“Solo se sei pronto a considerare possibile l’impossibile,

sei in grado di scoprire qualcosa di nuovo”.

(Johann Wolfgang Goethe)

“L’importante è avere un pensiero indipendente:

non si deve credere, ma capire”

(Hubert Revees)


“L’Uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando”

(Hubert Revees)

venerdì 14 agosto 2020

INCREDIBILE BALLETTO NEL CIELO DI PARMA

 


di GIORGIO PATTERA

Devo ammettere che, se questo caso mi fosse giunto all’orecchio senza poterne conoscere di persona il protagonista, ora non sarei qui a parlarne: l’avrei archiviato tra i “CASI POSSIBILI” ma “POCO PROBABILI”, tanto esso risulta incredibile, al limite dell’assurdo, come onestamente ammette l’unico testimone finora accertato.

Avendo avuto tuttavia la fortunata possibilità di raccogliere direttamente dal testimone, ancor più attonito dell’inquirente, la deposizione dell’accaduto, ho potuto verificarne l’assoluta attendibilità; per questo mi sono deciso a divulgare il caso, per consentire ai ricercatori una doverosa informazione e l’eventuale comparazione con casi similari.

La prima impressione positiva sulla psicologia del testimone è data dal fatto che MANUELA B. (anni 22 all’epoca dei fatti, studentessa universitaria, abitante a Parma in zona Stadio) ha rimuginato per quasi un anno, tra sé ed una ristrettissima cerchia di persone (i genitori e gli amici più cari), ciò che aveva visto la mattina del 16 dicembre 1991, prima di decidersi a chiedere il parere di un esperto. Cercava di convincersi d’aver sognato ad occhi aperti, ma il ricordo di quell’avvistamento continuava a martellarla ed a pretendere una spiegazione.

Ma per non togliere vivacità al resoconto, lasciamo la descrizione alla stessa Manuela (il manoscritto originale firmato è depositato nel mio archivio).

<< Dopo molti ripensamenti e con titubanza mi sono decisa a scriverLe.

So che Lei si interessa di Ufologia e sono venuta a conoscenza del Suo nome tramite gli articoli della “Gazzetta di Parma” riguardanti avvistamenti di oggetti non identificati.

Ora, la mia storia incredibile risale a diversi mesi fa (la deposizione è del 20/10/92 - n.d.a), precisamente al 16 dicembre dello scorso anno. Dal momento che si è trattato di un avvistamento del tutto particolare, mi sono astenuta dal raccontarlo ad altri, esclusi naturalmente genitori ed amici più cari, pur essendo consapevole dello scetticismo che avrebbero dimostrato. Comunque, ecco “cosa” ho visto.

H. 9.10 del mattino: la giornata è serena, il sole già piuttosto alto e in cielo ci sono solo alcune piccole nubi. Faccio per apprestarmi a studiare, la scrivania si trova accanto alla finestra. Ecco che però noto di sfuggita, fuori dalla finestra, un “qualcosa” che disturba il panorama solito. In pochi decimi di secondo trovo il tempo di elaborare questi pensieri: “Che grosso uccello; è ancora lì, fermo”. Poi mi decido a guardarlo meglio: “Toh, un paracadutista!”. Ma mi rendo conto che la “cosa” non scende, non si muove, non ha paracadute. E poi che senso avrebbe, qui in centro città, un paracadutista? E lo guardo meglio. Per poco non svengo. Non credo ai miei occhi. Mi trovo davanti un “essere” sconosciuto. A mezz’aria vedo come un astronauta: è piuttosto grande, considerato che si trova ad una certa distanza dalla casa vicina, al di sopra del tetto. E’ di colore verde-cupo.



Agitata, sconvolta, mi metto a cercare il cannocchiale che tengo in un cassetto lì vicino. Ed eccolo, lo vedo bene: il corpo ha forma umana. Non so se quel verde sia una tuta o la pelle. E’ un po’ grinzoso e goffo; nella testa, tozza e rotonda, si distinguono due occhi, sarebbe meglio dire due fari, rossi, rotondi e lampeggianti. Si muove in orizzontale con la lentezza d’un astronauta in assenza di gravità e gira la testa come un robot; mentre la gira, gli occhi lampeggiano; si ferma, si sposta, si alza, si abbassa.

Guardo allora se altra gente se ne sia accorta. E’ mattina, come ho detto, l’aria è serena e vedo (abito al secondo piano) alcune persone che camminano nel viale: possibile che nessuno alzi la testa e se ne accorga? Nemmeno i muratori che stanno lavorando sulle impalcature della casa vicina, nemmeno gli uccelli: i piccioni se ne stanno tranquilli sul tetto, anzi, gli svolazzano intorno, come niente fosse.

Mi sembra un’allucinazione, ma Le assicuro che non è così.

Con non so quale sangue freddo vado a prendere la macchina fotografica nella stanza attigua: naturalmente non è carica! Freneticamente la apro, la carico col rullino, inserisco lo zoom: è pronta. Accorro alla finestra; l’essere si è intanto allontanato molto, si sta riducendo ad un puntino in lontananza: si dirige a sud-est, verso Reggio Emilia. Scatto la foto, sicura che non sarebbe risultato più che un puntino: infatti! Non si distingue nulla, anche perché i rami di un albero del giardino coprono parzialmente la vista sull’orizzonte.

Riprendo il cannocchiale. Mi accorgo allora che in cielo c’è una strana nube grigia di forma allungata e da essa provengono due sottilissime strisce luminose appena appena distinguibili che convergono sull’essere, il quale poco dopo svanisce completamente. Sono sicura che non fossero raggi solari per il fatto che il sole in quel momento si trovava spostato di molto rispetto a quel punto. Quindi quelle “luci” dovevano avere altra origine.

In casa da sola (i miei genitori erano al lavoro), ho cercato di trovare qualcuno al telefono, ma tutti erano fuori.

Sono stata tutta la mattina appiccicata alla finestra. Mi sono ripetuta mille volte che tutto ciò era assurdo.

Poi ho raccontato a pochi la mia storia, col divieto assoluto di spargere la voce: non ci tengo proprio ad essere considerata matta. Tra l’altro, se avessi visto un disco volante sarebbe stato più plausibile, più accettabile; ma una cosa del genere, un “omino verde”...beh, sembra proprio un racconto da fantascienza !

Non so se Lei avrà il coraggio di credere ad una storia simile, che certo può suscitare più ilarità e scetticismo che altro. Le assicuro che non ho mai sofferto di allucinazioni, non ho mai assunto né farmaci né sostanze che possono alterare lo stato normale di coscienza, sono sana di mente (ed anche molto stimata in Università, che frequentava con profitto: avevo preso le dovute informazioni dai Colleghi di Facoltà - n.d.a.) e quel giorno ero in ottime condizioni di salute.

Inoltre non ho motivi validi per inventarmi una frottola del genere. Ho evitato di comunicare qualsiasi cosa al giornale perché, come Le ho detto, non voglio proprio pubblicità.

Io sono sicura di quello che ho visto; lo so che è incredibile, ma è vero.

Se questa storia può interessare l’Ufologia ... lo spero.

Gradirei comunque una risposta.

Cordialmente, Manuela B. >>.

Ringraziamo Manuela per l’equilibrio, il senso di responsabilità e lo spirito d’iniziativa dimostrati in questa (non facile) situazione. Anche se non avrà più la sorte di osservare altri fenomeni a carattere ufologico, saprà proseguire coraggiosamente - ne siamo certi - nella vita quotidiana, così come ha dimostrato di saper fare nei suoi studi (si è laureata a pieni voti): e questa società positivista, che continua ancora ostinatamente a negare l’evidenza del fenomeno U.F.O. per pigrizia o per timore, di gente coraggiosa ne ha bisogno.

 Ad inchiesta già conclusa (inchiesta protrattasi per quasi un anno, data la delicatezza dell’argomento) e dopo aver divulgato la notizia alla stampa (<<Gazzetta di Parma>>, 5/10/93), sono venuto a conoscenza che questo caso è stato forse il precursore a livello nazionale di una lunga e cospicua serie di avvistamenti analoghi, raggruppati con la definizione di “umanoidi volanti”.

Sono depositate nel mio archivio le testimonianze autografe di cinque piloti elicotteristi che, a bordo di un AB 412 dei VV.F., si trovarono in rotta di collisione a circa 600 m. di altezza sul circuito aeroportuale di Pescara con un “oggetto volante non identificato” di forma umanoide, alto circa 130 cm. e provvisto di casco scafandrato, da cui trasparivano due occhi grandi ed ovoidali.

L’umanoide procedeva con ascensione verticale, puntando decisamente in direzione dell’elicottero, come se intendesse “scrutarlo”; solo una manovra repentina del velivolo riuscì ad evitare l’impatto.

Subito dopo la mancata collisione, l’umanoide si allontanò a notevole velocità (stimata dal radar di bordo in circa 300-400 km/h), rivolgendo il dorso all’equipaggio dell’elicottero, che in tal modo riuscì a distinguere (nonostante il comprensibile smarrimento generale) una specie di antenna di forma trapezoidale applicata alla “schiena”. Il comandante pilota sottolinea il particolare che <<...il “soggetto” si muoveva contro vento (che spirava a 6-7 nodi; questo fa scartare l’ipotesi del “palloncino” - n.d.a.) in modo insensibile, effettuando spostamenti che dimostravano un certo “interesse” alla vista dell’elicottero...>>. Tutto questo accadeva il 15 giugno 1993.





Cinque giorni più tardi (20 giugno), a Pettorano sul Gizio (AQ) viene richiesto, tramite il 113, l’intervento di una “volante” della P.S. del Commissariato di Sulmona, in quanto alle h.17.30 i proprietari di un insediamento cinofilo erano stati allarmati da un <<...”oggetto” volante di forma sferoidale, che aveva sorvolato il filare di pioppi delimitante la proprietà e che poi aveva preso terra, a 100 m. di distanza dai tre testimoni...>>. Uno di essi, temendo per l’incolumità dei cani, si avvicinava per controllare. Giunto in prossimità (10 m.) del punto ove l’oggetto era sceso, si trovava dinanzi <<...una figura umanoide, dall’aspetto di un “bambino” di circa 1 m. di altezza, con la testa molto grande a forma sferica e gli arti inferiori inseriti direttamente su di essa, mancando completamente del tronco. Al centro del cranio spuntava una specie di “antennina”; il viso era di color marrone e gli occhi (grandi, sferici e neri) erano protetti come da un velo trasparente di colore bianco, tipo pellicola di plastica...>>.

Prima che il testimone potesse reagire allo stupore, l’umanoide si sollevava dal suolo di circa 2 m., poi, “saltellando” più volte come per prendere la spinta, saliva in verticale fino a circa 100 m. di altezza, dirigendosi verso la montagna e scomparendo alla visuale.

All’arrivo della pattuglia, il testimone faceva notare ai Militi, a conferma dell’accaduto, che nel campo di grano adiacente l’allevamento (su cui era “transitato” l’umanoide, librandosi a balzi nell’aria) <<...era visibile una striscia di spighe di colore diverso rispetto al resto della coltivazione, apparentemente provocata da radiazioni; infatti in essa il giallo del grano era di tonalità più scura, come se fosse leggermente bruciato. Inoltre, ogni 10-15 m., le spighe risultavano piegate, come se vi si fosse posato qualcosa di pesante, ma non al punto da spezzare o schiacciare completamente il grano al suolo...>>.

Il Dirigente della P.S. termina la relazione aggiungendo che <<...si ritiene che l’avvistamento sia effettivamente avvenuto, in considerazione del fatto che le persone che lo hanno segnalato sono da ritenersi credibili e godono di buona estimazione in pubblico...>>.

Per finire, tornando al caso di Parma, teniamo a sottolineare il fatto che l’avvistamento di Manuela ha superato ogni test di attendibilità ed interesse, tanto da meritare l’inserimento nel recente libro di Moreno Tambellini <<ALIENI in ITALIA>>, edito dalle Mediterranee nel 1996. Per chi volesse confrontare, il caso è contraddistinto col n.° 79 e descritto alle pagg. 174-175.

 

mercoledì 12 agosto 2020

SKY WATCH 10 AGOSTO 2020

 

                                                 Di GIORGIO PATTERA

Lunedì 10 agosto 2020, nella splendida cornice naturale del Parco Provinciale del Monte Morìa, sull’Appennino piacentino (celebre per aver ospitato le riprese dello sceneggiato televisivo di Rai 1 “LA FRECCIA NERA” del 1968/69), ha avuto luogo la fase regionale emiliana dello “SKY WATCH” organizzato dal CUN (Centro Ufologico Nazionale) su tutto il territorio italiano.


Accolti dalla premurosa ospitalità del gestore del Rifugio omonimo, si sono dati appuntamento una trentina di appassionati, tra cui il sottoscritto (in qualità di Coordinatore CUN per l’Emilia) d’intesa con l’amico Alberto Negri (Presidente di “SPAZIO TESLA” PC) e Claudio Balella, esperto di Astrofotografia da Ravenna. Quest’ultimo ha relazionato con numerose slides sul caso del 1° avvistamento multiplo di UAP (Unidentified Aerial Phenomena), documentato da Kenneth Arnold sui cieli del Monte Rainier, nello stato di Washington, il 24 giugno del 1947.


KENNETH ARNOLD

Ne è seguita una vivace discussione fra i partecipanti, imperniata sulle motivazioni che inducono le Autorità costituite a sottacere, quando non a negare, l’evidenza di questi (per ora) inspiegati fenomeni.

Purtroppo la seconda parte della serata, quella più importante, che doveva essere dedicata all’osservazione del cielo notturno, con l’individuazione di piccoli corpi celesti in attrito con l’atmosfera (= meteore, le “lacrime” di S.Lorenzo) e, magari, di fenomeni aerei non identificati (gli “UFO”, secondo la vecchia dizione), si è rivelata una profonda delusione per tutti gli astanti, causa le avverse condizioni meteo. Una spessa coltre di foschia umida, infatti (siamo a 1.000 m.slm, circondati da rigogliosi boschi secolari), si è lentamente ma inesorabilmente addensata sull’angolo di visuale sovrastante il Parco, non appena dopo il tramonto, impedendo così l’attuazione dell’esperimento in precedenza concordato con le varie sedi. A parziale mitigazione del contrattempo, le notizie provenienti via smartphone dalle restanti postazioni CUN, sparse un po’ dovunque sul territorio nazionale: quasi ovunque le stesse caratteristiche del cielo hanno così vanificato gli impegni organizzativi degli aderenti. 

                                               

FELICIANA & CLAUDIO


                                                               CLAUDIO BALELLA

Nel corso della serata, Alberto Negri ha consegnato all’amico Claudio Balella una copia del suo primo libro, steso in collaborazione con la giornalista “Mediaset” Sabrina Pieragostini, dal titolo “UFO: PARLANO I PILOTI”.

                                               ALBERTO NEGRI & CLAUDIO BALELLA

martedì 11 agosto 2020

VITA ED HABITAT DEL “LOMBRICUS TERRESTRIS”

 

…e suoi benèfici effetti sul terreno

                                              Di GIORGIO PATTERA

Già nel 1777, in un periodo in cui i giardinieri e gli agricoltori manifestavano il loro disprezzo per i vermi, uno scienziato, Gilbert WHITE, naturalista britannico ed ecologista “ante litteram”, nella sua “NATURAL HISTORY” scriveva che “…la terra diverrebbe ben presto fredda, compatta, priva di fermentazione e, di conseguenza, sterile senza la continua azione d’aerazione e drenaggio da parte dei lombrichi, attività che consiste nell'introdurre foglie e gettar fuori escrementi…”.


La stima del numero dei lombrichi per ettaro è giunta fino a 6 milioni, pari a 750 kg. in peso; se il terreno viene scavato o arato, la popolazione si riduce drasticamente, per poi tornare a crescere una volta cessato il fattore di disturbo.

I lombrichi hanno buone capacità d’adattamento ad ogni tipo di terreno (li troviamo, infatti, sia nelle praterie sia nei boschi), tuttavia non tollerano un suolo eccessivamente acido. Se viene superato un certo limite, infatti, il contadino se ne può accorgere subito, in quanto i residui della vegetazione si accumulano sulla superficie del terreno formando come un tappeto, che alla fine (10-50 anni o più) si trasforma in torba: questo perché i lombrichi se ne sono andati, causa l'acidità.

DARWIN stimò che ogni anno i lombrichi possono riportare in superficie tra 7,5 e 18 tonnellate di terreno per mezzo ettaro; vale a dire che il suolo in cui lavorano, in dieci anni, può aumentare di livello tra 2,5 e 3,2 cm., dovuti all'accumulo di humus.

Uno dei risultati dell'attività dei lombrichi è dunque quello di formare uno strato superficiale di terreno assai buono ed adatto alle coltivazioni; contemporaneamente le pietre, che intralciano le colture ed il lavoro delle macchine agricole, pian piano tendono ad essere ricoperte dall'humus, fino a sprofondare e scomparire. Sempre Darwin calcolò che, in assenza di intervento dell'uomo, i lombrichi riescono ad interrare le pietre al ritmo di 17 cm. ogni 100 anni: questo spiega in parte perché tanti resti archeologici sono ancora sepolti.

Il lombrico, oggi rivalutato e benedetto dai giardinieri, comprende molte specie nostrane, che non sono tutte facilmente distinguibili di primo acchito.

Eisenia foetida (verme-esca) emana un forte odore, come dice il nome latino; è stato sempre ricercato dai pescatori, essendo un'ottima esca per l'amo (come dice il nome volgare).

Il più comune è senz'altro il Lumbricus terrestris, detto anche "arenicola", molto frequente nei giardini; anche questo è impiegato nella pesca con l'amo. Può raggiungere i 25 cm. di lunghezza, nulla in confronto al suo parente australiano che può essere lungo anche 330 cm.!

La sfumatura rossastra che si nota nei lombrichi è dovuta al pigmento del sangue che trasporta l'ossigeno: l'emoglobina (simile a quella presente nell'uomo). Il loro lungo corpo è diviso in segmenti simili ad anelli (circa 150), da cui la denominazione scientifica di ANELLIDI = vermi rotondi segmentati. Ogni anello è molto simile al precedente ed al successivo ed alcuni organi interni (ad es. quello escretore: il nefride, analogo al rene dell'uomo) si ripetono nella maggior parte dei segmenti. L'estremità anteriore, più affusolata rispetto al resto del corpo, è priva di occhi ed orecchie e presenta una bocca senza denti ma provvista di labbro prensile, con cui il lombrico afferra foglie, aghi di pino ed anche pezzettini di carta, che adopera per rivestire le pareti superiori delle gallerie che scava. Attorno al corpo, simile alla fascia d’un sigaro, presentano un ispessimento epidermico simile ad una cicatrice: in realtà è una ghiandola speciale, detta clitellum o “sella”, che serve alla produzione del bozzolo. Quest'ultimo, delle dimensioni di un pisello e di color bruno-scuro, contiene molte uova (i lombrichi sono ermafroditi), ma di solito sopravvive un solo embrione, che si sviluppa tra uno e cinque mesi ed è pronto a riprodursi tra i sei ed i diciotto mesi. Non si sa con certezza quanto tempo vivano i lombrichi: in cattività il L.terrestris è vissuto per 6 anni, mentre altre specie anche 10.

Come “scava” il lombrico?

Esso si muove nel terreno esercitando un'azione meccanica, portando allo sbriciolamento delle particelle e favorendo così gli scambi gassosi (aerazione del sottosuolo). Striscia mediante onde peristaltiche (simili a quelle dell'intestino dei mammiferi) dirette sempre in senso antero-posteriore, grazie alla sua robusta mu-scolatura circolare e longitudinale ed aiutandosi anche con corte setole dirette all'indietro (4 paia per segmento) ed allungabili a piacere.

Mentre il lombrico scava, compie anche un'azione biochimica, poiché ingerisce il terreno, lo arricchisce di sostanze necessarie allo sviluppo delle piante durante il transito nel suo tubo digerente e infine lo espelle. Alcune specie emettono la terra così elaborata in superficie, formando i caratteristici "mucchietti" di humus che si rinvengono nei prati, specie dopo abbondanti piogge.

I lombrichi possono vivere sott'acqua anche per mesi, avendo bisogno di pochissimo ossigeno; quelli trovati morti nelle pozzanghere sono, probabilmente, morti per altre cause. Per un lombrico, infatti, è ben più pericoloso disseccarsi troppo che bagnarsi eccessivamente; in caso di siccità e durante l'inverno, esso si scava delle tane profonde fino a 2,5 m., le tappezza con la mucillagine prodotta dal clitellum e quivi si raggomitola in stato di inattività, in attesa di tempi migliori.

Il lombrico, pur essendo cieco e sordo, è un animale molto sensibile. Se sente una talpa che scava nelle vicinanze, si spaventa e scappa (si fa per dire ...) subito in superficie. Se viene catturato da un predatore (es. il merlo, ghiottissimo di questi vermi), tende a perdere volontariamente (auto-tomìa) una parte del proprio lungo corpo, per istinto di conservazione; un po’ come fa la lucertola…

La porzione rigettata, per azione riflessa, spesso rigenera quella perduta.


domenica 9 agosto 2020

IR2 a Vicofertile (PR) ?

                                            

                                               di GIORGIO PATTERA

Sono le h. 04:45 del 6 dicembre, uno dei freddissimi sabati dell’ultimo mese del 2008. Fuori è ancora completamente buio e ai lati della strada tutto è ghiacciato, vegetazione e pozzanghere. Ma anche se è sabato, R.F., 43enne, tecnico presso un’azienda metalmeccanica della provincia di Reggio Emilia, è già in sella alla bicicletta per recarsi al lavoro. Già, perché l’azienda da cui dipende svolge attività anche di sabato, dalle h. 07:00 alle 12:00; e quindi deve sbrigarsi, per non far tardi all’appuntamento con il collega, che l’attende in auto al parcheggio del Palasport di Parma. Da qui s’imbocca la tangenziale sud e poi via, per una ventina di km., fino a Montecchio Emilia, sede dell’azienda. Tuttavia mai come quella mattina, per R.F., i sette km. che separano casa sua (a Vicofertile) da Parma, devono essere sembrati interminabili, ma soprattutto indimenticabili !

Ma veniamo ai fatti.

L’involontario protagonista dello sconcertante fenomeno che andiamo a descrivere si trova, dunque, in sella alla bicicletta (imbacuccato nel giubbotto impermeabile, con tanto di sciarpa intorno al collo: la temperatura è prossima allo 0°C) e sta pedalando nel sottopasso della tangenziale, lungo una cinquantina di metri. Ad un tratto, nel silenzio della notte, avverte distintamente una sorta di “rombo”, come quello di un camion: ma non c’è alcun veicolo in avvicinamento, né dietro né avanti a sé. Nel contempo si accorge che, alla fine del tunnel, la strada si stava illuminando, insolitamente, d’azzurro. Non appena uscito dal sottopasso, percepisce nettamente un enorme calore che, partendo dalla testa, s’irradia velocemente per tutto il corpo, mentre il tratto di strada antistante si riempie di un’intensa colorazione azzurra. A questo punto il testimone, cominciando ad essere allarmato dalla piega che la situazione stava prendendo, si ferma, scende dalla bicicletta, si leva il giubbotto, annoda la sciarpa al manubrio (avverte un calore insopportabile, ma non è sudato) ed istintivamente alza lo sguardo verso il cielo. Lo spettacolo che gli si presenta, a circa 200 m. d’altezza, ha dell’incredibile: sopra di sé staziona, fluttuando quasi impercettibilmente e nel più totale silenzio, un enorme “oggetto” di forma discoidale (ma dal perimetro pluri-segmentato, come quello di un poliedro), dotato di una corona circolare in cui erano inscritte numerose “aperture ovali” (oblò?), emananti “flash” di colore azzurro in sequenza alternata (tipo luce stroboscopica o luminaria natalizia). In posizione centrale il “disco” presentava un grande “faro”, che proiettava al suolo un intenso fascio di luce fissa, anch’essa azzurra. L’osservazione si è protratta solo per alcuni istanti, in quanto, poco dopo che il testimone aveva alzato il capo verso l’alto, l’oggetto luminoso ha cominciato a muoversi velocemente, spostandosi dalla sx del teste (dal quartiere “Crocetta”, quindi da nord-est) alla sua dx (verso Corcagnano, quindi sud-ovest) e illuminando a giorno tutto il paesaggio (alberi, case, campi). Il tutto senza provocare alcun rumore o spostamento d’aria, per poi “sparire nel nulla”, lasciando dietro di sé una lunghissima “striscia” azzurra (come la scia di condensazione dei jet convenzionali, ma di consistenza diversa), che pian piano si è frammentata in più tronconi ed è scesa verso terra.

A questo punto l’attonito testimone si accorge che un’auto (una Peugeot rossa, non meglio memorizzata, viste le circostanze), proveniente dal senso opposto, si è fermata sul ciglio della strada, a poca distanza dalla sua bicicletta. Il conducente, un giovane di circa 25 anni, aveva osservato l’inusitato fenomeno attraverso la portiera lato guida, col vetro abbassato, senza scendere dalla macchina, forse impietrito dallo sbigottimento (non è dato sapere se per ciò che aveva visto o per l’evidente sconcerto mostrato dall’altro teste). Un breve scambio di battute evidenzia lo stupore di entrambi e, contestualmente, la realtà oggettiva di quanto si era manifestato ai loro occhi: «Ma cos’era quella “cosa”?», chiede il giovane all’operaio, come alla ricerca di una conferma di ciò che aveva visto. «Lo chiedi a me? Di certo l’hai vista meglio tu, che l’avevi di fronte!», risponde l’altro, fra lo sgomento e l’ironico. «Ma ti senti bene? Vuoi che ti accompagni al pronto soccorso, che è qui vicino?», insiste il ragazzo al volante. «Ma no, sto benissimo; ho solo questo enorme calore addosso, mi sono tolto anche il giubbotto perché mi arriva fino alla schiena, la sento come se bruciasse! Ora però devo andare al lavoro; vado, altrimenti faccio tardi!». Poi, prima di rimontare in sella, R.F. si abbandona ad un’ultima, legittima interrogazione: «Ma chi è che ci può credere, a noi?». Di contro, il conducente della Peugeot: «Chi vuoi che ci creda, se non tu, che l’avevi sulla testa...!?».

Giunto al punto d’incontro col collega (che lo stava attendendo in auto, preoccupato per il ritardo), R.F. non se la sente di ripartire subito alla volta dell’azienda e, a costo di giungere tardi al lavoro, sente il bisogno di prendersi almeno un caffè, quasi ad esorcizzare per un attimo l’incubo che lo aveva attanagliato poco prima. Il barista, che lo conosce da anni, capta subito dall’espressione trasecolata del suo cliente che qualcosa non va e, con amichevole discrezione, lo invita a “vuotare il sacco”. Dopo l’iniziale, comprensibile esitazione, R.F. si lascia convincere: sa che il barista è uno dei pochi cui può raccontare l’accaduto, senza tema di essere compatito o deriso. Alla fine del breve e comprensibilmente concitato racconto, pur ricevendo l’incondizionata solidarietà del barista, lo scoramento si riaffaccia nell’animo dell’operaio, allorché un avventore, appoggiato al bancone, si mette a ridere. «Ecco, lo sapevo, io, che me ne dovevo star zitto, nessuno può credere ad una storia simile!». Ebbene, come nelle scene a sorpresa dei film, lo sconosciuto avventore (anch’egli operaio, che abita nei paraggi; si è saputo dopo – n.d.r.) esclama: «Guarda che non rido alle tue spalle, ma perché so che “queste cose” esistono: anch’io, circa sei anni or sono, più o meno nella stessa zona, ho assistito ad un fenomeno simile a quello che hai appena visto tu !!!...».

Non sappiamo se tale affermazione abbia contribuito a rendere meno agitato il turno di lavoro del tecnico metalmeccanico; sta di fatto che da quel giorno R.F. non abbassa più la tapparella della camera, al momento di coricarsi, per non perdere l’occasione di “rivedere” quell’inimmaginabile oggetto poliedrico, sfavillante di luce azzurra. Cosa impensabile, prima, quando il solo, debole chiarore proveniente dall’esterno gli impediva di addormentarsi, costringendolo a serrare l’avvolgibile.

Consultando la casistica degli avvistamenti OVNI su Parma e provincia, redatta dal sottoscritto, responsabile scientifico del CUN, si conferma che il quadrilatero formato da Vicofertile, Vigheffio, Baganzola e Ponte Taro è particolarmente interessato da fenomeni aerei anomali, di cui, lo ricordiamo, si occupa anche il 2° Reparto – Difesa Aerea – dello Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Italiana. Negli ultimi cinque anni, altre tre segnalazioni sono state raccolte nel perimetro, l’ultima delle quali risale al 6 aprile 2008.


NOTA BENE: unendo con una retta le località (= frazioni del Comune di Parma) interessate da U.A.P. (Unidentified Aerial Phenomena), si ottiene la figura geometrica di un triangolo rettangolo, dove agli estremi dell’ipotenusa si trovano, a nord, l’Aeroporto Internazionale “G.Verdi” e, a sud, la Centrale Elettrica dell’ENEL, che serve tutta la Città: due postazioni cosiddette “sensibili”, ove l’energia di certo non manca… e gli Esobiologi sanno di cosa stiamo parlando…

APPENDICE

 Ad indagini concluse, siamo venuti a sapere, non senza una certa “reticenza” da parte dei testimoni (si sa, il “paese” è piccolo e la gente mormora…), che altre due persone, a distanza di meno di due km. in linea d’aria, hanno assistito allo stesso fenomeno. Si tratta di un signore (non possiamo rivelarne l’identità, come da vigenti disposizioni in materia di “privacy”) che, in attesa dell’arrivo del taxi in precedenza prenotato telefonicamente, era sceso sulla strada, davanti alla porta di casa, per accelerare la procedura di trasferimento. Improvvisamente (ed inspiegabilmente) l’oscurità dell’ora mattutina fu squarciata da un bagliore diffuso di colore azzurro, che per qualche attimo pervase la zona dell’appuntamento (prossimità del passaggio a livello della PR-La Spezia, via Jenner).

E proprio in quel mentre giungeva il taxi, il cui autista, allibito, scese dalla vettura, esclamando (mi si perdoni la forma dialettale): “Eeehhh, mo co’ el col lavor chi???”.

Come sempre succede in questi casi, l’esplicita “consegna” fu quella di serbare il più assoluto silenzio sull’accaduto, “… sennò mi prendono per matto – l’uno – e a me tolgono la patente – l’altro…”. Ma prima o poi, il “rospo” è destinato ad essere sputato…



domenica 2 agosto 2020

UOMO

                                                

                                                       di GIORGIO PATTERA


Ricordi d’infanzia, che ognuno conserva

                                       di gioie, di crucci, d’amici, di scuola,

inver non ho molti, che il cuor mi riserva:

                                       eccetto mio padre e di lui la parola.

 

Il giorno di festa, col tiepido sole,

                               soleva portarmi sul suo motorino

a cogliere il frutto de’ gelsi, che vuole

                             tener tra le mani, sì dolce, un bambino.

 

Dramma non v’era, quand’ero ammalato:

                                      speravo soltanto giungesse la sera,

ché lui dal lavor sarebbe tornato

                            con quella bottiglia che “frizza ed è nera”...

 

Non solo per noi ei pena si dava,

                             ché in Chiesa recava per quei poverelli,
cui casa ed affetto da sempre mancava,

                              l’invito a Gesù di pensare anche a quelli.

 

Paziente dal Libro narrava episodi,

                                 quand’era la mamma che uscire doveva,

di giusti e di santi, sereno nei modi;

                                tant’è che alla fin lui si commuoveva.

 

E se di dormir non avevo intenzione,

                           inventava all’istante l’allegro teatrino:

da buffo pagliaccio, risate argentine

                                in me suscitava, finché il capo era clino.

 

Cultura a lui certo amica non era,

                               almeno di quella “dei bei paroloni”;

ma quando nei conti insegnar mi voleva,

                               stupirmi dovevo delle sue operazioni.

 

E quando la festa già era imminente,

                              l’arte più antica sapea tramandare:

con lenza e la canna era guida al torrente

                              e all’aria sì pura m’insegnava a pescare.

 

Effimero è l’uso che oggi dilaga

                           di far delle “feste” per ogni occasione,

tanto che il vezzo par quasi una piaga:

                               quando non c’è, il Dottor va in pensione!

 

Sentimento non muta, cambiando stagione;

                                    non v’è l’esigenza di merce o di sagre,

ché nulla potrebbe cambiar l’opinione:

           Questo era un Uomo, ed era mio padre.                                            

 

                                  





sabato 1 agosto 2020

Solanum dulcamara, la pianta “di nome e di fatto”…


di GIORGIO PATTERA

La “Morella rampicante” o “Dulcamara” (nome scientifico Solanum dulcamara) è una pianta velenosa della famiglia delle Solanaceae. In lingua tedesca si chiama Bittersüß; in francese Morelle douce-amère; in inglese Bittersweet. Volgarmente chiamata anche “CORALLINI”, è una pianta perenne, reptante o rampicante; può raggiungere anche i 4 metri di lunghezza ed i suoi fiori, inconfondibili, hanno un bel colore violetto-porpora, con stami giallo-arancio. E’ comune in tutta Italia, anche insulare, come nel resto d’Europa; in certe zone è considerata invasiva. Deve il suo nome alla solaceina contenuta nei rami, che ha sapore prima amaro, poi dolce.

Quella delle Solanaceae è una famiglia vegetale molto importante, in quanto comprende fra l'altro diverse specie commestibili, come le patate, le melanzane e i pomodori. Il nome generico (Solanum) deriva da solanem (= consolazione, conforto) e deriva dalle proprietà medicamentose e sedative di alcune specie di questo genere. Il nome specifico (dulcamara) significa letteralmente “dolce-amaro” ed è dato dal sapore di alcune parti di questa pianta (i giovani rametti appena germogliati, messi in bocca, dapprima sono amari e poi dolci). Il frutto è costituito da una piccola bacca ovata, di colore prima verde, poi rosso a maturazione conclusa (autunno). Il suo habitat tipico si colloca nei luoghi freschi, fra le siepi o i cespugli, in luoghi torbosi, ma anche nei boschi umidi (mesofili) e nelle zone incolte, generalmente in ambiente ombroso. Il substrato preferito è calcareo o siliceo, indifferentemente, a pH neutro, in terreni nutrienti e umidi. Si riscontra fino a 1.100 metri di altitudine, ma può arrivare anche a 1.450 m. s.l.m. Molte parti della pianta (le foglie, i rametti e i frutti in particolare) contengono dei gluco-alcaloidi tossici (solanina*, solaceina, alcamina, tannino) che trovano impiego in fitoterapia, così come saponine steroiche e acido dulcamarico, per la produzione di farmaci steroidici. La parte più velenosa è costituita dalle bacche (specialmente immature) che, ingerite, possono causare nell’uomo vomito, apatia progressiva, perdita dei sensi, diminuzione della frequenza del respiro e alla fine, anche se per fortuna raramente, morte per paralisi respiratoria o arresto cardiaco. Il bestiame non è uso a cibarsene, ma se questo avviene sopravvengono paralisi e incoscienza, non la morte. La sua pericolosità, come per tutte le piante dotate di frutti allettanti, si manifesta soprattutto nei confronti dei bambini, che spesso e volentieri scambiano le bacche di essenze velenose per quelle commestibili. Per fortuna, in questo caso, i frutti, che sono molto tossici prima della maturazione, una volta maturi contengono saponine neutre poco velenose. Nonostante questo, in letteratura si annoverano casi di gravi intossicazioni a carico di bambini, causa l’ingestione di 6-8 bacche verdi. Invece la remissione della sintomatologia, in caso di assunzione di bacche rosse (mature), si ottiene nel corso di 24 ore, senza gravi conseguenze. In fitoterapia si utilizzano i giovani rametti, detti stipiti, con proprietà diaforetica (agevola la traspirazione e favorisce la sudorazione), depurativa del sangue (facilita lo smaltimento delle impurità), ma anche con leggera azione ipnotica e anafrodisiaca. Il suo impiego, quindi, sarà opportuno sotto stretto controllo medico (**).

(*) = La Solanina, in particolare, è una sostanza narcotizzante che colpisce il sistema nervoso centrale. Ricordiamo a questo proposito che anche le parti epigee verdi delle piante di patata (Solanum tuberosum) e di pomodoro (Solanum lycopersicum), facendo parte della Famiglia delle Solanacee, risultano velenose per il loro contenuto in alcaloidi e saponine. Anche alcuni veleni di origine animale (serpenti), quali la ofiotossina e la crotalotossina, presentano notevole affinità farmacologica con le saponine.

(**) = Nel 1735, l’erborista Irlandese K’Eogh riassunse così gli impieghi della Dulcamara: “Un decotto in vino apre le ostruzioni del fegato e della milza e perciò è buona per l’ittero. Inoltre cura tutte le ferite interne, le contusioni e le fratture, poiché dissolve il sangue coagulato, causando il suo passaggio nelle urine ed evitando così i trombi”.

Il Botanico svedese Carolus Linnaeus (1707-1778), ritenuto il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, la considerava un rimedio per la febbre e i disordini infiammatori. Questo dimostra come, già quasi tre secoli fa la Medicina (quella non Aziendale…) avesse il “polso” della farmacognosìa e della fitoterapia. Oggi le benefiche proprietà dei princìpi attivi della Dulcamara (sempre adeguatamente somministrati sotto controllo medico), nonostante l’arroganza della posizione dominante esercitata dalla Medicina Allopatica, vengono ogni giorno di più riscoperte e rivalutate: stimolanti, espettoranti, diuretiche, detossificanti ed antireumatiche. Anche se assunta per via orale (es. decotto di ramoscelli), sembra che sia particolarmente efficace per il trattamento di problemi cutanei, quali eczema, prurito, psoriasi e verruche. Coàdiuva anche per ridurre asma, bronchite cronica e problemi reumatici, compresa la gotta.

Curiosità:

Gaetano Donizetti, nell’<<Elisir d'amore>>, battezza con lo stesso nome di questa essenza un personaggio dell’omonima opera lirica, noto come dottor Dulcamara. Si tratta di un ciarlatano imbonitore, che spacciandosi per medico di grande fama, cerca di vendere alla gente miracolosi “specifici” (i propri portentosi preparati): fra gli altri, per l’appunto, l'elisir che fa innamorare…

RIFERIMENTI

https://it.wikipedia.org/wiki/Solanum_dulcamara

https://it.wikipedia.org/wiki/L%27elisir_d%27amore

 

BIBLIOGRAFIA:

AA.VV. – CURARSI con le ERBE – Polaris, 1995

North P.M. – PIANTE VELENOSE – The Pharmaceutical Society of Great Britain, London

M.I.Macioti – MITI E MAGIE DELLE ERBE – Newton Compton / Roma, 1993

A.Chevallier – ENCICLOPEDIA DELLE PIANTE MEDICINALI – Idea Libri / Milano, 1997

F.Stary – PIANTE VELENOSE – Istituto Geografico De Agostini / Novara, 1987


LA FARMACIA DELLA NATURA E...LA CONFERENZA DEL DR. GIORGIO PATTERA PER IL "SALOTTO ILLUMINATO":

 https://www.facebook.com/ilsalottoilluminato/posts/2713878238880065


mercoledì 29 luglio 2020

Àtropa belladonna, lo sguardo “fatale”…

                                                         

                                                           di GIORGIO PATTERA


La Belladonna è una pianta erbacea perenne (fam. Solanaceae) con fiori campanulati, tubolosi e penduli di colore violaceo-cupo. In Italia cresce spontanea su Alpi ed Appennini, fino all’altitudine di 1.400 metri, prediligendo il suolo calcareo e il margine di boschi freschi e ombrosi, come le faggete. 


Fiorisce nel periodo estivo e i frutti sono costituiti da lucide bacche nere, che, nonostante l'aspetto invitante e il sapore gradevole, sono velenosissime per l'uomo. L’ingestione, anche in modesta quantità, da parte dei bambini (può bastare ½ bacca!), attratti dall’aspetto invitante delle bacche succose, che possono venir scambiate per altri appetitosi frutti eduli del sottobosco, come mirtilli o more, può provocare una serie di gravi conseguenze, quali diminuzione della sensibilità, forme di delirio, sete, vomito, seguìti, nei casi più gravi, da convulsioni e morte per insufficienza respiratoria. Per un adulto l’intossicazione avviene con l’assunzione di 20-30 bacche, ma non è tanto importante il numero in sé, quanto la concentrazione totale dei princìpi attivi (tropano-alcaloidi e scopolamina*) in esse contenuta: è sufficiente una dose da 0,01 a 0,1 grammi per provocare la morte…! Gli uccelli e i bovini risultano molto meno sensibili dell’uomo agli effetti tossici della Belladonna, mentre i conigli possono mangiare la pianta impunemente: sembra tuttavia che il cibarsi di questa essenza ne rendesse tossica la carne.



Il termine scientifico, Àtropa belladonna, deriva dalla sua “doppia personalità”, divisa fra i suoi effetti letali e l'impiego cosmetico. Àtropo era infatti il nome (in greco: Ἄτροπος = l'immutabile, l'inevitabile) di una delle tre Moire**, che, nella mitologia greca, taglia il filo della vita: ciò a ricordare che l'ingestione delle bacche di questa pianta può causare la morte.


Le tre MOIRE erano la personificazione del destino ineluttabile: il loro compito era, la prima, di tessere il filo del fato di ogni uomo, la seconda, di svolgerlo ed infine, la terza, di reciderlo, segnandone la morte. Àtropo (= l'inflessibile), la più anziana delle tre sorelle, rappresentava il destino finale: la morte d'ogni individuo, poiché a lei era assegnato il compito di recidere, con lucide cesoie, il filo che ne rappresentava la vita, decretandone il momento del trapasso.

Il nome volgare Belladonna, invece, fa riferimento ad una pratica che risale al Rinascimento: le DAME usavano un collirio a base del succo di questa pianta, per dare risalto e lucentezza agli occhi (ed attrarre quindi l’attenzione maschile…), grazie alla sua capacità di dilatare la pupilla: un effetto detto midriasi, dovuto all'atropina, che agisce direttamente sul sistema nervoso parasimpatico. Oggi alcuni dei suoi numerosi princìpi attivi sono impiegati nella tecnica medica per dilatare le pupille durante le visite oculistiche o come anestetico, in caso di lesioni corneali.


Sebbene la Belladonna evochi immagini di veleno e morte (la pianta è stata usata come veleno fin dai tempi antichi), costituisce un utile e benefico rimedio se usata correttamente. Gli ALCALOIDI TROPANICI in essa contenuti, adeguatamente dosati, servono a ridurre le secrezioni (salivari, gastriche, intestinali, bronchiali) e a controllare gli spasmi della muscolatura liscia (tubuli urinari, vescica). Risulta efficace anche per rilassare lo stomaco, alleviare il dolore da coliche e combattere l’ulcera peptica, riducendo la produzione dell’acidità gastrica. Può essere usata per trattare i sintomi del Morbo di Parkinson, riducendo tremori, rigidità e migliorando la parola e la mobilità.


E pensare che, nei secoli bui, si riteneva che durante il “sabba infernale” intorno all’albero di Noce, le “STREGHE” mescolassero nell’immancabile pentolone, oltre al Giusquiamo ed allo Stramonio, anche la Belladonna, ottenendone così una pozione che consentiva loro di “VOLARE”…
Anche oggi si “vola”, purtroppo, ma con altri (ahimè, mortiferi…) allucinogeni…

(*) = Come principio attivo, la Scopolamina in molte culture antiche è stata utilizzata con i più svariati scopi: gli Arabi e gli autoctoni delle Isole Canarie la utilizzavano contro i nemici, gli Sciamani messicani e gli Aztechi la usavano come allucinogeno per predire il futuro, a Delfi gli antichi Greci ne facevano uso per indurre ipnosi e predire il futuro nei riti religiosi.



L'utilizzo della scopolamina come siero della verità durante gli interrogatori è stato praticato da molte Agenzie d’Intelligence, inclusa la CIA, sin dagli anni ‘50 (cfr. Progetto MK-ULTRA). In seguito all'evidenza della sua scarsa utilità (gli effetti allucinogeni producono distorsione nella percezione della realtà), il suo impiego venne abbandonato. Sembra che nei campi di prigionia nazisti il criminale Josef Mengele abbia sperimentato la scopolamina, come droga per estorcere ai prigionieri informazioni sui movimenti e le dotazioni belliche del nemico.
Dato che può determinare alterazione della coscienza seguita da amnesia, la scopolamina è talvolta somministrata di nascosto, disciolta in bevande, aggiunta ad alimenti o addirittura, essendo una sostanza incolore ed inodore, può essere semplicemente fatta inalare all'ignara vittima, per commettere rapine o violenze sessuali.

(**) = Corrispondenti alle tre PARCHE, nella mitologia dell’antica Roma.

RIFERIMENTI:

https://it.wikipedia.org/wiki/Atropa_belladonna
https://it.wikipedia.org/wiki/Moire
https://it.wikipedia.org/wiki/Scopolamina

BIBLIOGRAFIA:

AA.VV. – CURARSI con le ERBE – Polaris, 1995

North P.M. – PIANTE VELENOSE – The Pharmaceutical Society of Great Britain, London

M.I.Macioti – MITI E MAGIE DELLE ERBE – Newton Compton / Roma, 1993

A.Chevallier – ENCICLOPEDIA DELLE PIANTE MEDICINALI – Idea Libri / Milano, 1997

F.Stary – PIANTE VELENOSE – Istituto Geografico De Agostini / Novara, 1987