“Solo se sei pronto a considerare possibile l’impossibile,

sei in grado di scoprire qualcosa di nuovo”.

(Johann Wolfgang Goethe)

“L’importante è avere un pensiero indipendente:

non si deve credere, ma capire”

(Hubert Revees)


“L’Uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando”

(Hubert Revees)

giovedì 31 dicembre 2020

CAPODANNO CELTICO: LA PORTA SEGRETA SI APRE...

 


                                                     di GIORGIO PATTERA

Le tradizioni, civili e religiose, dell’umano consesso non risultano univoche, per quanto riguarda la data in cui si celebra la ricorrenza del Capodanno. Ma non occorre spingerci, ad es., nella lontana Cina (che festeggia il Capodanno lunare in corrispondenza del novilunio, tra il 21 gennaio e il 20 febbraio) per sottolinearne la diversità: già tra le popolazioni del nostro occidente, in un passato non lontanissimo, la cultura Celtica faceva eccezione, posizionando il Capodanno nella notte fra il 31 ottobre ed il 1° novembre. Questo perché il “modus vivendi” dei Celti, imperniato principalmente in attività agricolo-pastorali, si rapportava strettamente ai cicli della Natura, alle sue regole ed alle sue esigenze. Di conseguenza, col mese di ottobre, per loro, terminava l’anno “lavorativo” e ne iniziava uno “nuovo”, previo un intervallo (l’inverno) dedicato alla quiescenza ed al rinnovo delle energie, sia di Madre Natura che dell’Uomo…


Ecco quindi comparire nel calendario celtico rinvenuto a Coligny (Francia centro-orientale) il termine SAMHAIN (o Samonios, come veniva chiamato dai celti insubri del Nord Italia), la cui etimologia deriverebbe dall'irlandese antico (= "la fine dell'estate"), mentre in gaelico significa "Novembre". ... 


E siccome per i Celti, a Novembre, con la Natura “morivano” anche gli uomini (= si interrompevano le gravose attività agricole), vediamo ora come questa antica civiltà considerava i defunti.

Secondo i Celti, a Samhain, nome celtico del Capodanno, si aprivano le porte fra il Regno dell’Al-di-qua e l’Altro-mondo. I morti risiedevano in una terra di eterna giovinezza e di felicità, molto spesso descritta come un’isola beata e si riteneva che in certe occasioni potessero soggiornare sulle colline, insieme col misterioso “Popolo Fatato”.

Nella notte di Samhain tutte le leggi dello spazio e del tempo erano sospese, permettendo agli spiriti dei morti (e talora anche dei vivi) di passare liberamente da un mondo all’altro.

Il confine invalicabile fra l’Aldiqua e l’Altromondo si faceva più sottile e cedevole, permettendo alle anime di mostrarsi o di comunicare con i viventi. Per questa ragione sono nate e si sono consolidate le celebrazioni in onore dei defunti, tradizioni giunte fino ai giorni nostri con qualche rituale che si mantiene inalterato nel tempo (ad es., accendere i “lumini” sulle tombe, anche se nessuno sa o ricorda più «perché si usa fare così»).

L’anno si rinnova…

Tradizionalmente il Capodanno Celtico si celebra a partire dal tramonto del sole, tra il 31 ottobre e il 1° novembre. Questo era il momento più solenne e importante: rappresentava il rinnovamento dell’anno, la fine e l’inizio di un ciclo in natura, nella vita quotidiana e nella sfera più intima e profonda della vita stessa, la spiritualità. Questo Capodanno segnava la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno, la notte era più lunga del giorno e l’anno nuovo si raffreddava gradualmente nella sua metà oscura e sotterranea. Samhain era chiamato anche “Trinoux Samonia”, ovvero “Tre Notti di Fine Estate” ed i festeggiamenti si protraevano quindi per tre giornate, se non addirittura per una decina di giorni.

Alla luce di quest’ultimo particolare, sembra che anche la festa di San Martino di Tours (11 novembre) sia una specie di “capo d’anno”, in quanto vi si ritrovano alcune delle connotazioni proprie del Samhain Celtico. Anticamente l’11 novembre coincideva con l’inizio d’un ciclo annuale, testimoniato non solo dall’aspetto folkloristico. Un tempo, infatti, a San Martino cominciava l’attività dei Tribunali, delle Scuole e dei Parlamenti; si tenevano le elezioni municipali; si pagavano affitti, rendite e locazioni; venivano rinnovati i contratti agrari, oppure si traslocava, tant’è vero che ancor oggi nel linguaggio popolare “fare San Martino” equivale a “traslocare”.


 L’antica “Festa dei Morti”

Molte leggende celtiche, in cui si narrano cicli epici di re ed eroi, si svolgevano nella notte di Samhain. Queste leggende si ricollegavano ai cicli di fertilità della Terra ed all'inizio del regno semestrale dell’Oscurità. Per i Celti, popolo dedito all'agricoltura e alla pastorizia, questa ricorrenza assumeva un’importanza particolarissima. La vita quotidiana cambiava radicalmente: le greggi venivano riportate giù dagli alpeggi e dai pascoli estivi; si raccoglievano le ultime mele; le coltivazioni non davano più frutti ed i campi venivano preparati per la nuova semina; le famiglie si chiudevano nelle cascine per trascorrere al caldo le lunghe e fredde notti invernali, dedicate a lavori artigianali (costruzione e/o riparazione di utensili), al chiacchiericcio di storie, leggende e filastrocche.

In alcune regioni del nord Europa, in particolare nelle Highlands scozzesi, i giovani uomini percorrevano i confini delle fattorie, dopo il tramonto, tenendo in mano delle torce fiammeggianti per proteggere le famiglie dalle Fate e dalle forze malevole, libere quella notte di camminare sulla terra. Questo era il momento in cui si poteva facilmente prevedere il futuro e la sorte, una tradizione che è rimasta “impigliata” in molte usanze folkloriche.


Com’è nata l’attuale “Festa dei Morti”

Lo spiega compiutamente proprio Eraldo Baldini: «Con l’affermarsi della nuova religione cristiana, la Chiesa cercò di cancellare le antiche feste “pagane”, cioè appartenenti a religioni precedenti, non abolendole, ma appropriandosene, riconducendole nel proprio ambito e mantenendone vivi solo la data, ma in parte anche il significato. Così, per cristianizzare il Capodanno Celtico, la chiesa pose al 1° novembre la festa di Ognissanti, alla cui diffusione contribuì soprattutto Alcuino (735 – 804), l’autorevole consigliere di Carlo Magno. Qualche decennio dopo, l’imperatore Ludovico il Pio, su richiesta di papa Gregorio IV (827 – 844), ispirato a sua volta dai vescovi locali, la estese a tutto il regno franco. Ma ci vollero ancora molti secoli perché il 1° novembre diventasse per tutta la Chiesa d’occidente la festa di Ognissanti: fu infatti papa Sisto IV a renderla obbligatoria nel 1475. Per non snaturare completamente le caratteristiche della “festa dei morti” dell’antico Capodanno Celtico, preso atto che comunque il popolo (e in larga parte anche il clero) continuava a conservarle, la Chiesa dedicò il giorno successivo, 2 novembre, alla Commemorazione dei defunti.

Fu Odilone di Cluny, nel 998, a ordinare ai Cenobi dipendenti dell’abbazia di celebrare l’ufficio dei defunti a partire dal vespro del primo di novembre, mentre il giorno seguente i sacerdoti avrebbero offerto al Signore l’Eucarestia “pro requie omnium defunctorum”. Il rito poi si diffuse a poco a poco al resto d’Europa, giungendo a Roma solo nel XIV secolo.

Al di là dei dati storici e degli aspetti della religiosità “ufficiale”, certo è che nel folklore europeo (e quindi anche italiano) i primi giorni di novembre hanno conservato aspetti che riportano ad un antico capodanno: per esempio, l’usanza in varie parti d’Italia di portare in regalo in quei giorni le “strenne”, per lo più costituite da dolciumi per i più piccoli. In questo caso, la tradizione vuole che i doni siano portati proprio dai defunti.


L’ospitalità agli antenati e il ristoro

Un tema fondamentale della Festa dei Morti è il rispetto e l’ospitalità nei confronti dei defunti, i nostri antenati che ritornano in questo mondo per una notte. Le anime dei trapassati devono, in quel giorno, venir confortate e placate, affinché (al pari delle divinità e del Popolo Fatato) siano propizie allo svolgersi dell'anno che ricomincia. Con il Cristianesimo, il culto popolare si muove su un piano di preghiera e di suffragio, ma nel frattempo i riflessi delle antiche tradizioni rimangono inamovibili in alcune usanze proprie a tutti i ceti sociali, dal più ricco al più povero: una di queste, sopravvissuta nel corso dei secoli, recita di porre lumini accesi sulle tombe dei propri cari. In passato, durante questa notte, anche la casa restava illuminata da una candela, che si accendeva per rendere più agevole il cammino dei defunti verso la loro antica dimora e la loro famiglia terrena. Da noi (ma anche nel resto dell’Europa) la tradizionale accoglienza si ritrova in varie usanze, ancora vive in parte nei piccoli centri, ma in gran parte completamente abbandonate. Ecco qualche esempio…

In Romagna una volta tutti si alzavano di buon’ora e i letti erano lasciati liberi per il riposo degli antenati. Si racconta che per l’occasione la massaia «cambia le lenzuola e le sceglie candide di bucato e odorose di spigo: appronta i letti per i morti della casa, che vi tornano a riposare stanchi del viaggio percorso dall’eternità». Anche nel Cremasco ci si alzava per tempo e si sprimacciavano bene i letti, perché i trapassati potessero trovarvi riposo.

Il banchetto è un’usanza registrata in molte regioni: quando arrivano in casa, i defunti devono trovare anche cibo e ristoro, così la mensa non si sparecchia e si lascia tutto pulito e ordinato.

I rituali delle offerte, della questua e dei banchetti


Ancora oggi ad Halloween i bambini, mascherati da mostri, vanno di casa in casa chiedendo un’offerta (“dolcetto o scherzetto?” si usa dire, un po’ ricalcando il “trick or treat” anglosassone). È un gioco rituale che deriva dall’antica tradizione di fare offerte ai defunti per la loro Festa (a volte i doni si lasciavano sulle tombe); in altri casi l’offerta si dava va chi li impersonava i Morti recandosi nelle case per una questua rituale. In molte zone il 1° novembre si usava fare una questua per i poveri raccogliendo per le case pane e farina, e si confezionavano dei dolci di forma particolare, detti «ossa dei morti».


In passato, a Fezzano (La Spezia), alla sera e alla mattina i bambini recitavano le preghiere insieme con i genitori e i nonni raccontavano storie e poesie paurose. Alla vigilia dei Morti, i bambini andavano di casa in casa per ricevere in dono fave, castagne bollite e fichi secchi: questi doni si chiamavano il «Ben dei morti». In Lombardia, le osterie di Bergamo e dei paesi vicini preparavano grandi pentole colme d’una speciale minestra d’orzo, che veniva caritatevolmente distribuita ai poveri. A Sellero (BS) e in Val Camonica si andava a Messa, pregando per i defunti; al ritorno si faceva una festa a base di polenta e “schelt”, un impasto fatto con farina di castagne. Si andava poi nella stalla a mangiare e a chiacchierare (si faceva “filò”), recitando il Rosario accompagnato da qualche bicchiere di “rosso” per difendersi dal freddo…


Il cibo che predice la sorte

Cibo tradizionalissimo per la ricorrenza dei Morti sono le fave: secondo gli antichi contenevano le anime dei loro trapassati ed erano sacre ai morti. Le fave, che per prime sbucavano dal terreno primaverile dopo che il seme era stato sepolto nella terra, erano il simbolo della resurrezione, già nell’antichissima credenza precristiana, il segno che le anime dei morti non perivano con il corpo. Anche oggi, in occasione delle festività dei primi di novembre, le «favette» o «fave dei morti» hanno questo arcaico e nobile significato. A Voghera e nell’Oltrepò Pavese si cantava e si mimava il gioco de “La bela vilana la pianta la fava... facendo in questa guisa», ripetendo inconsapevolmente una arcaica danza di incantesimo degli agricoltori per propiziarsi la produttività della terra.

La fava, antico ingrediente anche per i filtri delle fattucchiere è giunta attraverso i tempi con la sua carica di virtù magica al guanciale delle donne (specialmente lombarde) per predire fortuna o sfortuna domestica e nozze più o meno felici. Il rito si compie così: sotto il cuscino si pongono tre fave dentro un sacchetto, una intatta, una semi-sbucciata e una mondata. Quest’ultima sarebbe la maledetta, che predice una disgrazia o un marito spiantato, se estratta per prima al mattino.

C’è anche il rito, altrettanto celtico, dove si predice la sorte con una mela ma… ve lo racconteremo al prossimo Capodanno !

 

Fonti:

Trigallia - Il Portale delle Feste Celtiche - http://www.trigallia.com/capodanno.asp

https://www.lospazio.org/lospazio.org/Blog/Voci/2010/10/24_Samhain,_Capodanno_Celtico_Ognissanti-_Commemorazione_dei_defunti-_San_Martino-_Halloween..html

https://www.facebook.com/AlfredoCattabiani/posts/213111028860548:0





Baldini E. - “La festa di Halloween in Romagna e nella Padania: moda importata o tradizione millenaria?” - appendice a “Romagna Celtica” di A.Calvetti, Longo Editore, Ravenna, 2000.





lunedì 21 dicembre 2020

Siamo nell’Era dei Pesci o dell’Aquario?

 



dall’amico Carmine Benintende riceviamo e volentieri pubblichiamo:



La prossima congiunzione planetaria di Giove e Saturno, che avverrà il 21 dicembre 2020, giorno del solstizio d’inverno, ha fortemente acceso la “convinzione” che stiamo entrando nell’Era dell’Aquario, chiamato anche Segno dell’Aquario; convinzione che è iniziata a circolare già dagli anni 1920-1930 del millennio scorso. (A tal proposito, la parola Aquario non ha la “c” tra la A e la q perché si riferisce ad una costellazione dal nome latino e per non confonderla con l’acquario dei pesci). L’Era, chiamata anche Era Zodiacale o Era Astrologica, corrisponde al Segno Zodiacale attraversato dal Punto Vernale (Equinozio di Primavera) in uno dei dodici settori posizionati sulla fascia dell’Eclittica del percorso apparente del Sole; i dodici settori corrispondono ai nomi delle Costellazioni che si trovano in questa fascia; l’Era viene determinata sulla base del fenomeno astronomico chiamato “precessione degli equinozi” (che vedremo tra poco). Nello Zodiaco la fascia dell’Eclittica è delimitata nella sfera celeste da due ipotetici cerchi a Nord ed a Sud del piano immaginario della stessa, ad una distanza di 9 gradi (9°) a Nord e di 9° a Sud, per un valore di 18°.

Occorre fare una prima distinzione: quando mi riferisco a concetti astrologici, si parla di Segno Zodiacale, che corrisponde ad uno dei dodici settori della volta celeste in cui è suddivisa la fascia dell’Eclittica con un’estensione di 30 gradi. Quindi i 12 segni coprono il ciclo completo di 360 gradi del moto apparente del Sole in un anno, i cui nomi vanno dal Segno dell’Ariete a quello del Toro e via via fino al Segno dei Pesci. Mentre quando mi riferisco a termini astronomici, le configurazioni planetarie vengono chiamate Costellazioni, che però nella volta celeste hanno estensioni diverse: ad esempio la costellazione della Vergine copre uno spazio di poco più di 40°. Quando parliamo del Segno dell’Ariete ci si riferisce ad un termine astrologico, mentre quando paliamo di Costellazione dell’Ariete ci si riferisce ad un concetto astronomico. Il pianeta Terra, che amo chiamarla Gaia, ha diversi movimenti nel suo viaggio cosmico: la rotazione attorno al proprio asse, (alternarsi di giorno e notte), la rivoluzione attorno al Sole (che ne determina l’anno); il suo asse ha un’inclinazione di 23° 27’ (gradi e primi), che unitamente alla circumnavigazione del Sole determina le stagioni. Un altro fenomeno poco conosciuto (in relazione alla sua massa e alle sollecitazioni della rotazione della Luna ed alla gravità solare): Gaia bascula sul proprio asse (gira come una trottola), disegnando un doppio ipotetico cono.

(Cfr. immagine tratta dal sito “Cammina nel Sole”).


Questo movimento viene chiamato precessione degli equinozi crea due fenomeni: il primo che nel corso dei millenni il nord astronomico adesso indicato dalla “Stella Polare” (nella costellazione dell’Orsa o Carro Minore) in futuro il nord sarà indicato dalla Stella Vega (che si trova nella costellazione della Lira) ; il secondo è il suo retrocede rispetto al percorso delle costellazioni che vediamo apparire nei cieli; ossia retrocede dall’Ariete, ai Pesci, all’Aquario e così via, mentre il percorso del cielo  va dall’Ariete, al Toro fino ai Pesci.


Per comprendere il susseguirsi delle Ere occorre considerare un altro fondamentale concetto astronomico, ossia il momento in cui il Sole nel suo movimento apparente interseca con l’Eclittica, detto punto vernale, detto anche Punto Ỿ (gamma), che altro non è l’Equinozio di Primavera. Tenendo conto che l’asse di rotazione è inclinato di 23° e 27’ rispetto al piano Equatoriale nel corso dell’anno i punti di contatto tra i due piani immaginari avvengono il 21 di marzo, equinozio di primavera o punto vernale oppure Punto Ỿ (gamma), ed il 23 settembre, Equinozio autunnale, chiamato anche Punto Ω (omega). Nel movimento retrogrado dell’asse terrestre il Punto Ỿ (al sorgere del Sole) si sposterà di circa un grado ogni 72 anni sull’Eclittica, quindi impiegherà circa 2160 anni per percorrere un Segno Zodiacale e circa 25.920 anni per completare il giro e trovarsi al punto di partenza (chiamato anche Anno Platonico); di conseguenza ogni Era prende il nome dal Segno Zodiacale che ospita l’Equinozio di primavera.

Esistono però due ordini di problemi da risolvere, innanzitutto dal punto di vista astronomico e poi astrologico per comprendere esattamente in quale Era ci troviamo.

Il primo è individuare qual è la data esatta in cui il Punto Ỿ si trovasse nel Segno dell’Ariete o dei Pesci. Il secondo è quello di individuare una Stella di riferimento nel segno dell’Ariete o dei Pesci per determinare il  Punto Ỿ, d’altra parte sappiamo che tutti i sistemi planetari, e quindi le stelle della nostra Galassia, sono in movimento; astronomicamente è complicato (nonostante l’alto livello tecnologico) individuare la velocità delle stelle in modo esatto ed è altrettanto difficile capire qual è la loro direzione nello spazio, questi movimenti vengono determinati comunque con una certa approssimazione; diventa quindi problematico determinare quale sia il Punto Ỿ nell’ingresso del Segno dei Pesci.

Tra gli studi più seri ed approfonditi, per comprendere qual è il Punto Ỿ che stabilisce l’inizio dell’Era dei Pesci, ci sono quelli:

             di Neil Michelsen dell’American Sideral Ephemeris, di San Diego, (entrata del Punto Ỿ nel Segno dei Pesci) il 221 d.C. Questi studi erano stati ipotizzati a livello teorico da Rudolf Steiner, il quale aveva anche caratterizzato le ere dei Pesci e dell’Aquario.

             Neil Michelsen è arrivato a determinare che la retrocessione Punto Ỿ è di un grado ogni 72 anni, per cui l’Era ha una durata di 2.160 anni, e l’anno Platoniano sarà di 25.920 anni; l’ingresso nell’ Era dei Pesci è stato l’anno 215 d.C., pertanto si entrerà nell’Era dell’Aquario nel 2375.

             del Jet Propulsion Laboratory (JPL) e dell’U.S. Naval Laboratory, sulla base dei dati della UAI, porta a determinare l’inizio dell’Era dei Pesci dell’anno 221 d.C. (285 d.C.) e di conseguenza si entrerà nell’ Era dell’Aquario nel 2381.

             della UAI – Unione Astronomica Internazionale (nel 1929 ha disegnato i confini delle Costellazioni), che ha definito l’inizio dell’Era dei Pesci nel 437 d.C.  e dell’Aquario nel 2597.

             di altri studi, che danno l’inizio dell’Era dell’Aquario: nel 2600 e nel 2700; di Terry MacKinnell, nel 1447; di John Addey, nel 2621; di Palamidessi, nel 1716, ma anche nel 2597.


Come potete osservare dall’immagine qui riportata la Terrà ha un movimento antiorario attorno al Sole, mentre la retrocessione del Punto Ỿ ha un movimento orario

La precessione degli equinozi è definita con tempistiche diverse in base a studi ed osservazioni fatte in epoche diverse, chi la valuta in 25.772 anni (quindi 1° ogni 71,58 anni) chi in 25.920 anni (quindi 1° ogni 72) anni. In merito esiste uno stupendo lavoro di Robert A. Powell, nel libro “Astrologia Ermetica”.

Uno studio di Charles Dupuis, un erudito illuminista, afferma che per alcuni la nuova era inizierà nel 2150, mentre per altri è iniziata nel 2012. La Precessione degli Equinozi era conosciuta dal sistema vedico già 2.500/3.000 anni fa. Questo fenomeno viene chiamato con il termine “Ayanamsa” (dal Sanscrito ayana che significa movimento e aṃśa che vuol dire componente); detto termine lo troviamo anche nelle effemeridi occidentali e serve proprio per calcolare la precessione dei vari aspetti astrologici (vedremo tra un po’ in quale modo). “Guarda caso” gli Indiani hanno sistemi diversi per calcolare l’Ayanamsa, come il Raman Ayanamsa, il Krishnamurthy Ayanamsa, il Lahiri Ayanamsa (dal nome del duo inventore) ed il True Chtra paksha Ayanamsa. Come pure hanno una modalità diversa per calcolare le Ere che chiamano Yuga che sono quattro. (Chi volesse approfondire può leggere “la Scienza Sacra” di Swami Sri Yukteswar scritto nel 1894). Tutto ciò dimostra ancora una volta che calcolare in maniera esatta la retrogradazione del disco Zodiacale è molto complesso. La precessione degli equinozi era nota anche nel mitraismo, a cui alcuni studiosi attribuiscono la scoperta. In occidente è stato Ipparco nel II secolo a.C. ad affrontare in maniera più “scientifica” l’argomento; ma non dobbiamo dimenticare che aveva avuto contatto con i sacerdoti egiziani ed aveva consultato la biblioteca di Alessandria d’Egitto.

Ricordo anche che nel 1950 anche Carl Gustav Jung si era occupato delle Ere.

Per quanto mi riguarda, faccio sempre riferimento ai primi due studi e a quelli di Powell perché molto simili tra di loro, con poca differenza nel calcolo dei periodi delle Ere, effettuati con un lavoro molto accurato.

Da dove nasce dunque la convinzione che stiamo entrando nell’Era dell’Aquario e quando dagli studi sopra richiamati entreremo nel 2.375 o 2.381? L’Astrologia tradizionale occidentale non tiene in alcun modo conto della precessione degli equinozi nel calcolo delle carte natali, o dei transiti o di altro. Per lei è come se il cielo fosse rimasto fermo, senza movimento a 2.160 anni fa, per cui ogni anno da oltre 2.600 anni l’equinozio di Primavera avviene sempre a 0° dell’Ariete, il solstizio d’estate il 22 giugno si trova a 0° dei Gemelli, l’equinozio d’autunno il 23 agosto si trova a 0° della Vergine e il solstizio d’inverno il 21 dicembre si trova a 0° del Capricorno. In modo contradditorio sostiene, da una parte che le Ere sono in movimento retrogrado, dall’altra mantiene lo Zodiaco fisso da 2.160, quindi adotta due pesi e due misure, quello che non fanno l’astrologia vedica, steineriana, karmica, ecc.

La volta celeste si muove oppure no? Penso proprio di sì, come abbiamo potuto vedere finora.

Facciamo un esempio concreto, per meglio comprendere questa affermazione, prendendo in esame il Punto vernale del 2020 e la posizione astrologica e planetaria della congiunzione Giove-Saturno, facendo riferimento alle Effemeridi della “International Edition”, edite da Aureas Editions:

Punto Ỿ Punto Solstizio Primavera del 2020 (riferito alla posizione del Sole) = 00° 00’ 04” in Ariete

Giove la 21 dicembre 2020         = 00° 06’ in Aquario

Saturno al 21 dicembre 2020      = 00° 24’ in Aquario

Il fatto che questi due pianeti siano in congiunzione proprio a 0° dell’Aquario non significa che stiamo entrando in Aquario perché chi determina l’ingresso nel Segno dell’Era è il Punto Ỿ e nessun altro pianeta anche se in congiunzione con un altro, come vediamo nelle Effemeridi tradizionali il Punto Ỿ il 21 marzo 2020 a 0° dell’Ariete. Ma se noi adesso correggiamo questi dati con il sistema Ayanamsa, che per il 2020 è di 24° 08’, in modo di usare dei termini di paragoni fondati sulla stessa unità di misura vediamo cosa succede; in sostanza alle varie coordinate sopra indicate togliamo il valore Ayanamsa ed otterremo quello che potremmo vedere nella volta celeste:

Punto Ỿ   posizione del Sole     = 00° 00’ 04” in Ariete   meno 24° e 08’ otteniamo 05° 52’ in Pesci

Giove la 21 dicembre 2020     = 00° 06’ in Aquario        meno 24° e 08’ otteniamo 05° 58’ in Capricorno

Saturno al 21 dicembre 2020    = 00° 24’ in Aquario        meno 24° e 08’ otteniamo 05° 16’ in Capricorno

Il Punto Ỿ del 21 marzo 2020 si trova ancora il Pesci a 5° e 52’ e non nell’Aquario, quindi semplicemente non siamo nell’Era dell’Aquario. Giove si trova in Capricorno e non nell’Aquario così come Saturno, e quindi la congiunzione avviene nel segno del Capricorno, come si può vedere anche dalla foto allegata.

La congiunzione di Giove Saturno avviene ogni 20 anni, ovviamente in un segno zodiacale sempre diverso a cui viene attribuita una interpretazione diversa in relazione al segno zodiacale.

L’ultima congiunzione dei due pianeti avvenuta il 21 dicembre è quella di 400 anni fa.

Il modo di considerare la precessione degli equinozi, anche per i temi natali individuali o collettivi, comporta la necessità di uscire dallo schema a cui siamo stati abituati fino ad ora. Ciò manda in fibrillazione tutti gli astrologi tradizionali, i quali si oppongono fermamente a questa impostazione, sostenendo che le caratteristiche tipiche e tradizionali dei segni corrispondono a quanto riscontrato ogni giorno nelle persone: cosa che ritengono un sistema collaudato.

Di avviso completamente diverso sono gli astrologi steineriani e vedici.

Tornando alla nostra congiunzione, non affrontiamo adesso qual è il significato di una congiunzione in un segno piuttosto che in un altro, ma posso dire (con le parole di Messhallah, uno dei padri dell’astrologia araba) che: “La congiunzione di Saturno e Giove indica grandi cambiamenti nelle sette, nei partiti e nelle religioni”: ed io aggiungo, nel sistema sociale.

Un’ultima nota curiosa: ricostruendo le varie congiunzioni dei pianeti in questione, si è calcolato che una di queste è avvenuta tra l’8 a.C. e il 4 a.C., da ciò è stato ipotizzato che i Re Magi non abbiano seguito una cometa, ma questa congiunzione molto luminosa nel cielo. Il fatto che per un periodo di tempo la “cometa non si sia vista”, sarebbe dovuto al fatto che i pianeti con il loro moto diretto e retrogrado si siano prima avvicinati, poi allontanati e poi riavvicinati per allontanarsi definitamente. Combinando queste osservazioni con gli approfondimenti storici della Galilea di quel tempo, è stato ipotizzato che Gesù Cristo sia nato nel 7 a.C.

Mi chiedo a questo punto per quale motivo gran parte del mondo New Age e di molti “challeningers” d’oltre oceano continuino ad insistere sul fatto che ci troviamo nell’Era dell’Aquario, forse bisognerebbe risalire a chi ispira questo movimento, forse i soliti “illuminati”…

Certamente tutto questo sconvolge chi pensa in modo “tradizionale”…




Carmine Savitar Benintende


FONTE ORIGINALE: 

http://www.spaziotesla.it/eividenza/1116-siamo-nell-era-dei-pesci-o-dell-aquario.html

IMMAGINI:

http://www.meteoweb.eu/2020/12/astronomia-21-dicembre-grande-congiunzione-giove-saturno/1517186/

https://camminanelsole.com/

https://astrobutterfly.com/2020/11/19/jupiter-conjunct-saturn-in-aquarius-a-new-order/

https://www.simonandthestars.it/

Altre foto:

da www.wikipedia.org

 




domenica 22 novembre 2020

Rh-, il “fattore” da un altro Mondo…

 

    Tentativo di ibridazione aliena o selezione bio-genetica degli Umani?

                                        di GIORGIO PATTERA

Il gruppo sanguigno rappresenta una delle numerose e peculiari caratteristiche di un individuo e viene classificato in base alla presenza o assenza di particolari antigeni sulla superficie dei globuli rossi. L’esistenza dei gruppi sanguigni, per come la conosciamo oggi, si deve ad un medico austriaco, Karl Landsteiner, il quale, nel 1900, osservò che mettendo a contatto il sangue di due persone, questo, a volte, tendeva ad aggregarsi (fenomeno definito agglutinazione).

Nel 1901 ne definì la causa, classificando i gruppi sanguigni nel sistema AB0 (ABZero). Successivamente scoprì ulteriori fattori, che distinguono i diversi tipi di sangue, tra i quali il più noto ed importante è il fattore Rh, che vedremo in seguito. Secondo questa classificazione, è possibile somministrare trasfusioni di sangue seguendo rigorosi criteri, ma una maggiore attenzione deve essere riservata alla donna in stato di gravidanza, in quanto il feto può incorrere in una grave patologia, denominata eritroblastosi fetale.

Nel 1930 a Landsteiner venne conferito il premio Nobel.

Per ciascuno di noi il gruppo sanguigno è determinato geneticamente e non varia nel corso della vita. Le differenze tra i gruppi sono dovute a frammenti di proteine che vengono esposte sulla superficie del globulo rosso. Il gruppo A presenta solo proteine di tipo A, il gruppo B di tipo B, il gruppo AB entrambi i tipi, mentre il gruppo 0 non presenta nessuna delle proteine.




Queste proteine sono dette antigeni per il fatto di essere riconosciute dal sistema immunitario come estranea al soggetto o potenzialmente pericolosa Il nostro sistema immunitario, sempre pronto ad attaccare qualche fattore estraneo, non si attiva se riceviamo sangue del nostro stesso gruppo, ma scatena un’immediata reazione se riceviamo sangue di un gruppo diverso dal nostro. Per questo motivo, per esempio, il gruppo 0 può donare il sangue a chiunque (in quanto non presenta antigeni), ma lo può ricevere solo da altri individui di gruppo 0.

Un’ulteriore specifica dei gruppi sanguigni è quella del fattore Rh, derivante dalla presenza o meno dell’antigene Rhesus, scoperto nel 1940 in uno studio sul Macaco Rhesus. Questo fattore può essere espresso (Rh+) o non espresso (Rh-) sulla superficie del globulo rosso, influenzando la compatibilità del donatore in maniera simile a quella già descritta. Questi antigeni sono presenti sulla membrana dei globuli rossi e sono costituiti da proteine idrofobiche non-glicosilate. Questo particolare gruppo sanguigno (detto “universale”, in quanto può donare a tutti, essendo privo di qualsiasi antigene) è anche molto raro: l’OMS stima che meno del 10% della popolazione mondiale lo possieda.

Il fattore Rhesus (Rh).


Prende il nome dalla specie di primati Macaco Rhesus, sui globuli rossi del quale fu per la prima volta scoperta la presenza della proteina del fattore Rh. Presente nell’85% della popolazione umana, è un carattere ereditario e si trasmette come autosomico dominante. Se una persona possiede questo fattore, si dice che il suo gruppo è Rh positivo (Rh+), se invece i suoi globuli rossi non lo presentano, il suo gruppo sanguigno viene definito Rh negativo (Rh-).

Una teoria che circola “online” sostiene che il fattore Rhesus-negativo non possa appartenere al genere umano e che dunque sia di origine extraterrestre. Secondo questa teoria, presente da anni sul WEB e che negli ultimi tempi sta avendo un picco di visibilità, gli appartenenti al gruppo sanguigno Rh negativo (Rh-) non sarebbero “del tutto” umani, ma frutto di ibridazione o di ingegneria genetica mediante tecnologia appartenente ad entità aliene. In altre parole, si ipotizza che il sangue umano possa essere stato in qualche modo manipolato da intervento extraterrestre. Il punto di partenza è il confronto tra le caratteristiche del sangue umano e di quello dei primati. La nostra specie, in particolare, è l’unica a presentare (seppur in una minoranza di individui) il fattore Rh negativo, ossia a manifestare l’assenza di una particolare proteina (un antigene) sulla superficie dei globuli rossi. Non più del 10% degli esseri umani manifesta Rh negativo. Questa alterazione sarebbe stata il frutto di un intervento programmato da parte di una popolazione aliena, che avrebbe operato sulla Terra per modificare le caratteristiche di una parte degli esseri umani. Tra gli attuali sostenitori di questa ipotesi ricordiamo i ricercatori Robert Spehar e Brad Steiger.

Robert Spehar fornisce importanti indicazioni circa l’enigmatico fattore Rh-negativo:

“Ci sono 612 specie di primati e sottospecie, riconosciuti dallo IUCN (International Union for Conservation of Nature), e nessuna ha sangue Rh negativo”. Secondo Spehar, se l’umanità si fosse evoluta dal medesimo antenato africano, il loro sangue sarebbe compatibile, invece non è così. Da notare che oltre l’85% di tutti gli esseri umani hanno sangue Rh positivo, ma, stranamente, tutte le famiglie reali o di potere hanno sangue Rh negativo. Brad Steiger, noto ricercatore americano, sottolinea questa caratteristica interessante: se tutte le scimmie hanno sangue Rh positivo, cosa significa? Che le persone con Rh negativo non discendono, come le altre, dalle scimmie. Secondo la genetica, infatti, possiamo ereditare solo proprietà appartenute ai nostri antenati, a meno di non parlare di una mutazione. Il sangue delle scimmie e dell’uomo, visto che i primati sono i nostri antenati, dovrebbero essere compatibili, ma non esistono scimmie con sangue Rh negativo.

E le stranezze non finiscono qui: le persone con sangue Rh-negativo non sono del tutto ordinarie: la maggior parte dei soggetti è costituita da guaritori, medium, veggenti ed individui con insolite capacità mentali.

Caratteristiche dei portatori dell’Rh negativo:

QI (quoziente intellettivo) superiore alla media

Temperatura corporea più bassa

Maggiore stabilità mentale ed emotiva

Colore dei capelli: rosso; colore degli occhi: blu, verde o marrone chiaro

Ipersensibilità al calore e non amano il freddo.

Senso di non-appartenenza a questa dimensione

Tendenza a ricercare la verità

Sensazione di dover compiere una “missione” nella vita

Spiccate doti di empatia e compassione

Percettività extrasensoriale

Amore per lo Spazio e la Scienza

Sguardo profondo

Tendenza a fare sogni molto vividi (sogni lucidi o guidati)

Le donne incinte, di sangue Rh-negativo e col feto Rh-positivo, durante la prima gravidanza producono una risposta immunitaria, con formazione di anticorpi anti-Rh negativo. In caso di successiva gravidanza, sempre che il feto sia Rh-positivo, il sistema immunitario materno attacca il feto, percependolo come corpo estraneo, dando origine all'eritroblastosi fetale o malattia emolitica del neonato: gli anticorpi materni entreranno nel circolo fetale già a partire dal 4º mese e riconosceranno gli eritrociti fetali come estranei, distruggendoli. Tale reazione può essere mortale prima o dopo la nascita o portare gravi problemi al sistema nervoso del nascituro. Solitamente il feto muore tra la 25ª e la 35ª settimana, se non si interviene con l'exanguinotrasfusione. Perché il loro stesso corpo attacca i bambini che portano nel grembo, al posto di difenderli? Perché li percepisce come estranei? Tanti piccoli tasselli che ci portano a credere che forse non è del tutto infondata la teoria che fa derivare queste persone da mondi alieni, lontani da noi.

Tutto questo porta inevitabilmente una serie di implicazioni, come ad esempio il fatto che ci sia stata una qualche forma di incrocio tra la nostra specie e qualche essere vivente extraterrestre, da cui deriverebbe l’idea di un’origine semi-aliena per chi è Rh negativo. Secondo vari studiosi (Velikovsky, Sitchin, James, Biglino, Russo, Spedicato ed altri), l’intervento alieno sarebbe attribuibile alla popolazione degli Anunnaki, anticamente insediata in Mesopotamia, con l’intento di creare qui sulla Terra una specie ibrida umano-aliena per acquisire e detenere il potere, a danno degli umani standard. A sostegno di questa tesi ci sarebbe una prova inconfutabile: la netta maggioranza dei potenti e dei governanti della Terra avrebbe fattore Rh negativo. Gli “SCIENTISTI” di turno tentano di smontare queste teorie, che loro chiamano “bufale”, sostenendo che il fattore Rh è stato scientificamente scoperto solo nel 1940: dunque non esistono statistiche affidabili (ma il fatto che non siano ancora state fatte, data la scoperta relativamente recente, non significa che non possano esistere…) circa le personalità che, nel corso nella storia, hanno detenuto il potere sulla Terra. L’unica famiglia potente che certamente, almeno in tempi recenti, ha un’elevata frequenza di esponenti Rh-negativi è la stirpe reale del Regno Unito. La regina Elisabetta II, la sovrana più anziana del mondo (anni 94, 68 di Regno), ad esempio, ha gruppo sanguigno zero Rh-negativo.

In Europa c'è la massima concentrazione di appartenenti al fattore Rh negativo.

In Abruzzo, in particolare a Pescara, se ne riscontra un’alta presenza, quando a livello globale è meno del 15%.

Una popolazione che contiene una frequenza insolitamente alta del gene per il sangue RH negativo è quella BASCA della Spagna nord-orientale. I Baschi hanno la più alta incidenza del gene tra tutte le popolazioni del mondo. I Baschi parlano anche una lingua non-indoeuropea e hanno marcatori genetici che precedono l’ascesa dell’agricoltura.

Quindi, riassumendo: il fattore Rh, o Rhesus, si riferisce alla presenza di un antigene, in questo caso di una proteina, sulla superficie dei globuli rossi o eritrociti.

Chi presenta questa proteina appartiene al gruppo sanguigno Rh positivo; in assenza, all’Rh negativo (Rh-). Tutt'oggi la popolazione mondiale per l’85% possiede sangue Rh positivo, il restante 15% Rh negativo.

Quelli con il sangue Rh positivo discenderebbero "da una scimmia chiamata Macacus Rhesus”, molto probabilmente compatibile con “homo erectus".

Da dove proverrebbero coloro che hanno Rh negativo?

Per la Scienza è ancora un mistero.

Un ricercatore italiano, indipendente e fuori dalle logiche accademiche, Gianluca Sablone, ritiene che la risposta dovrebbe essere cercata a ritroso nel tempo, nei testi Suméri, di cui è studioso.

La comparsa dell’Rh negativo viene collocata dagli Antropologi a circa 35mila anni fa. C'è chi ipotizza possa risultare da una mutazione genetica, ma Sablone smentisce: “ciò che viene di sicuro ereditato da un individuo dai suoi antenati è il sangue, che non è soggetto a mutazione genetica o lo è minimamente”.

Se l'Uomo e la scimmia si sono evoluti dallo stesso antenato e tutti i primati sono Rh positivi, da dove deriva l’Rh negativo? Se gli Uomini primitivi analizzati sino ad ora risultano avere il fattore Rh positivo, da dove derivano gli Rh negativi?

“Se partiamo dal presupposto che tutti gli esseri viventi possono riprodursi con la propria specie compatibile, allora perché esistono malattie emolitiche tra Rh + e - ? Gli anticorpi della madre tendono ad eliminare il feto Rh positivo come il sistema immunitario agisce nei confronti di un virus. Ma una madre perché mai dovrebbe combattere e eliminare il suo feto? In nessun caso sul pianeta si verifica questo tra le specie, tranne nel caso di ibridazione tra cavallo e asino, dalla cui unione nasce un mulo. Ciò prova che nell'incrocio tra due specie simili, ma differenti dal punto di vista genetico, ci possano essere problemi di riproduzione”.

La scienza asserisce che si tratta di mutazione genetica, ma quale sarebbe la causa? Se si tratta di una mutazione migliorativa, perché il feto verrebbe rigettato? A chi dobbiamo attribuire questa mutazione? Si è cercato invano una spiegazione o qualcuno vorrebbe nasconderla?

Si è trascurato di considerare la possibile esistenza, e di conseguenza la relativa ricerca, dell'uomo-ibrido, cioè l’anello mancante fra il primate e “coloro” che ci avrebbero modificato.

In ogni caso, per noi, “l’affaire” Rh negativo resta un mistero. Ma probabilmente le Amministrazioni degli USA ne sapranno di più, dato che dal 1976 monitorizzano in tutto il mondo i soggetti con Rh negativo… un motivo ci sarà…

Forse consultando gli antichi scritti Suméri un giorno avremo la risposta: la ricerca dovrebbe partire dal “Testo sulla creazione della Terra”, in Suméro “Enuma Elish”…

L’Enūma eliš è un poema teogonico e cosmogonico, in lingua accadica, appartenente alla tradizione religiosa babilonese, che tratta in particolar modo del mito della creazione (la teomachìa, che diede origine al mondo come lo conosciamo) e delle imprese del dio Marduk, divinità polìade della città di Babilonia.

Bene, quanto sopra costituisce una parte della relazione che ho esposto domenica 2 febbraio 2020, nel corso dell’annuale “CONVENTION GALILEO PARMA”, che il Centro Culturale organizza a favore di Soci e Simpatizzanti. In quella data erano ancora agli albori i “rumors” inerenti il Coronavirus, per cui la mia ricerca compilativa era frutto solo di un’ipotesi intuitiva, non ancora suffragata e validata da attestazioni scientifiche. Ma siccome la Verità, come la Natura, non ha fretta, ecco che dopo qualche mese le tanto attese conferme sono puntualmente arrivate e, cosa molto importante, NON DA UNA SOLA VOCE, bensì da numerose Università, non solo italiane, che si sono avvalse di una scienza “asettica” e, quindi, assolutamente non influenzabile: la STATISTICA.

Ne elenchiamo qui alcune sintesi reperite sul WEB, con i relativi link delle fonti, riportate secondo la cronologia crescente di pubblicazione.

10 giugno 2020: “I primi risultati di un nuovo studio, che ha coinvolto 750 mila partecipanti (10 mila hanno dichiarato di aver contratto Covid-19), condotto dalla società californiana di test genetici “23andMe” di Sunnyvale, suggeriscono che chi è del gruppo 0 sembra essere meno suscettibile al Covid-19. Più specificamente, il sangue di tipo 0 può essere protettivo contro il nuovo virus. I primi risultati indicano infatti che le persone con sangue di tipo 0 hanno tra il 9 e il 18% in meno di probabilità di risultare positivi al Covid-19, rispetto agli altri partecipanti con altri gruppi sanguigni. E coloro che sono più esposti al coronavirus (come gli operatori sanitari) hanno dal 13-26% in meno di possibilità di contrarre il virus. La ricerca tende a dimostrare la suscettibilità (cioè che il gruppo 0 comporta un rischio inferiore di contrarre il virus) e non la gravità della malattia”.

FONTI:

https://www.corriere.it/salute/cardiologia/20_giugno_10/gruppo-sanguigno-coronavirus-0-protegge-davvero-piu-466d72ba-ab14-11ea-ab2d-35b3b77b559f.shtml

 

https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.05.31.20114991v1.full.pdf

18 luglio 2020: “Un nuovo studio apparso su “Annals of Hematology” rileva l’esistenza di una relazione interessante fra COVID-19 e i gruppi sanguigni. I ricercatori del Massachusetts General Hospital hanno infatti scoperto che gli individui con gruppi sanguigni B e AB Rh+ mostrano maggiori probabilità di risultare contagiati per il COVID-19, a differenza di quelli con il gruppo sanguigno 0, che mostrano probabilità più basse. I ricercatori hanno analizzato 1289 persone adulte sintomatiche dimostratesi poi positive al COVID-19. I pazienti provenivano da cinque ospedali americani ed erano stati trattati in questi istituti dal 6 marzo al 16 aprile del 2020. Quello che hanno scoperto è che sembrano esserci più probabilità di essere infettati dal virus a carico dei soggetti con gruppi sanguigni B e AB Rh+ in confronto a quelli con gruppo sanguigno 0”.

FONTE:

https://notiziescientifiche.it/covid-19-e-gruppo-sanguigno-ci-sono-collegamenti-ecco-cosa-ha-scoperto-uno-studio/

25 settembre 2020: “Le notizie su una possibile correlazione tra gruppo sanguigno e probabilità di contrarre il Covid si rincorrono. Ora si è concluso un altro importante studio, italiano, condotto dall’equipe degli Ospedali “CARLO POMA” di Mantova e del “POLICLINICO” di Pavia. Pubblicati sulla prestigiosa rivista internazionale “Vox Sanguinis”, i risultati dimostrano che effettivamente esiste una correlazione tra gruppo sanguigno e Coronavirus. In particolare, i soggetti di gruppo 0 avrebbero un minor rischio di ammalarsi di Covid-19, rispetto ai soggetti appartenenti agli altri gruppi sanguigni. Questo significativo riscontro è probabilmente spiegabile con la presenza negli individui di gruppo 0 di anticorpi naturali anti-A, diretti anche contro il virus SARS-CoV-2, che gli impedirebbero di infettare le cellule dell’ospite”.

FONTE:

https://quifinanza.it/innovazione/video/coronavirus-gruppo-sanguigno/418473/

18 ottobre 2020: “Secondo recenti ricerche internazionali pubblicate sulla rivista specializzata "Blood Advances" il gruppo 0 sarebbe meno vulnerabile al coronavirus. A queste conclusioni sono giunte le analisi, condotte sulle due sponde dell'Atlantico, da diversi team di scienziati, che hanno studiato popolazioni diverse. Il primo studio, realizzato in Danimarca su 7.422 cittadini positivi al coronavirus, ha osservato meno contagiati tra le persone del gruppo 0: in particolare, solo il 38.4% dei malati era del gruppo sanguigno 0. Il secondo studio viene dal Canada, dove ricercatori del “Vancouver General Hospital” hanno lavorato sui dati di poco meno di 100 pazienti di Covid-19 molto gravi. Tra i malati del gruppo A oppure AB, l'84% ha avuto bisogno del respiratore artificiale, contro il 61% di chi era dei gruppi sanguigni O oppure B”. 

FONTE:

https://www.tgcom24.mediaset.it/salute/covid-il-gruppo-sanguigno-pesa-sul-rischio-contagio_24349530-202002a.shtml

20 ottobre 2020: “Vari studi, in questi mesi, hanno indagato la relazione tra gruppi sanguigni e incidenza del Sars-Covid-19. L’ultimo in ordine di tempo arriva dalla “American Society of Hematology”, pubblicato anche dal “New England Journal of Medicine”. Da tali ricerche si evincerebbe che esiste un gruppo sanguigno meno esposto al contagio da Covid-19 rispetto agli altri. I dati dello studio rivelano infatti che il numero di pazienti positivi con sangue di gruppo 0 risulta molto inferiore rispetto a quelli con sangue di tipo A, B o AB. La spiegazione di questa maggiore “resistenza” del gruppo 0 al Covid-19, secondo gli autori della ricerca, sarebbe dovuta alla presenza nel sangue di isoagglutinina, un anticorpo che impedisce al virus la penetrazione all'interno delle cellule (essendo il virus un “parassita obbligato” – n.d.r.). In tal senso si è espresso anche il dottor Piero Mozzi, laureato in Medicina presso l’Università degli studi di Parma e noto per aver portato in Italia il regime alimentare del Gruppo Sanguigno. «Ho accolto con interesse e piacere le ricerche pubblicate sulla rivista “Blood Advances” riguardo il legame tra gruppo sanguigno e Sars-Covid-19», ha dichiarato Mozzi. «Erano già apparse altre ricerche a Wu-Han, in California, in Israele e anche in Italia, per valutare la relazione tra gruppi sanguigni e incidenza del Sars-Covid-19».

FONTE:

https://www.vanityfair.it/benessere/salute-e-prevenzione/2020/10/20/positivita-covid-gruppo-sanguigno-0-puo-fare-la-differenza-gruppo-sanguigno-a-b-ab-piero-mozzi

23 ottobre 2020: “Le persone del gruppo sanguigno «0» avrebbero il 20% di rischio in meno di contrarre il virus rispetto a quelli del gruppo A e AB, per i quali il rischio è piuttosto elevato. Lo afferma Jacques Le Pendu, direttore della ricerca presso l'Università Inserm di Nantes Francia). Non è la prima volta che si osserva la correlazione tra gruppo sanguigno e Coronavirus: i ricercatori di Hong Kong l'avevano già rilevata, nel corso dell’epidemia di SARS (un altro Coronavirus a RNA, per l’85% geneticamente simile al Covid – n.d.r.) quindici anni fa”.

FONTE:

https://www.italiaoggi.it/news/covid-chi-ha-il-gruppo-sanguigno-0-rischia-il-20-in-meno-di-contagiarsi-2485790

11 novembre 2020: “A dare il proprio contributo scientifico sul tema anche un’approfondita indagine dell’Università di Torino. Da questo studio emerge una possibile correlazione tra la presenza di alcuni antigeni (HLA, il sistema genetico che regola il sistema immunitario nell’uomo) e una maggiore predisposizione all’infezione da Covid, come pure al suo peggioramento nel decorso della malattia. La ricerca è stata appena pubblicata su “Transplantation”, una delle più autorevoli riviste scientifiche al mondo. Lo studio ha acquisito i dati sui pazienti Covid-positivi a marzo 2020 nel registro di sorveglianza epidemiologica del Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità. Il paniere d’indagine riguarda ben 56.304 persone, quindi una fetta piuttosto ampia”.

FONTE:

https://primanovara.it/rubriche/topnewsregionali/covid-e-gruppo-sanguigno-quali-sono-quelli-piu-colpiti-dal-virus/

15 novembre 2020: “Gruppo sanguigno zero: un alleato contro il virus".

Giorgio La Nasa, Oncoematologo cagliaritano: «Esistono numerosi studi che indicano chiaramente un'interazione del gruppo sanguigno sulla risposta all'infezione da Covid-19. Il gruppo zero è sicuramente più protettivo». Giorgio La Nasa, direttore del dipartimento Scienze mediche e Sanità pubblica dell'Università di Cagliari e della struttura complessa di Ematologia dell'Ospedale “G.Brotzu”, ci accompagna in una frontiera che può essere di grande aiuto per capire meglio il virus che ha sconvolto il mondo”

FONTE:

https://www.unionesarda.it/articolo/salute/2020/11/15/gruppo-sanguigno-zero-un-alleato-contro-il-virus-69-1083088.html

 

BIBILIOGRAFIA E APPROFONDIMENTI:


 


mercoledì 11 novembre 2020

INTERMEZZO...RIMATO

 


                                                             DOMENICA, IN GITA…


                                                            di  GIORGIO PATTERA

 

<< Domani, che bello! Dobbiamo partire!

                                    Desidero il mare, e non questa lagna;

così mi rilasso, da qui devo uscire…>>.

                              E infatti, quel dì, andammo in montagna…

Usciam di buon’ora (…verso le due):

                              alzarsi più presto… costa fatica!

<< Ci son le abitudini: a ognuno le sue…! >>.

                                 E in macchina dice: << Ma son già partita? >>.

 L’auto cammina, per ogni contrada,

                           parlando, parlando: << Sei bravo a guidare! >>.

Così non m’accorgo che c’è un’altra strada,

                                 più dritta e veloce: ma forse va al mare…!

 Alfine si giunge nel posto più ambito:

                         << Il ponte, laggiù: è romano, lo vedi? >>.

<< Mi mancan le forze, tant’è l’appetito;

                                 non penserai mica che ci vada a piedi? >>.

 << Narra leggenda che a farlo fu il Diavolo >>,

                                      (gioco la carta di nome “cultura”…):

<< Ma che Romani, che ponte del cavolo!

                                Qui, se non mangio, mi dai sepoltura! >>.

 La pace ritorna, sul verde dei prati,

                          che quasi ci tenta a far cose losche;

illusi ci siam, all’ombra appartati:

                         << Aaah – andiam via, c’è pieno di mosche! >>.

 Ma Ella non può, con l’astro calante,

                              finir la giornata senza brillare:

e come rifugio che trova il viandante,

                        in qualche bottega (eh, sì…!) deve entrare…

 Tra “polo” e sottane, vestiti e maglioni

                                 s’aggira l’esperta: un can da tartufo!

Poco le cale se rompe i “marroni”:

                             sorride ‘l commesso… (anche s’è stufo…!).

 << C’è niente per te? >>, mi rivolgo a lei:

                                  << Questa, ad esempio, è di Marina Blu!…>>.

<< Come una donna, esperto non sei:

                                 un tempo era moda, ma or non l’è più! >>.

 Ma poi soddisfatta, radiosa, felice

                           trovato ha qualcosa che odora di strenna:

<< Con questa non sbagli! >>, orgogliosa mi dice;

                                          ed esco, d’estate, in giacca di renna…!

sabato 7 novembre 2020

PTERIGIO: il “marchio” dei rapiti ?

                                                          


                                                               di GIORGIO PATTERA

Lo pterigio (dal greco Πτερύγιο pterugion” = piccola ala d’insetto) è un processo degenerativo e iperplastico della congiuntiva, caratterizzato da una duplicatura della congiuntiva bulbare che si estende sulla cornea. Il suo nome deriva dall’aspetto “ad ala d’insetto” con il quale si presenta. Colpisce generalmente soggetti adulti ed è più frequente nelle zone calde ed assolate, riscontrandosi in maggior parte fra i 37° di latitudine, a nord e a sud dell’equatore. Nella sua patogenesi sembra assumere importanza, oltre all’ereditarietà, il tipo di attività condotta dai soggetti che ne sono portatori. Pare infatti avere una maggiore incidenza negli individui sottoposti per lunghi periodi di tempo all’azione diretta degli agenti atmosferici, in particolar modo a quella dei raggi U.V. della radiazione solare ed all’ossigeno dell’aria. Per questo motivo viene anche indicata come la << malattia dei marinai e degli alpinisti >>.

All’insorgere della sintomatologia, lo pterigio (posizionato nella fessura interpalpebrale, per lo più dal lato nasale) appare macroscopicamente come un "velo" congiuntivale di forma triangolare, che si estende orizzontalmente sulla cornea. A volte può essere asintomatico, poco esteso e non avere carattere progressivo; ma spesso, anche se lentamente, tende a progredire in senso centripeto fino ad invadere il campo pupillare, causando (oltre al danno estetico) astigmatismo, diplopia ed annebbiamento del campo visivo.


   Forma classica dello pterigio



La terapia, quasi esclusivamente chirurgica, si rende necessaria quando lo pterigio abbia la tendenza alla progressione, determinando la compromissione estetica e/o funzionale. Le recidive, comunque, sono particolarmente frequenti, per cui è consigliata in fase post-operatoria l’applicazione di radiazioni con stronzio-90 ( 1350 mrem / seduta).

Fin qui recita la scienza medica. Ma che c’entra tutto questo con l’ufologia e le “abductions” in particolare?

  



Procediamo con ordine.

La casistica degli incontri ravvicinati del 3° tipo (molti dei quali, ad onor del vero, si tramutano nel 4° tipo, in base al racconto degli eventi che scaturisce dalla regressione ipnotica cui vengono sottoposti i testimoni) abbonda, fin dagli albori della “moderna” ufologia, di un particolare costantemente presente in concomitanza all’avvistamento di presunti veicoli alieni: la cosiddetta << luce solida >> o << luce coerente >>.

Per chi non avesse troppa dimestichezza con l’argomento, riportiamo a titolo informativo (dal “Dizionario di Ufologia”, di F.Ossola) la seguente definizione: << Un aspetto da collegare intimamente al problema della luminosità (intesa in senso lato) legata al fenomeno UFO è, senza dubbio, quello della “luce solida”. Si tratta di “raggi di luce” sprigionati direttamente dagli UFO e caratterizzati da una singolare peculiarità: la capacità di allungarsi ed accorciarsi a piacere, terminando in modo netto e tronco; del tutto simili, in sostanza, ad “antenne retrattili”, che restano coerenti per tutta la loro lunghezza, sia essa più o meno estesa. Rettilinei o curvilinei, presentano uno spessore vario e sono in genere molto brillanti, tanto che sovente l’occhio umano non resiste ad una lunga osservazione. All’apparenza sembrano palpabili e concreti, ma in realtà risultano comportarsi come la luce “tradizionale”, senza cioè indurre effetti “meccanici” in chi ne viene investito. Di fronte ad un ostacolo, sembrano in grado di “penetrarlo”, comparendo dall’altra parte, come se si “troncassero” e, una volta superatolo a livello molecolare, si ricostituissero al di là di esso. Si tratta d’un vero e proprio “mistero della fisica ottica”, ancora assai lontano dall’essere correttamente interpretato alla luce della nostra scienza e delle tecnologie attuali. Le ipotesi proposte a spiegazione del fenomeno, infatti, non esistono o si limitano ad assimilare la “luce solida” al raggio laser, sebbene quest’ultimo non possieda le medesime proprietà, se non in minima parte. L’enigma della “luce solida”, osservato a più riprese, è stato sempre sottovalutato (se non addirittura ignorato dalla Scienza “ufficiale”, secondo il “dogma”: non può essere, quindi non è…) e soltanto a partire dalla metà degli anni ’60 si è iniziato a prenderlo in seria considerazione…>>.

Ma ad un attento osservatore della casistica ufologica (non necessariamente relativa all’ultimo ventennio, potenzialmente “inquinato” dalle influenze mediatiche di “Bagliori nel buio”, “Intruders” e “X-Files”) non può sfuggire un particolare ricorrente nella stragrande maggioranza dei casi di I.R. di 3°/4° tipo: il colore della “luce solida”, quasi sempre bianco-azzurra e, pertanto, a indiscutibile componente ultravioletta.

A dimostrazione di quanto affermato ci limiteremo a riportare, per brevità, due casi francesi della seconda metà degli anni ’60.

- Caso n.°1 (sabato 6 maggio 1967) – Champ du Feu (Vosgi): testimone la famiglia di Raymond Schirrmann (Vigile del Fuoco), composta da quattro persone. Riassumendo: << Verso le ore 21 la famiglia Schirrmann, riunita sulla terrazza del proprio chalet, vede avvicinarsi “un enorme oggetto lenticolare, di colore scuro, che si ferma ad una ventina di metri da casa”. Ad un tratto, dalla parte inferiore dell’UFO, scaturisce una sorta di “nastro” luminoso, terminante con una “protuberanza”, che sembra voler “sondare il terreno”. La Signora Schirrmann, preoccupata, rientra in casa, ben presto seguita dagli altri componenti; al momento di aprire la finestra della cucina (rivolta verso il fenomeno) per chiudere le persiane, viene investita da un fascio di luce bluastra emanata dall’UFO. Spaventata, non fa in tempo a lanciare un grido di richiamo al marito (il “raggio di luce” dura una quindicina di secondi), che tutto si “spegne”>>.

A conferma dello sconcertante avvistamento di cui è stata involontaria protagonista, la famiglia Schirrmann assiste (l’indomani mattina, domenica 7 maggio) ad un’insolita quanto intensa attività aerea, nei cieli di Champ du Feu, da parte di velivoli “Mirage III R” appartenenti alla 33^ Squadriglia Ricognitori, di stanza a Strasburgo-Entzheim. In seguito il Signor Raymond, grazie alla sua professione, viene a sapere che la stazione radar dell’Alto Reno (che lavora d’intesa con gli aeroporti militari della regione) aveva rilevato un O.V.N.I. (Objet Volant Non Identifié) nella stessa zona, data ed ora dell’avvistamento effettuato dalla sua famiglia.

- Caso n.° 2 (21 agosto 1968) – Villiers-en-Morvan (Côte-d’Or), h.10.30–11.00: testimoni due agricoltori, M.Carré e P.Billard. << Mentre sono intenti a spigolare la segale, il primo nota una sorta di “macchia biancastra” (a forma di “losanga” o “tovaglia da pic-nic” o “foglio di giornale aperto”) che si estende sull’erba del prato, a sinistra dell’abetaia situata sulla collina di fronte, distante due km. circa. Avverte quindi P.Billard, che ha modo di osservare anch’egli lo strano fenomeno, che seguirà con lo sguardo per tutta la sua durata, con le conseguenze che poi riporteremo. Nel frattempo la “macchia”, che assume vieppiù l’aspetto d’un “corpo solido”, comincia ad “illuminarsi” progressivamente, mutando il proprio colore dapprima in azzurrognolo e poi in un blu accecante, insopportabile alla visione, come un “arco elettrico”. In seguito “l’oggetto” cambia forma, ma i due testimoni non riescono a precisare quale essa sia, a causa della difficoltà di osservazione del fenomeno, che li abbaglia. Riprendono pertanto il lavoro e dopo mezz’ora circa, agganciato al trattore un rimorchio carico di spighe, stanno per fare rientro alla fattoria. Si accorgono allora che dalla “cosa” si diparte un prolungamento luminoso, a forma di colonna, che si allunga a dismisura, come “il soffietto d’un apparecchio fotografico a lastre”. Poi, lentamente, nel corso di dieci minuti il fascio luminoso si ritrae verso la zona rettangolare biancastra all’origine del fenomeno e “rientra” in essa. Prima che scompaia del tutto, i due contadini hanno l’impressione di intravedere una specie di “disco” o “sfera grigiastra” posata sul rettangolo, ma dichiarano onestamente di non esserne sicuri, in quanto la loro vista era stata messa a dura prova dall’eccezionale luminosità del fenomeno. Da notare che P.Billard, il testimone che aveva osservato l’evolversi del fenomeno con maggiore insistenza, accuserà all’indomani seri problemi alla vista (corioretinite attinica ?), che lo costringeranno a far uso per lungo tempo di occhiali da sole.

Ci fermiamo qui, per questioni di spazio; ma potremmo continuare a lungo coi resoconti testimoniali degli IR3 segnalati a cavallo degli anni ’60 e ’70, che assumono tanto più valore se si considera che, a quell’epoca, la casistica ufologica non era ancora “inflazionata” dai casi di presunti rapimenti, che si sono via via accumulati a partire dagli anni ’80. Vale la pena ricordare, a questo proposito, che sia gli involontari protagonisti degli IR4 che gli occasionali osservatori esterni concordano nel riferire il particolare del “raggio traente di luce azzurra”, che immobilizzerebbe la persona da prelevare (inducendola in uno stato di “animazione sospesa”) e la condurrebbe all’interno del velivolo alieno. Notissimo è l’episodio occorso a Linda Napolitano (New York, 30/11/1989) e indagato da Budd Hopkins. In ogni caso, a detta dei testimoni (per la maggior parte attendibili), sia in occasione degli IR3 che durante le “abductions” un ruolo determinante sembra proprio essere sostenuto dalla luce solida, quasi sempre compresa fra i 158 e i 4.000 Å : nella banda, quindi, dell’ultravioletto.

Vediamo ora di riassumere.







L’Oftalmologia ci insegna che: radiazione ultravioletta = danni potenziali alla funzione visiva (corioretinite attinica), tanto più reversibili quanto minore è stato il tempo di esposizione alla sorgente luminosa. Al contrario, se l’esposizione (per motivi di lavoro, i marinai, o di hobby, gli alpinisti) si prolunga per molto tempo durante tutto l’arco dell’anno o addirittura per tutta la vita (per chi abita nei paesi tropicali), il soggetto può andare incontro a patologie ben più gravi (lo pterigio), anche se in quest’ultimo caso non va trascurata la familiarità. A questo punto l’ipotesi di lavoro è questa: data una persona in cui, a distanza dei cinque anni “canonici” dal presunto rapimento, comincia lentamente a riaffiorare il ricordo di eventi psicologicamente traumatici, legati a ripetuti episodi di abductions, unitamente ad esperienze oniriche ricorrenti del medesimo tenore, per di più affetta da pterigio recidivante, può essere invocata (ancorché in mancanza di assistenza a livello psicoterapeutico, mediante ipnosi regressiva) la componente della radiazione ultravioletta come causa scatenante della patologia a suo carico ?

Pur non essendo ancora stata accertata la corrispondenza tra fascio di luce blu e radiazione ultravioletta (e di conseguenza corioretinite attinica) in occasione dei fenomeni di abductions ed anche se in proposito manca un’adeguata statistica nella letteratura ufologica, è interessante ricordare che l’autrice americana Karla Turner, nel suo lavoro << Rapite dagli UFO >>, in cui esamina a fondo otto casi di presunti rapimenti a carico di altrettante donne, riporta nel quadro “Effetti sul corpo” l’irritazione agli occhi (non meglio definita) presente nel 50% dei casi, vale a dire in quattro testimoni sul totale; mentre le voci “Luci di natura sconosciuta”, sia all’interno che all’esterno dell’abitazione, ricorrono tra l’87,5 ed il 100%.

Parlavamo di familiarità: indubbiamente lo pterigio può (anche se non necessariamente) manifestarsi come espressione ereditaria. In effetti, nel caso che attualmente stiamo seguendo, la madre di Nicoletta (nome fittizio della presunta “addotta”) presenta la stessa patologia della figlia, anche se in tono decisamente minore (se non addirittura trascurabile), tanto da non avere bisogno di sottoporsi ad alcun intervento chirurgico, come invece è purtroppo successo a Nicoletta (e probabilmente si ripeterà). Tuttavia né il fratello né la sorella, immuni da incontri del 3°/4° tipo, lamentano alcunché di patologico a livello oculare, men che meno lo pterigio: questo potrebbe voler significare che il gene codificante per la malattia in oggetto quasi sicuramente non è dominante (ma recessivo) e che la manifestazione della patologia (fenotipo) non risulterebbe legata al sesso (femminile), anche se nella letteratura medica, finora, non si trova purtroppo riscontro a queste supposizioni. La chiave di lettura di tutta la vicenda, allora, potrebbe essere la seguente: l’esposizione ripetuta alla radiazione ultravioletta (che potrebbe verificarsi nel fenomeno dei “repeater”) o la permanenza prolungata in ambiente saturo di “luce” della stessa lunghezza d’onda (se si volesse considerare non utopistica la teoria secondo cui, nell’altra “dimensione”, uno dei nostri minuti corrisponderebbe ad otto ore, in base al calcolo della “sfasatura temporale” ricavata dal racconto degli addotti; cfr. il caso del Caporale Valdès: Cile, 25/04/1977) potrebbe aver bruscamente innescato, in un soggetto geneticamente predisposto come Nicoletta, l’accelerazione di quel processo degenerativo che, in assenza della stimolazione indotta dall’esterno, avrebbe avuto forse buone probabilità di rimanere allo stato latente.

Ci dispiace di non poter essere maggiormente esplicativi, ma, di fronte ad un presunto caso di “abduction” così complesso e ancor pieno di interrogativi, non ce la sentiamo proprio di sbilanciarci oltremodo, specie nel momento iniziale dell’indagine che stiamo conducendo.

Per verificare l’attendibilità o meno delle nostre intuizioni, occorrerà procedere con un protocollo di assistenza psicoterapeutica, fondato sulla tecnica ben consolidata dell’ipnosi regressiva. Questo perché, in ogni caso, il presunto addotto avverte sempre maggiore l’imperativo categorico di “sapere” ciò che gli è successo: e, dall’altra parte, noi dovremmo essere in grado di fornirgli una risposta, qualunque essa sia, purché attendibile…


BIBLIOGRAFIA

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Srb/Owen/Edgar – GENETICA GENERALE – USES/Firenze, 1969

F.Ossola – DIZIONARIO ENCICLOPEDICO di UFOLOGIA – SIAD/Milano, 1981

M.Figuet/J.L.Ruchon – OVNI: Le premier dossier complet des rencontres rapprochées en France – Ed.A.Lefeuvre, 1979

H.Durrant – Les DOSSIERS des OVNI – Ed.R.Laffont, 1974

C.Garreau/R.Lavier – FACE aux EXTRA -TERRESTRES – Ed. J.P.Delarge/Paris, 1975

P.Brookesmith – UFO: the complete sightings catalogue – A.Blandford/London, 1995

K.Turner – RAPITE dagli UFO – Ed.Mediterranee/Roma, 1996           

 


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