIORGIO PATTERA

Sono le h. 04:45 del 6 dicembre, uno dei freddissimi sabati dell’ultimo mese del 2008. Fuori è ancora completamente buio e ai lati della strada tutto è ghiacciato, vegetazione e pozzanghere. Ma anche se è sabato, R.F., 43enne, tecnico presso un’azienda metalmeccanica della provincia di Reggio Emilia, è già in sella alla bicicletta per recarsi al lavoro. Già, perché l’azienda da cui dipende svolge attività anche di sabato, dalle h. 07:00 alle 12:00; e quindi deve sbrigarsi, per non far tardi all’appuntamento con il collega, che l’attende in auto al parcheggio del Palasport di Parma. Da qui s’imbocca la tangenziale sud e poi via, per una ventina di km., fino a Montecchio Emilia, sede dell’azienda. Tuttavia mai come quella mattina, per R.F., i sette km. che separano casa sua (a Vicofertile) da Parma, devono essere sembrati interminabili, ma soprattutto indimenticabili !

Ma veniamo ai fatti.

L’involontario protagonista dello sconcertante fenomeno che andiamo a descrivere si trova, dunque, in sella alla bicicletta (imbacuccato nel giubbotto impermeabile, con tanto di sciarpa intorno al collo: la temperatura è prossima allo 0°C) e sta pedalando nel sottopasso della tangenziale, lungo una cinquantina di metri. Ad un tratto, nel silenzio della notte, avverte distintamente una sorta di “rombo”, come quello di un camion: ma non c’è alcun veicolo in avvicinamento, né dietro né avanti a sé. Nel contempo si accorge che, alla fine del tunnel, la strada si stava illuminando, insolitamente, d’azzurro. Non appena uscito dal sottopasso, percepisce nettamente un enorme calore che, partendo dalla testa, s’irradia velocemente per tutto il corpo, mentre il tratto di strada antistante si riempie di un’intensa colorazione azzurra. A questo punto il testimone, cominciando ad essere allarmato dalla piega che la situazione stava prendendo, si ferma, scende dalla bicicletta, si leva il giubbotto, annoda la sciarpa al manubrio (avverte un calore insopportabile, ma non è sudato) ed istintivamente alza lo sguardo verso il cielo. Lo spettacolo che gli si presenta, a circa 200 m. d’altezza, ha dell’incredibile: sopra di sé staziona, fluttuando quasi impercettibilmente e nel più totale silenzio, un enorme “oggetto” di forma discoidale (ma dal perimetro pluri-segmentato, come quello di un poliedro), dotato di una corona circolare in cui erano inscritte numerose “aperture ovali” (oblò?), emananti “flash” di colore azzurro in sequenza alternata (tipo luce stroboscopica o luminaria natalizia). In posizione centrale il “disco” presentava un grande “faro”, che proiettava al suolo un intenso fascio di luce fissa, anch’essa azzurra. L’osservazione si è protratta solo per alcuni istanti, in quanto, poco dopo che il testimone aveva alzato il capo verso l’alto, l’oggetto luminoso ha cominciato a muoversi velocemente, spostandosi dalla sx del teste (dal quartiere “Crocetta”, quindi da nord-est) alla sua dx (verso Corcagnano, quindi sud-ovest) e illuminando a giorno tutto il paesaggio (alberi, case, campi). Il tutto senza provocare alcun rumore o spostamento d’aria, per poi “sparire nel nulla”, lasciando dietro di sé una lunghissima “striscia” azzurra (come la scia di condensazione dei jet convenzionali, ma di consistenza diversa), che pian piano si è frammentata in più tronconi ed è scesa verso terra.

A questo punto l’attonito testimone si accorge che un’auto (una Peugeot rossa, non meglio memorizzata, viste le circostanze), proveniente dal senso opposto, si è fermata sul ciglio della strada, a poca distanza dalla sua bicicletta. Il conducente, un giovane di circa 25 anni, aveva osservato l’inusitato fenomeno attraverso la portiera lato guida, col vetro abbassato, senza scendere dalla macchina, forse impietrito dallo sbigottimento (non è dato sapere se per ciò che aveva visto o per l’evidente sconcerto mostrato dall’altro teste). Un breve scambio di battute evidenzia lo stupore di entrambi e, contestualmente, la realtà oggettiva di quanto si era manifestato ai loro occhi: «Ma cos’era quella “cosa”?», chiede il giovane all’operaio, come alla ricerca di una conferma di ciò che aveva visto. «Lo chiedi a me? Di certo l’hai vista meglio tu, che l’avevi di fronte!», risponde l’altro, fra lo sgomento e l’ironico. «Ma ti senti bene? Vuoi che ti accompagni al pronto soccorso, che è qui vicino?», insiste il ragazzo al volante. «Ma no, sto benissimo; ho solo questo enorme calore addosso, mi sono tolto anche il giubbotto perché mi arriva fino alla schiena, la sento come se bruciasse! Ora però devo andare al lavoro; vado, altrimenti faccio tardi!». Poi, prima di rimontare in sella, R.F. si abbandona ad un’ultima, legittima interrogazione: «Ma chi è che ci può credere, a noi?». Di contro, il conducente della Peugeot: «Chi vuoi che ci creda, se non tu, che l’avevi sulla testa...!?».

Giunto al punto d’incontro col collega (che lo stava attendendo in auto, preoccupato per il ritardo), R.F. non se la sente di ripartire subito alla volta dell’azienda e, a costo di giungere tardi al lavoro, sente il bisogno di prendersi almeno un caffè, quasi ad esorcizzare per un attimo l’incubo che lo aveva attanagliato poco prima. Il barista, che lo conosce da anni, capta subito dall’espressione trasecolata del suo cliente che qualcosa non va e, con amichevole discrezione, lo invita a “vuotare il sacco”. Dopo l’iniziale, comprensibile esitazione, R.F. si lascia convincere: sa che il barista è uno dei pochi cui può raccontare l’accaduto, senza tema di essere compatito o deriso. Alla fine del breve e comprensibilmente concitato racconto, pur ricevendo l’incondizionata solidarietà del barista, lo scoramento si riaffaccia nell’animo dell’operaio, allorché un avventore, appoggiato al bancone, si mette a ridere. «Ecco, lo sapevo, io, che me ne dovevo star zitto, nessuno può credere ad una storia simile!». Ebbene, come nelle scene a sorpresa dei film, lo sconosciuto avventore (anch’egli operaio, che abita nei paraggi; si è saputo dopo – n.d.r.) esclama: «Guarda che non rido alle tue spalle, ma perché so che “queste cose” esistono: anch’io, circa sei anni or sono, più o meno nella stessa zona, ho assistito ad un fenomeno simile a quello che hai appena visto tu !!!...».

Non sappiamo se tale affermazione abbia contribuito a rendere meno agitato il turno di lavoro del tecnico metalmeccanico; sta di fatto che da quel giorno R.F. non abbassa più la tapparella della camera, al momento di coricarsi, per non perdere l’occasione di “rivedere” quell’inimmaginabile oggetto poliedrico, sfavillante di luce azzurra. Cosa impensabile, prima, quando il solo, debole chiarore proveniente dall’esterno gli impediva di addormentarsi, costringendolo a serrare l’avvolgibile.

Consultando la casistica degli avvistamenti OVNI su Parma e provincia, redatta dal sottoscritto, responsabile scientifico del CUN, si conferma che il quadrilatero formato da Vicofertile, Vigheffio, Baganzola e Ponte Taro è particolarmente interessato da fenomeni aerei anomali, di cui, lo ricordiamo, si occupa anche il 2° Reparto – Difesa Aerea – dello Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Italiana. Negli ultimi cinque anni, altre tre segnalazioni sono state raccolte nel perimetro, l’ultima delle quali risale al 6 aprile 2008.


NOTA BENE: unendo con una retta le località (= frazioni del Comune di Parma) interessate da U.A.P. (Unidentified Aerial Phenomena), si ottiene la figura geometrica di un triangolo rettangolo, dove agli estremi dell’ipotenusa si trovano, a nord, l’Aeroporto Internazionale “G.Verdi” e, a sud, la Centrale Elettrica dell’ENEL, che serve tutta la Città: due postazioni cosiddette “sensibili”, ove l’energia di certo non manca… e gli Esobiologi sanno di cosa stiamo parlando…

APPENDICE

 Ad indagini concluse, siamo venuti a sapere, non senza una certa “reticenza” da parte dei testimoni (si sa, il “paese” è piccolo e la gente mormora…), che altre due persone, a distanza di meno di due km. in linea d’aria, hanno assistito allo stesso fenomeno. Si tratta di un signore (non possiamo rivelarne l’identità, come da vigenti disposizioni in materia di “privacy”) che, in attesa dell’arrivo del taxi in precedenza prenotato telefonicamente, era sceso sulla strada, davanti alla porta di casa, per accelerare la procedura di trasferimento. Improvvisamente (ed inspiegabilmente) l’oscurità dell’ora mattutina fu squarciata da un bagliore diffuso di colore azzurro, che per qualche attimo pervase la zona dell’appuntamento (prossimità del passaggio a livello della PR-La Spezia, via Jenner).

E proprio in quel mentre giungeva il taxi, il cui autista, allibito, scese dalla vettura, esclamando (mi si perdoni la forma dialettale): “Eeehhh, mo co’ el col lavor chi???”.

Come sempre succede in questi casi, l’esplicita “consegna” fu quella di serbare il più assoluto silenzio sull’accaduto, “… sennò mi prendono per matto – l’uno – e a me tolgono la patente – l’altro…”. Ma prima o poi, il “rospo” è destinato ad essere sputato…



domenica 2 agosto 2020

UOMO

                                                

                                                       di GIORGIO PATTERA


Ricordi d’infanzia, che ognuno conserva

                                       di gioie, di crucci, d’amici, di scuola,

inver non ho molti, che il cuor mi riserva:

                                       eccetto mio padre e di lui la parola.

 

Il giorno di festa, col tiepido sole,

                               soleva portarmi sul suo motorino

a cogliere il frutto de’ gelsi, che vuole

                             tener tra le mani, sì dolce, un bambino.

 

Dramma non v’era, quand’ero ammalato:

                                      speravo soltanto giungesse la sera,

ché lui dal lavor sarebbe tornato

                            con quella bottiglia che “frizza ed è nera”...

 

Non solo per noi ei pena si dava,

                             ché in Chiesa recava per quei poverelli,
cui casa ed affetto da sempre mancava,

                              l’invito a Gesù di pensare anche a quelli.

 

Paziente dal Libro narrava episodi,

                                 quand’era la mamma che uscire doveva,

di giusti e di santi, sereno nei modi;

                                tant’è che alla fin lui si commuoveva.

 

E se di dormir non avevo intenzione,

                           inventava all’istante l’allegro teatrino:

da buffo pagliaccio, risate argentine

                                in me suscitava, finché il capo era clino.

 

Cultura a lui certo amica non era,

                               almeno di quella “dei bei paroloni”;

ma quando nei conti insegnar mi voleva,

                               stupirmi dovevo delle sue operazioni.

 

E quando la festa già era imminente,

                              l’arte più antica sapea tramandare:

con lenza e la canna era guida al torrente

                              e all’aria sì pura m’insegnava a pescare.

 

Effimero è l’uso che oggi dilaga

                           di far delle “feste” per ogni occasione,

tanto che il vezzo par quasi una piaga:

                               quando non c’è, il Dottor va in pensione!

 

Sentimento non muta, cambiando stagione;

                                    non v’è l’esigenza di merce o di sagre,

ché nulla potrebbe cambiar l’opinione:

           Questo era un Uomo, ed era mio padre.                                            

 

                                  





sabato 1 agosto 2020

Solanum dulcamara, la pianta “di nome e di fatto”…


di GIORGIO PATTERA

La “Morella rampicante” o “Dulcamara” (nome scientifico Solanum dulcamara) è una pianta velenosa della famiglia delle Solanaceae. In lingua tedesca si chiama Bittersüß; in francese Morelle douce-amère; in inglese Bittersweet. Volgarmente chiamata anche “CORALLINI”, è una pianta perenne, reptante o rampicante; può raggiungere anche i 4 metri di lunghezza ed i suoi fiori, inconfondibili, hanno un bel colore violetto-porpora, con stami giallo-arancio. E’ comune in tutta Italia, anche insulare, come nel resto d’Europa; in certe zone è considerata invasiva. Deve il suo nome alla solaceina contenuta nei rami, che ha sapore prima amaro, poi dolce.

Quella delle Solanaceae è una famiglia vegetale molto importante, in quanto comprende fra l'altro diverse specie commestibili, come le patate, le melanzane e i pomodori. Il nome generico (Solanum) deriva da solanem (= consolazione, conforto) e deriva dalle proprietà medicamentose e sedative di alcune specie di questo genere. Il nome specifico (dulcamara) significa letteralmente “dolce-amaro” ed è dato dal sapore di alcune parti di questa pianta (i giovani rametti appena germogliati, messi in bocca, dapprima sono amari e poi dolci). Il frutto è costituito da una piccola bacca ovata, di colore prima verde, poi rosso a maturazione conclusa (autunno). Il suo habitat tipico si colloca nei luoghi freschi, fra le siepi o i cespugli, in luoghi torbosi, ma anche nei boschi umidi (mesofili) e nelle zone incolte, generalmente in ambiente ombroso. Il substrato preferito è calcareo o siliceo, indifferentemente, a pH neutro, in terreni nutrienti e umidi. Si riscontra fino a 1.100 metri di altitudine, ma può arrivare anche a 1.450 m. s.l.m. Molte parti della pianta (le foglie, i rametti e i frutti in particolare) contengono dei gluco-alcaloidi tossici (solanina*, solaceina, alcamina, tannino) che trovano impiego in fitoterapia, così come saponine steroiche e acido dulcamarico, per la produzione di farmaci steroidici. La parte più velenosa è costituita dalle bacche (specialmente immature) che, ingerite, possono causare nell’uomo vomito, apatia progressiva, perdita dei sensi, diminuzione della frequenza del respiro e alla fine, anche se per fortuna raramente, morte per paralisi respiratoria o arresto cardiaco. Il bestiame non è uso a cibarsene, ma se questo avviene sopravvengono paralisi e incoscienza, non la morte. La sua pericolosità, come per tutte le piante dotate di frutti allettanti, si manifesta soprattutto nei confronti dei bambini, che spesso e volentieri scambiano le bacche di essenze velenose per quelle commestibili. Per fortuna, in questo caso, i frutti, che sono molto tossici prima della maturazione, una volta maturi contengono saponine neutre poco velenose. Nonostante questo, in letteratura si annoverano casi di gravi intossicazioni a carico di bambini, causa l’ingestione di 6-8 bacche verdi. Invece la remissione della sintomatologia, in caso di assunzione di bacche rosse (mature), si ottiene nel corso di 24 ore, senza gravi conseguenze. In fitoterapia si utilizzano i giovani rametti, detti stipiti, con proprietà diaforetica (agevola la traspirazione e favorisce la sudorazione), depurativa del sangue (facilita lo smaltimento delle impurità), ma anche con leggera azione ipnotica e anafrodisiaca. Il suo impiego, quindi, sarà opportuno sotto stretto controllo medico (**).

(*) = La Solanina, in particolare, è una sostanza narcotizzante che colpisce il sistema nervoso centrale. Ricordiamo a questo proposito che anche le parti epigee verdi delle piante di patata (Solanum tuberosum) e di pomodoro (Solanum lycopersicum), facendo parte della Famiglia delle Solanacee, risultano velenose per il loro contenuto in alcaloidi e saponine. Anche alcuni veleni di origine animale (serpenti), quali la ofiotossina e la crotalotossina, presentano notevole affinità farmacologica con le saponine.

(**) = Nel 1735, l’erborista Irlandese K’Eogh riassunse così gli impieghi della Dulcamara: “Un decotto in vino apre le ostruzioni del fegato e della milza e perciò è buona per l’ittero. Inoltre cura tutte le ferite interne, le contusioni e le fratture, poiché dissolve il sangue coagulato, causando il suo passaggio nelle urine ed evitando così i trombi”.

Il Botanico svedese Carolus Linnaeus (1707-1778), ritenuto il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, la considerava un rimedio per la febbre e i disordini infiammatori. Questo dimostra come, già quasi tre secoli fa la Medicina (quella non Aziendale…) avesse il “polso” della farmacognosìa e della fitoterapia. Oggi le benefiche proprietà dei princìpi attivi della Dulcamara (sempre adeguatamente somministrati sotto controllo medico), nonostante l’arroganza della posizione dominante esercitata dalla Medicina Allopatica, vengono ogni giorno di più riscoperte e rivalutate: stimolanti, espettoranti, diuretiche, detossificanti ed antireumatiche. Anche se assunta per via orale (es. decotto di ramoscelli), sembra che sia particolarmente efficace per il trattamento di problemi cutanei, quali eczema, prurito, psoriasi e verruche. Coàdiuva anche per ridurre asma, bronchite cronica e problemi reumatici, compresa la gotta.

Curiosità:

Gaetano Donizetti, nell’<<Elisir d'amore>>, battezza con lo stesso nome di questa essenza un personaggio dell’omonima opera lirica, noto come dottor Dulcamara. Si tratta di un ciarlatano imbonitore, che spacciandosi per medico di grande fama, cerca di vendere alla gente miracolosi “specifici” (i propri portentosi preparati): fra gli altri, per l’appunto, l'elisir che fa innamorare…

RIFERIMENTI

https://it.wikipedia.org/wiki/Solanum_dulcamara

https://it.wikipedia.org/wiki/L%27elisir_d%27amore

 

BIBLIOGRAFIA:

AA.VV. – CURARSI con le ERBE – Polaris, 1995

North P.M. – PIANTE VELENOSE – The Pharmaceutical Society of Great Britain, London

M.I.Macioti – MITI E MAGIE DELLE ERBE – Newton Compton / Roma, 1993

A.Chevallier – ENCICLOPEDIA DELLE PIANTE MEDICINALI – Idea Libri / Milano, 1997

F.Stary – PIANTE VELENOSE – Istituto Geografico De Agostini / Novara, 1987


LA FARMACIA DELLA NATURA E...LA CONFERENZA DEL DR. GIORGIO PATTERA PER IL "SALOTTO ILLUMINATO":

 https://www.facebook.com/ilsalottoilluminato/posts/2713878238880065


mercoledì 29 luglio 2020

Àtropa belladonna, lo sguardo “fatale”…

                                                         

                                                           di GIORGIO PATTERA


La Belladonna è una pianta erbacea perenne (fam. Solanaceae) con fiori campanulati, tubolosi e penduli di colore violaceo-cupo. In Italia cresce spontanea su Alpi ed Appennini, fino all’altitudine di 1.400 metri, prediligendo il suolo calcareo e il margine di boschi freschi e ombrosi, come le faggete. 


Fiorisce nel periodo estivo e i frutti sono costituiti da lucide bacche nere, che, nonostante l'aspetto invitante e il sapore gradevole, sono velenosissime per l'uomo. L’ingestione, anche in modesta quantità, da parte dei bambini (può bastare ½ bacca!), attratti dall’aspetto invitante delle bacche succose, che possono venir scambiate per altri appetitosi frutti eduli del sottobosco, come mirtilli o more, può provocare una serie di gravi conseguenze, quali diminuzione della sensibilità, forme di delirio, sete, vomito, seguìti, nei casi più gravi, da convulsioni e morte per insufficienza respiratoria. Per un adulto l’intossicazione avviene con l’assunzione di 20-30 bacche, ma non è tanto importante il numero in sé, quanto la concentrazione totale dei princìpi attivi (tropano-alcaloidi e scopolamina*) in esse contenuta: è sufficiente una dose da 0,01 a 0,1 grammi per provocare la morte…! Gli uccelli e i bovini risultano molto meno sensibili dell’uomo agli effetti tossici della Belladonna, mentre i conigli possono mangiare la pianta impunemente: sembra tuttavia che il cibarsi di questa essenza ne rendesse tossica la carne.



Il termine scientifico, Àtropa belladonna, deriva dalla sua “doppia personalità”, divisa fra i suoi effetti letali e l'impiego cosmetico. Àtropo era infatti il nome (in greco: Ἄτροπος = l'immutabile, l'inevitabile) di una delle tre Moire**, che, nella mitologia greca, taglia il filo della vita: ciò a ricordare che l'ingestione delle bacche di questa pianta può causare la morte.


Le tre MOIRE erano la personificazione del destino ineluttabile: il loro compito era, la prima, di tessere il filo del fato di ogni uomo, la seconda, di svolgerlo ed infine, la terza, di reciderlo, segnandone la morte. Àtropo (= l'inflessibile), la più anziana delle tre sorelle, rappresentava il destino finale: la morte d'ogni individuo, poiché a lei era assegnato il compito di recidere, con lucide cesoie, il filo che ne rappresentava la vita, decretandone il momento del trapasso.

Il nome volgare Belladonna, invece, fa riferimento ad una pratica che risale al Rinascimento: le DAME usavano un collirio a base del succo di questa pianta, per dare risalto e lucentezza agli occhi (ed attrarre quindi l’attenzione maschile…), grazie alla sua capacità di dilatare la pupilla: un effetto detto midriasi, dovuto all'atropina, che agisce direttamente sul sistema nervoso parasimpatico. Oggi alcuni dei suoi numerosi princìpi attivi sono impiegati nella tecnica medica per dilatare le pupille durante le visite oculistiche o come anestetico, in caso di lesioni corneali.


Sebbene la Belladonna evochi immagini di veleno e morte (la pianta è stata usata come veleno fin dai tempi antichi), costituisce un utile e benefico rimedio se usata correttamente. Gli ALCALOIDI TROPANICI in essa contenuti, adeguatamente dosati, servono a ridurre le secrezioni (salivari, gastriche, intestinali, bronchiali) e a controllare gli spasmi della muscolatura liscia (tubuli urinari, vescica). Risulta efficace anche per rilassare lo stomaco, alleviare il dolore da coliche e combattere l’ulcera peptica, riducendo la produzione dell’acidità gastrica. Può essere usata per trattare i sintomi del Morbo di Parkinson, riducendo tremori, rigidità e migliorando la parola e la mobilità.


E pensare che, nei secoli bui, si riteneva che durante il “sabba infernale” intorno all’albero di Noce, le “STREGHE” mescolassero nell’immancabile pentolone, oltre al Giusquiamo ed allo Stramonio, anche la Belladonna, ottenendone così una pozione che consentiva loro di “VOLARE”…
Anche oggi si “vola”, purtroppo, ma con altri (ahimè, mortiferi…) allucinogeni…

(*) = Come principio attivo, la Scopolamina in molte culture antiche è stata utilizzata con i più svariati scopi: gli Arabi e gli autoctoni delle Isole Canarie la utilizzavano contro i nemici, gli Sciamani messicani e gli Aztechi la usavano come allucinogeno per predire il futuro, a Delfi gli antichi Greci ne facevano uso per indurre ipnosi e predire il futuro nei riti religiosi.



L'utilizzo della scopolamina come siero della verità durante gli interrogatori è stato praticato da molte Agenzie d’Intelligence, inclusa la CIA, sin dagli anni ‘50 (cfr. Progetto MK-ULTRA). In seguito all'evidenza della sua scarsa utilità (gli effetti allucinogeni producono distorsione nella percezione della realtà), il suo impiego venne abbandonato. Sembra che nei campi di prigionia nazisti il criminale Josef Mengele abbia sperimentato la scopolamina, come droga per estorcere ai prigionieri informazioni sui movimenti e le dotazioni belliche del nemico.
Dato che può determinare alterazione della coscienza seguita da amnesia, la scopolamina è talvolta somministrata di nascosto, disciolta in bevande, aggiunta ad alimenti o addirittura, essendo una sostanza incolore ed inodore, può essere semplicemente fatta inalare all'ignara vittima, per commettere rapine o violenze sessuali.

(**) = Corrispondenti alle tre PARCHE, nella mitologia dell’antica Roma.

RIFERIMENTI:

https://it.wikipedia.org/wiki/Atropa_belladonna
https://it.wikipedia.org/wiki/Moire
https://it.wikipedia.org/wiki/Scopolamina

BIBLIOGRAFIA:

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North P.M. – PIANTE VELENOSE – The Pharmaceutical Society of Great Britain, London

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A.Chevallier – ENCICLOPEDIA DELLE PIANTE MEDICINALI – Idea Libri / Milano, 1997

F.Stary – PIANTE VELENOSE – Istituto Geografico De Agostini / Novara, 1987



domenica 26 luglio 2020

I CELTI e gli EXTRA-TERRESTRI




                                                  Le Stelle sono piccolissime fessure,
                                        attraverso le quali fuoriesce la luce dell’Infinito…
                                                                     (Confucio)


                                                            di GIORGIO PATTERA

Fin dalle epoche più remote i popoli si dedicarono allo studio del cielo, indotti dal fascino che la volta stellata esercita sull'uomo, ma anche dalla necessità di stabilire calendari idonei a programmare le varie attività agricole, secondo il volgere delle stagioni, nonché di orientarsi nei grandi spostamenti, sia per terra che per mare. L'osservazione del firmamento costituisce infatti, ancor oggi, la garanzia di base per una corretta navigazione. In un secondo tempo, sempre per il fascino che le stelle esercitano sull’uomo e per poter in un certo modo collegare la volta celeste con lo svolgersi della propria vita, sono nati lo Zodiaco e la Divinazione.


E’ forse per questo motivo che tutte le culture hanno sempre contemplato una forma di predizione del tutto particolare: l’oroscopo. Probabilmente non tutti sanno che questo termine, così usato (ed anche ultimamente inflazionato) nel comune linguaggio quotidiano, possiede una derivazione etimologica ben precisa. Deriva infatti dal lemma greco Oroscòpion, composto dal verbo skopéo (che significa osservo) e dal sostantivo ora (che, in quest’accezione, assume il significato più ampio di tempo). Quindi, letteralmente, “l’osservazione del tempo”, cioè della situazione rispettiva dei corpi celesti nel momento in cui avviene la nascita, per poter presagire gli avvenimenti futuri nella vita dell’individuo (a questo proposito, cfr. la ns. ricerca “Siamo figli delle Stelle?”, in questo stesso blog, al link https://giorgiopattera.blogspot.com/2020/06/siamo-figli-delle-stelle-eredita-extra.html


I CELTI attribuivano grande importanza ai corpi celesti, quali le Stelle, il Sole e la Luna: questi ultimi, con i loro movimenti ciclici, si rivelano fondamentali per la suddivisione del tempo. L’anno era essenzialmente basato su due eventi: il sorgere di ALDEBARAN e quello di ANTARES, che segnavano i due periodi fondamentali: quello caldo e quello freddo. Il calendario celtico, basato sulla Luna, era molto complicato, ma ad un tempo talmente preciso (per l’epoca), che poteva addirittura prevedere le eclissi di Luna o di Sole con un errore di soli 3 giorni!

Il cielo del 500 a.C. (nel periodo del massimo sviluppo della cultura celtica in Europa) era leggermente diverso da quello cui siamo abituati oggi, a causa del fenomeno della “precessione degli equinozi”, secondo il quale l’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre varia ogni 25.786 anni circa. Questo perché il piano equatoriale, perpendicolare all'asse di rotazione terrestre e passante per l'equatore, non coincide con il piano dell'eclittica, contenente l'orbita descritta dalla Terra nella sua rivoluzione intorno al Sole, ma forma con essa un angolo di 23°27'. Per tale fenomeno, la stella più vicina al polo nord celeste, nel 500 a.C., non era l’attuale stella Polare (tra circa 13.000 anni sarà Vega), ma Kochab, sempre nella costellazione dell’Orsa minore; ciò rendeva possibile osservare dalla Gallia alcune costellazioni oggi visibili solo dall’emisfero australe.


In corrispondenza del 1° novembre, festa di Samain, era in levata eliaca (= il sorgere d’un astro quasi contemporaneamente al Sole) Antares, una stella rossa di prima magnitudine, la più luminosa della costellazione dello Scorpione. Ad Imbolc, circa il 1° febbraio, era in levata eliaca Capella, stella gialla della costellazione dell’Auriga, anch’essa di prima magnitudine. A Beltaine, il 1° maggio, sorgeva poco prima del Sole la stella rossa Aldebaran, la più luminosa della costellazione del Toro. Il colore della stella sembrava intonarsi perfettamente col colore del fuoco, associato al dio Belenus. Infine Sirio, la stella più luminosa di tutto l’emisfero boreale, nella costellazione del Cane maggiore, sorgeva eliacamente al 1° agosto, in corrispondenza della festa di Lugnasad. La stella più brillante, dunque, era associata a Lug, la divinità celtica più importante.


Tutte le popolazioni antiche hanno sempre alzato lo sguardo al cielo, con la speranza di ricavarne indicazioni utili per la vita sulla terra. Tuttavia, ribadiamo, l’attenzione che i Druidi (i mitici sciamani celtici) riservavano al cielo ed alle costellazioni non era finalizzata all’uso astrologico: l’astrologia, infatti, si diffonderà solamente più tardi, come “modus vivendi” di provenienza orientale, importata in occidente dai Romani in seguito agli influssi etnici assorbiti nei contatti con i popoli dell’Asia minore. L’astrologia occidentale ha così suddiviso l’eclittica (= piano dell’orbita terrestre intorno al Sole) nei dodici segni tradizionali, il cui nome anticamente si legava alle costellazioni osservabili lungo la fascia di cielo detta Zodiaco.

Ma culture diverse hanno in passato elaborato concezioni diverse, che ancor oggi mostrano una loro validità: fra tutte emerge in particolar modo l’oroscopo celtico, da cui si evidenzia (se mai ce ne fosse bisogno) il legame indissolubile che i Celti avevano stretto con le forze e gli elementi della Natura. Quella celtica era una popolazione presente fin dagli albori su gran parte del territorio europeo, compreso il nord Italia, corrispondente grosso modo all’odierna pianura padana.


Gran parte della giornata e dell’intera vita si svolgeva nelle foreste e le leggende ricamate intorno a questo magico popolo, conservate a stento nel “background” culturale delle nostre tradizioni, sono state tramandate oralmente.


I sacerdoti celti (ad un tempo cosmologi, erboristi e uomini di scienza in generale) avevano sviluppato una forma di “astrologia” del tutto particolare: il loro sistema era articolato su 22 “segni”, ognuno dei quali corrispondeva ad un ALBERO, le cui virtù avrebbero influito sulle persone nate in quei giorni. Per i Druidi, l’albero rappresentava il ciclo della vita e la correlazione fra le tre parti del cosmo: il sottosuolo (le radici), la terra (il tronco) ed il cielo (la chioma). Inoltre, da profondi conoscitori degli eventi celesti, suddivisero il percorso apparente del sole in vari settori, attribuendo a ciascuno l’albero che, per le sue caratteristiche, più si adattava a quel momento dell’anno. I 22 alberi individuati dalla cultura celtica caratterizzano quindi ciclicamente le persone nate nei diversi periodi dell'anno.


Per questo, è lecito ipotizzare che i Celti tenessero in gran considerazione il concetto “così è in alto, come in basso”, per poter collegare le analogie tra le forze della Natura e quelle umane: ad ogni costellazione fu pertanto assegnato un albero, considerato “simbolo di vita”.

In conclusione, l’impronta lasciata da un popolo si misura dalla sua saggezza e dalla sua spontaneità culturale: se questo è vero, si può tranquillamente ritenere che, quella dei Celti, sia stata una delle più grandi civiltà esistite sul nostro Pianeta.

A questo punto, come direbbe qualcuno, la domanda sorge spontanea: ma era proprio tutta farina del loro sacco? Domanda, questa, che gli addetti ai lavori si sono posti in circostanze similari: Sumeri, Egizi, Maya…

Anche in questo caso ci sentiamo di azzardare un “NO” deciso, alla luce di quanto andremo ad esporre. 

 «Io conosco dei racconti che sono venuti dal Cielo…»

(Taliésin, bardo gallese – V° sec.d.C.)


E’ ormai da quasi mezzo secolo che molti ricercatori dell’ignoto orientano i loro lavori nel tentativo di demitizzare i personaggi, strani e favolosi, che affollano le leggende, le tradizioni, le mitologie ed i “pantheon” religiosi dei popoli antichi. Alcuni di questi ricercatori, che definire “coraggiosi” è quanto meno riduttivo, sono giunti all’incredibile conclusione che la grande maggioranza di queste misteriose entità superiori, più o meno divinizzate dalle credenze popolari, altro non erano che una specie di “coloni”, venuti, se così si può dire, da pianeti lontani a bordo di “carri di fuoco”, quegli stessi che oggi chiamiamo “dischi volanti”, U.F.O. o, “prudentemente”, O.V.N.I. (oggetti volanti non identificati), fino a giungere all’acronimo U.A.P. (Unidentified Aerial Phenomena) coniato nel 2015 dal Pentagono.

Ora, le ricerche di questi “picconatori di testi sacri” sono in grado di affermare che lo studio approfondito ed asettico della Tradizione Celtica può confermare tutto ciò che i colleghi “ortodossi” hanno scoperto nelle tradizioni degli altri popoli: Sumeri, Assiri, Babilonesi, Iraniani, Indù, Maya, Egizi, Greci, Ebrei. Il tutto, però, osservato con ottica diversa o, meglio, possibilista: in antitesi, cioè, con la classificazione di “oggetti e/o manufatti non riconducibili ad un’identificazione certa” mediante l’etichetta, frettolosa e superficiale, di “oggetto rituale” o “di culto”, che i canoni dell’archeologia “ufficiale” sono soliti attribuire a tutto ciò che non riescono a spiegare.
In questo modo si giunge a precisazioni estremamente interessanti sulle conoscenze scientifiche di quei “colonizzatori venuti dal cielo” che i nostri lontani progenitori chiamavano “gli dèi”; sulla loro particolare natura, a volte simile ed a volte diversa da quella umana; ed infine, dettaglio che si rinviene esclusivamente nella tradizione celtica, sulle coordinate spaziali di provenienza di quei “visitatori” che, in un remoto passato, s’insediarono nelle regioni pre-Celtiche.



A causa della mancanza di documentazioni – i Celti avevano un proprio alfabeto, l’Ogham, ma trasmettevano il sapere agli iniziati solo oralmente – e dell’ostracismo nei confronti della cultura celtica dopo la conquista da parte delle legioni di Cesare, nessuno finora aveva pensato di chiarire il mistero degli esseri che “operavano” prima degli uomini nel nord-Europa. Ed ora ci proveremo noi.


Anche gli Dèi hanno i “carri”…

All’epoca dei Celti, come in tutti i tempi lontani, i comuni mortali usavano il cavallo per gli spostamenti. I più fortunati (pochi, in verità) possedevano anche un carro, cui attaccavano un cavallo o (i personaggi importanti) eccezionalmente due. Ma i “carri” di coloro che venivano chiamati “gli Dèi accorsi dal cielo” erano molto diversi dal tipo classico: sentiamo come li descrive Arbois de Jubainville nel trattato “Druides et Dieux en forme d’animaux”: «…La dea Badb si muoveva con un carro al quale era attaccato un solo cavallo rosso. Questo cavallo aveva una sola zampa; il timone del carro gli passava attraverso il corpo e la sua punta usciva dalla fronte del cavallo stesso, che ne faceva al contempo da sostegno. Alla fine del carro c’era un mantello rosso, che ricadeva al suolo e spazzava il terreno…». Certo che avere una zampa sola dev’essere ben “fastidioso” per un animale che deve galoppare! Soltanto per stare in piedi, il “cavallo ad una gamba” è obbligato, per sostenersi, ad appoggiarsi al carro e visto che il timone gli attraversa il corpo, sarebbe più semplice dire che questo singolare “equino” faceva tutt’uno col veicolo. 


A questo punto, tralasciando le allegorie mitologiche che circondano la presunta “divinità”, derivate dal substrato culturale delle popolazioni cui si manifestavano quelle strane apparizioni, non è contraddittorio azzardare l’ipotesi che il “carro” con cui si spostava la dea Badb non fosse altro che un “velivolo”, in cui il “cavallo” ad una zampa corrisponde allo scafo dotato di puntello (come descritto in alcuni OVNI) ed il “timone” ad un alettone direzionale o ad un albero d’elica. (Curiosamente simile è la ricostruzione effettuata da Blumrich, ingegnere NASA, circa il “carro di fuoco” descritto dal Profeta Ezechiele nell’Antico Testamento, 1°, vers.1-28). Quanto al “mantello rosso” trascinato posteriormente, è fin troppo facile individuare in esso il bagliore emesso dal sistema di propulsione.

Se ciò fosse vero, si comprenderebbe il motivo per cui i “carri degli Dèi” raggiungessero velocità vertiginose, con le quali “…nessun altro carro poteva rivaleggiare…”. «Improvvisamente – prosegue l’autore irlandese nella sua ricostruzione – il carro (letteralmente) “s’involò a velocità prodigiosa, in quanto la dea si era mutata in un grande uccello nero”. Da quel momento in poi, i Bardi irlandesi, allorché dovranno descrivere quegli “oggetti volanti” mai visti prima, li chiameranno “uccelli neri”». In un altro lavoro del predetto autore, la stessa dea Badb, al momento di “involarsi”, viene accompagnata da un’espressione pittoresca: “…sparì in una Gloria…”.


Questo termine inconsueto, “Gloria” (si ritrova anche nella dizione “un cielo di gloria”), si traduceva nei tempi antichi come “un irraggiamento di porpora e d’oro”, descrizione molto simile a quella usata da Ezechiele nel momento di avvistare ciò che riteneva, appunto, “la Gloria del Signore”; ed anche, facendo un parallelo con i giorni nostri, ai resoconti dei testimoni di fenomeni UFO, che confermano il comparire e lo scomparire dei misteriosi oggetti come “avvolti da un alone luminoso, cangiante dal rosso fuoco (porpora) al giallo-aranciato (oro)”.

Ma oltre che in cielo, anche in mare gli “Dèi celtici” detenevano un dominio incontrastato; anzi, addirittura sotto il mare: sembra infatti che per gli spostamenti sulla fase liquida utilizzassero “…vascelli d’argento che navigavano sotto le acque…”. Questo ci riporta alla mente l’incredibile viaggio del Profeta Giona nel ventre di quell’animale marino che identificò in una balena; una balena davvero strana, tuttavia, in quanto provvista di “occhi sui fianchi” (oblò?). E come non ricordare il Tripura vimana, che ritroviamo nel “Vymaanika  Shaastra”, poema epico indù risalente a circa 4.000 anni fa?



Le armi degli “Dèi”

“… I loro compagni erano spariti, senza lasciare traccia…”
(da Manawyddan)



Da «Dieux et héros des Celtes», di M.L.Sjoestedt, attingiamo: «…Il “vestiario da guerra” degli Dèi celtici era alquanto diverso da quello dei comuni guerrieri. Una delle divinità-guerriere più temibili era Balor: si trattava di un “ciclope”. Il suo unico “occhio”, tuttavia, possedeva una straordinaria peculiarità: quando si apriva (a riposo era protetto da una pesante “palpebra”), “… il suo sguardo abbracciava l’insieme delle forze avversarie, che cadevano folgorate dal lampo che ne scaturiva…”». 



Traslazioni mitologiche a parte, siamo convinti che Balor, in realtà, calzava un casco particolare, provvisto d’apposita schermatura che gli consentiva di vedere attraverso, tanto da farlo sembrare privo degli occhi; casco sormontato da un’apertura, regolata da un otturatore (palpebra), il quale, aprendosi, lasciava partire una radiazione micidiale (lampo), probabilmente un raggio laser, azionato da chi indossava quell’elmo inusitato.



A corroborare quanto affermato, possiamo aggiungere che ci siamo orientati sulla strada del Laser, in quanto sui “caschi” delle divinità combattenti, portati alla luce durante gli scavi archeologici negli insediamenti celtici, sono stati rinvenuti cristalli di RUBINO: com’è noto, il rubino si trova alla base della generazione del raggio laser, perlomeno di quello di prima generazione. Tutto questo può far pensare ad una produzione fantascientifica “ante litteram”, se non fosse che, ai giorni nostri, le truppe speciali di sicurezza di molti Paesi sono dotate, per l’appunto, di casco sormontato da puntatore laser, di cui basterebbe variare la frequenza per trasformarlo in arma letale. Di questo particolarissimo copricapo non abbiamo il nome, mentre conosciamo la denominazione di un’altra terribile arma: Gaebolg, ovvero “la lancia magica”. Perché magica? Perché, a quei tempi, una lancia (perlomeno creduta tale) che “si allungava a volontà e non mancava mai l’avversario” non poteva che guadagnarsi tale appellativo, da parte dei “comuni” guerrieri che, pur valorosi e possenti, erano abituati a brandire lance “comuni”, costituite cioè di robusto legno e di una punta di temprato metallo. Anche in questo caso, dunque, siamo in presenza di un’arma non convenzionale: probabilmente si trattava di un “tubo” (di materiale ignoto) dalla cui estremità scaturiva, ancora una volta, un raggio laser, in grado di colpire il nemico, anche in movimento, a qualunque distanza.

Arma talmente pericolosa che, a riposo, “era necessario mantenerne l’estremità immersa in un paiolo pieno d’acqua”. Quest’ultimo dettaglio conferma l’esattezza dell’intuizione di non poter circoscrivere tutte queste narrazioni nell’ambito dell’inflazionata “mitologia”, poiché anche la tecnologia moderna adotta per certi generatori Laser un’analoga precauzione, differente solo per il liquido utilizzato. Recita infatti Raymond Channel nel trattato “Le laser et ses applications”: «…È sconsigliato, quando non si desideri utilizzare la potenza del fascio, lasciare permanentemente in funzione l’apparecchiatura laser, perché in tal modo la temperatura del cristallo s’innalza pericolosamente…». Oggi il raffreddamento si ottiene con l’aria liquida, che viene conservata in un apposito contenitore a doppia parete, argentato all’interno, chiamato “vaso di Arsonval”: che fosse qualcosa di simile, il “paiolo” di celtica memoria?


Concludiamo questo “arsenale” con quella che, in un passato non troppo lontano, è stata realizzata dalla moderna tecnologia bellica, la cosiddetta “arma finale” o “arma totale”: quella nucleare. Dal “Manawyddan” estrapoliamo: «…Quella sera, mentre ci trovavamo a Gorsedd Arberth, scosse l’aria un gran colpo di tuono, seguito da una nuvola così spessa che non si poteva vedere oltre. Quando la nube si dissipò e tutt’intorno si schiarì, gettammo lo sguardo sulla campagna che avevamo attraversato prima: bestiame, dimore, persone, tutto scomparso. Anche i nostri compagni erano spariti, senza lasciare traccia…». Che dire? Non sembra di riascoltare, purtroppo, la descrizione delle distruzioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki? Fu l’identica sorte toccata a Mohenjo-Daro e Harappa, magistralmente descritta da David Davemport, nel suo ormai introvabile capolavoro “2000 a.C.: distruzione atomica”?


 Ma, alla fine, da dove venivano questi “Dèi”?


Abbiamo citato all’inizio un passo di Taliésin, bardo gallese del V° secolo. Bardo (= poeta), sì, ma anche Drùido (=iniziato, lo afferma lui stesso) e, probabilmente, anche qualcosa di più: un mutante (), frutto quindi d’incrocio fra una donna ed un’entità superiore pseudo-divina, d’origine extra-terrestre. Un po’ quello che si legge nel capitolo VI della Genesi, quando si parla dell’unione dei Nefilim, “caduti dal cielo”, con le “figlie degli uomini”. Taliésin, quando parla dei “colonizzatori”, li chiama «Tuatha di Danann»: “tuatha”, in Gaelico, significa “tribù” e “Danann” “del dio di Dana”. In Bretone popolare, Dana diventa Dan e, in Gallese, Don. E qui interviene uno dei più noti studiosi della cultura celtica, J.Markhale, che, nel suo libro “Les Grands Bardes gallois”, ci svela l’enigma: «…Llys Don significa “la corte di Don”, che serve a designare la costellazione di Cassiopea». Ecco individuata, quindi, la provenienza dei “colonizzatori”: la costellazione (Corte = insieme di stelle) del dio di Dana, di cui ovviamente, come sottintende la denominazione stessa, Dana è il pianeta maggiore. Se in una notte limpida contempliamo la volta celeste e puntiamo la stella polare, un po’ più a destra (si fa per dire…) compare una “macchia bianca”: è Cassiopea, alias “la Corte di Dana”, come la chiamavano gli antichi Celti, dal cui pianeta principale (Dana, per l’appunto) i nostri extra-terrestri partirono in un remoto passato, in direzione nord-Europa. Taliésin, infatti, prosegue: “…Dana ha riunito i suoi figli e ha detto loro di scendere sulla Terra, dove regna il disordine…”.


Se era necessario che “i figli di Dana” scendessero sulla Terra per ristabilire l’ordine, è evidente che questi abitavano un altro pianeta ed il fatto che si parli di un sito geografico come di una persona, è consuetudine acquisita da tempo: non si dice, infatti, “La Terra ha inviato i suoi figli alla conquista dello spazio”, “L’Europa si scontra con altre civiltà”, ecc.?
E noi, ironicamente, aggiungiamo: i “figli della Terra”, già a quei tempi, non erano conosciuti all’Estero come “bravi ragazzi”, se c’era bisogno di “mettere ordine fra loro”… Ma questo, si sa, è nel DNA dell’Uomo…

Va ricordato, inoltre, che il termine “Dana” nella tradizione celtico-irlandese significa “la madre degli Dèi” ed è presente anche nella forma “Ana”. Quest’ultima dizione viene ricollegata dai proto-linguisti ad “An” o “Anu”, che nella simbologia sumerico-accadica sta ad indicare “l’alto”, “il cielo” e nell’alfabeto cuneiforme è scritto con lo stesso ideogramma della parola “dio” (DIN.GIR). Quindi, letteralmente, “il dio che sta in alto, nel cielo”, la stessa denominazione che usa il “Pater noster” della religione cristiana. Il che sta a confermare, se mai ce ne fosse bisogno, che il detto “tutto il mondo è paese” è vecchio quanto l’Uomo…




Una curiosità: la raffigurazione della “Madonna Nera” (presente in Itala in 19 santuari, in Francia in un centinaio ed anche in altri insediamenti celtici del resto d’Europa) va collocata in stretto rapporto con la tradizione celtica. In quest’ambito, infatti, riveste un ruolo importante la figura della “Madre-Vergine-Karidwen”, che si riallaccia all’etimo “Dana” della tradizione irlandese di cui sopra e che significa letteralmente “porta divina” (da cui la “ianua coeli” delle litanie cristiane). Karidwen (o Cerridwen) era rappresentata sotto due aspetti: come la “dea bianca”, corrispondente alla Luna Nuova (= nascita), e come la “dea nera”, corrispondente alla Luna Vecchia (= morte). Questo perché, come s’è detto, i Celti suddividevano il tempo secondo i cicli della luna e non del sole.

CONCLUSIONI

La tradizione celtica localizza il punto d’approdo degli extra-terrestri nel Nord-Nord-Ovest dell’Europa e riporta le date del loro arrivo, coincidenti quasi sempre, secondo il calendario celtico, con le ricorrenze di Beldan (1° maggio) e di Saman (1° novembre). Perché? Non crediamo che a quei tempi esistessero già le agenzie di viaggio, che offrivano i pacchetti “low cost” fuori stagione… La spiegazione, forse, è un’altra ed in questo la Geofisica può esserci di supporto. Il nostro pianeta è circondato da una specie di schermo, chiamato Fascia di Van Allen, che lo protegge dall’eccessivo bombardamento da parte delle particelle cosmiche, molto dannose perché ionizzanti, e delle radiazioni ultraviolette, micidiali per i microrganismi: senza la Fascia di Van Allen, la vita sulla terra non sarebbe possibile. Potrebbe darsi che questa cintura, in qualche modo, arrecasse “disturbo” (per le radio-comunicazioni?) alle cosmonavi aliene. 




Tuttavia esistono tre “corridoi”, in corrispondenza dei quali la fascia sembra attenuare la propria attività: questi si trovano sulla perpendicolare del Polo Sud, al disopra dell’Africa e, giustappunto, sulla perpendicolare del Polo Nord. Ma perché proprio il 1° maggio ed il 1° novembre? Potremmo ipotizzare che, per leggi di natura ancora sconosciute (forse legate all’inclinazione dell’asse terrestre?), nei due periodi indicati l’attività della suddetta fascia si riduca ulteriormente, favorendo in tal modo l’ingresso delle navi spaziali nella nostra atmosfera. 

In conclusione, la tradizione celtica rafforza la convinzione che, similmente all’India, al vicino e lontano Oriente, al bacino del Mediterraneo e all’America precolombiana, anche l’estremo nord dell’Europa abbia conosciuto in epoche remote la visita di entità aliene, a dimostrazione che l’intero nostro pianeta è stato (e continua ad essere) oggetto d’attenzione, a ripetute ondate, da parte dei “signori del cielo”. Applicando un’interpretazione della tramandazione gaelico-britannica scevra da preconcetti e luoghi comuni, abbiamo potuto conoscere i loro mezzi di locomozione, le loro armi, le loro tecniche medico-chirurgiche e fito-farmacologiche, convincendoci sempre più che, migliaia d’anni or sono, essi erano detentori d’una scienza pari (per alcuni aspetti) o addirittura superiore (per altri) a quella terrestre del XX e, perché no, anche del XXI secolo.


Tutte e solo fantasie? Può darsi, ma agli ultra-scettici, ai super-positivisti ed ai maxi-nihilisti che affollano da sempre l’umano consesso vogliamo ricordare, a conclusione di questa ricerca, che Karla Turner, nel libro “Rapite dagli UFO”, al paragrafo «Retroterra personali», evidenzia: “…Tutte le otto donne (protagoniste di IR 4; N.d.R.) hanno dimostrato di possedere facoltà parapsicologiche superiori alla media. I dati sull’origine etnica tendono a dimostrare che la discendenza celtica e dai nativi americani, rispetto ad altri specifici gruppi etnici, è prevalente nei resoconti di IR 4 avvenuti in America…”.

Il che starebbe a dimostrare che quei “signori del cielo”, oltre che in tecnologia, erano superiori anche sotto l’aspetto delle promesse: avevano preannunciato “un giorno ritorneremo” e sembra proprio che, quella promessa, la vogliano mantenere…


BIBLIOGRAFIA


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SKY WATCH 10 AGOSTO 2020

                                                   Di GIORGIO PATTERA Lunedì 10 agosto 2020, nella splendida cornice naturale del Parco Pr...