“Solo se sei pronto a considerare possibile l’impossibile,

sei in grado di scoprire qualcosa di nuovo”.

(Johann Wolfgang Goethe)

“L’importante è avere un pensiero indipendente:

non si deve credere, ma capire”

(Hubert Revees)


“L’Uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando”

(Hubert Revees)

domenica 6 settembre 2020

RADICALI LIBERI & STRESS QUOTIDIANO

 

                                             di GIORGIO PATTERA

Si deve a M.GOMBERG, agli inizi del ‘900, la dimostrazione che in natura esistono radicali chimici allo stato libero.

Lo studio di queste specie paramagnetiche è rimasto circoscritto per lungo tempo quasi esclusivamente nell’ambito della chimica industriale, fino al momento in cui lo spettrometro ESR (Electron Spin Resonance) o EPR (Electron Paramagnetic Resonance) ne ha consentito l’applicazione anche ai sistemi biologici. 

Da allora le ricerche sugli organismi hanno evidenziato la potenzialità, da parte dei radicali liberi, di provocare alterazioni strutturali e funzionali delle membrane cellulari, grazie anche al fatto che possono agire in tempi brevissimi (nell’ordine dei milli- o nanosecondi) e, inoltre, originare “a cascata” tutta una serie di altri radicali e/o prodotti secondari potenzialmente lesivi. In questo senso le prospettive per il futuro non sono di certo confortanti, in quanto l’immissione nell’uso comune di sempre più numerosi composti chimici di sintesi, per gli scopi più diversi, fa ipotizzare un sensibile incremento delle patologie legate ai radicali liberi tossici.

Ma cosa sono, di preciso, questi così temuti << radicali liberi >>?

Tutta la “materia” (inorganica, organica e vivente) è costituita da atomi [dal greco ἄτομος = non (ulteriormente) divisibile; poi abbiamo visto che non è così…]. Ogni atomo è a sua volta costituito dal nucleo (protoni + = massa con carica positiva) e dagli elettroni (e- = niente massa, solo cariche di segno negativo); il bilanciamento delle cariche di segno opposto fa sì che l’atomo risulti elettricamente neutro e quindi stabile. Negli atomi gli elettroni occupano delle “regioni” chiamate orbitali: ciascun orbitale può, al massimo, contenere due elettroni con spin antiparallelo (= senso di rivoluzione opposto). L’elettrone è “spaiato” quando si trova da solo a occupare un orbitale. Pertanto viene definita radicale libero qualsiasi struttura chimica, dotata di esistenza autonoma, che contenga uno o più elettroni spaiati.

Per lo più le molecole si comportano come <<non-radicali>>, poiché contengono solo elettroni appaiati. Al contrario, quando atomi o molecole o complessi “neutri” perdono o acquistano un singolo elettrone, si trasformano in <<radicali>>. L’energia necessaria alla formazione di questi ultimi può essere fornita da molteplici fattori, sia naturali che artificiali: l’irraggiamento solare (specie quello d’alta montagna, ricco di ultravioletto, così come lo sono le “lampade abbronzanti”), le fonti di calore (infrarosso), l’esposizione prolungata alle specie reattive contenute nell’inquinamento atmosferico (ozono, ossido di azoto, ecc.).


Lo schema elementare della formazione di radicali liberi a partire da una molecola biatomica A°°B lo si può rilevare dalla fig.1. La scissione del legame chimico covalente formato da un doppietto di elettroni (indicati con i due pallini) può avvenire in due modi: a) entrambi gli elettroni rimangono associati ad uno dei due atomi = si formano due ioni aventi carica elettrica opposta (scissione eterolitica); b) i due elettroni del doppietto rimangono associati uno all’atomo A e l’altro all’atomo B = formazione di due radicali liberi (scissione omolitica). 

 


E’ la presenza dell’elettrone spaiato, dunque, che conferisce ai radicali liberi la loro spiccata reattività, che si può esplicare in vari modi. Nel peggiore dei casi essi tendono a reagire con le altre molecole non radicaliche (di per sé non nocive) per dare origine a nuovi radicali, sia per riduzione (trasferendo l’elettrone spaiato sulla molecola “neutra”) che per ossidazione (“strappandole” un elettrone), per la serie: un radicale ne genera un altro. Su questa “reazione a catena” possono influire, accelerandola o inibendola, diversi fattori: le basse temperature tendono ad “ingabbiare” i radicali liberi, mentre (come abbiamo visto) le radiazioni termiche e luminose (infrarosso ed ultravioletto), le sorgenti di perossidi (acqua ossigenata, quella ben conosciuta dai parrucchieri) ed i composti azotati (derivati dai processi di combustione e presenti nell’inquinamento atmosferico) sono in grado accelerare la reazione.

RADICALI LIBERI & SISTEMI BIOLOGICI

Negli organismi si trovano radicali liberi di origine endogena (piccole quantità di r.l. vengono continuamente generate come risultato del metabolismo) e di origine esogena (provenienti da alimenti, farmaci, cosmetici e sostanze varie disperse nell’ambiente). In condizioni normali i r.l. endogeni vengono neutralizzati dai meccanismi fisiologici operanti a livello cellulare: ad es., il tocoferolo (Vit. E, contenuta nelle verdure), il β-carotene (provitamina A, di cui sono ricche le carote) e l’acido ascorbico (= anti-scorbuto * : Vit.  C, presente negli agrumi) sono dotati di energiche proprietà antiossidanti.


Le ricerche sui radicali liberi in campo biomedico investono attualmente un gran numero di argomenti. Non essendo possibile, in questa sede, affrontarli tutti (nemmeno sommariamente), ci limiteremo a riassumere alcune fra le più significative conoscenze sul ruolo svolto dai r.l. nell’invecchiamento, nelle modificazioni patologiche delle membrane cellulari e in alcuni aspetti della biologia dei tumori.

I) INVECCHIAMENTO – Il chimico Denham Harman (premio Nobel 1995) fu il primo nel 1956 a mettere in correlazione il processo di senescenza (specie a carico degli organi ad elevato metabolismo aerobio, quali cervello, fegato e cuore) con l’attività dei r.l.. L’invecchiamento, quindi, è caratterizzato dalla presenza nelle cellule di particolari sostanze (pigmenti fluorescenti) denominate lipofuscine e ceroidi; tali sostanze sono liposolubili, si accumulano cioè negli strati adiposi dell’organismo e risultano facilmente attaccabili dalla perossidazione indotta dai r.l..

A dimostrazione della responsabilità dei grassi nei processi d’invecchiamento, sono stati condotti vari esperimenti sui ratti. Uno di questi è consistito nel ridurre l’apporto calorico nella dieta fino al 46% (com’è noto, una dieta ipercalorica porta all’accumulo di grassi), ottenendo un sensibile aumento della longevità negli animali da laboratorio. Inoltre i ratti alimentati con proteine di origine vegetale (soia) hanno mostrato una durata della vita più lunga del 13% rispetto a quella dei “colleghi” alimentati con proteine di origine animale (caseina). Questo perché la caseina ha un contenuto di aminoacidi facilmente ossidabili più elevato rispetto alla soia e quindi maggiormente attaccabili dai radicali.

Si è registrato infine che, aggiungendo alla dieta sostanze antiossidanti (es. 2-mercaptoetilamina), la durata della vita ha raggiunto un incremento medio del 28%, con punte del 31%: questo a dimostrazione, se mai fosse necessario, di quanto siano deleteri per l’organismo i processi di ossidazione indotti dai radicali liberi.

II) DANNI CELLULARI – Per esemplificare le patologie cellulari operate dai radicali liberi, citiamo gli studi effettuati sul tetracloruro di carbonio (CCl4), solvente organico non infiammabile, ampiamente usato per diluire cere e vernici, nonché come agente estintore. Penetra nell’organismo per inalazione, attraverso la pelle e le mucose; è molto tossico: la dose letale per via orale, per un adulto, è di 3-5 ml. Colpisce tutte le cellule dell’organismo, ma in particolar modo quelle del fegato: già dopo 1-2 ore dalla contaminazione, il tessuto epatico presenta al microscopio elettronico danni diffusi alla propria struttura, accompagnati da alterazioni della funzionalità. Sembra che l’azione tossica del CCl4 sia da imputarsi non tanto alla molecola come tale, ma alla modificazione che subisce all’interno della cellula epatica. Perdendo un atomo di cloro, si trasforma in triclorometano (°CCl3): quest’ultimo è un radicale libero biologicamente attivo e, come si vede, altamente pericoloso.


III) NEOPLASIE – L’ipotesi seguita dai ricercatori per poter correlare le patologie tumorali con l’intervento di radicali liberi, diversi da quelli che si osservano nei rispettivi tessuti normali, si appoggia sul fatto che: a) le radiazioni ionizzanti U.V. sono cancerogene e, come s’è detto, inducono la formazione di r.l.; b) il fumo del tabacco, anch’esso cancerogeno, è ricco di r.l.; c) diversi agenti chimici cancerogeni (ad es. il citato CCl4) devono subire modificazioni molecolari per diventare biologicamente attivi. Ebbene, numerosi radicali liberi possiedono elevata reattività chimica e pertanto potrebbero essere implicati nell’attivazione delle sostanze potenzialmente cancerogene.

Recenti studi sostengono l’intervento di reazioni radicaliche sia nella fase d’inizio (mutazioni a carico del normale materiale genetico) che in quella di progressione del processo neoplastico. Indagini su idrocarburi aromatici policiclici, cancerogeni e non, disciolti in solventi organici hanno mostrato concentrazioni di r.l. molto più elevate nei primi che nei secondi. Resta da verificare, ora, la ripetitività delle medesime concentrazioni anche in vivo.

In ogni caso, è stato accertato che la somministrazione di antiossidanti (N-acetil-L-cisteina) esplica una marcata azione preventiva nei confronti della formazione di neoplasie e serve a ritardare (se non addirittura sopprimere), nei roditori, l’evoluzione di tumori già in atto.

A questo punto, anche se saremo accusati di retorica, non si può far a meno di sottolineare la considerazione (dal gusto un po’ amaro) che il progresso tecnologico, se da un lato aggiunge benessere alla nostra esistenza quotidiana, dall’altro ci contorna inesorabilmente di molecole nuove, prodotti di sintesi di cui conosciamo solo i vantaggi a breve termine, ma non le potenziali ricadute negative sulla nostra futura integrità biologica.

Bene, finora abbiamo parlato di potenziali “nemici” per la nostra salute. Andiamo a conoscere adesso qualcuno degli “amici” sicuri che la Natura, nella sua infinita saggezza, ha predisposto per l’Uomo.

Perché parlare di “amici” e non di farmaci ? La medicina allopatica (detta anche “ufficiale” o, per chi ci legge, “occidentale”) spesso si limita a combattere i sintomi della malattia (che sono il “biglietto da visita” di un malessere, le scorie di un processo biochimico endogeno non ortodosso) e quasi sempre lo fa introducendo nel paziente altri prodotti chimici, per lo più estranei all’organismo. E’ vero che, fortunatamente, quasi sempre si ottiene l’effetto desiderato (quello cioè della scomparsa o della riduzione della sintomatologia), ma è anche vero che non sempre si riesce a porre rimedio alla causa della malattia. In ogni caso, si costringe in seguito l’organismo a “ripulirsi” di tutte quelle sostanze che, non essendo biologicamente “riconosciute”, non possono essere completamente metabolizzate e quindi devono essere espulse come “ospiti non graditi”. Bell’aiuto che si dà ad un convalescente !   

MECCANISMI NATURALI DI PREVENZIONE

E DI AUTO – RIPARAZIONE

Come abbiamo avuto modo di vedere, il danno provocato nei sistemi biologici dai radicali liberi si esplica soprattutto con l’immissione in circolo di molecole elettricamente instabili, vale a dire “ossidanti”. Per contrastare le quali, come dice il termine stesso, occorreranno degli anti-ossidanti; che potranno essere prodotti chimici di derivazione naturale o di sintesi, da acquistare in farmacia (o profumeria, per quanto concerne la cosmesi). Ma, a parte il discorso economico spesso non trascurabile, se vogliamo dar credito al vecchio detto (ora resuscitato da una nota casa di dentifricio) <<meglio prevenire che curare>>, è possibile limitare, se non annullare, i danni dei radicali liberi nel nostro organismo, osservando alcune semplici regole dietetiche. Per seguire le quali dobbiamo trasferirci nella più completa farmacia che esista al mondo, quella della Natura, muniti non di ricetta medica, ma di tanta umiltà e del desiderio di conoscere ed apprezzare i suoi rimedi.

Abbiamo già accennato ad alcune vitamine dal potere antiossidante (la E, la pro-A e la C); ma vogliamo parlare anche di quelle sostanze meno conosciute, ma non per questo meno importanti, che si trovano ugualmente in natura e che rispondono al nome di flavonoidi. Si tratta di pigmenti gialli (dal latino flavus = biondo, color oro) abbondantemente diffusi nei vegetali, tra i primi ad essere impiegati in Europa come coloranti. Si trovano quasi esclusivamente nelle piante superiori (rari nelle crittogame) e non sono in grado di essere sintetizzati dagli organismi animali, per i quali l’unico apporto è costituito dalla dieta. Come gli alcaloidi, sono molto frequenti negli alimenti di origine vegetale, ma per fortuna, a differenza di questi ultimi, molto raramente risultano tossici. Importanti per il metabolismo degli animali e dell’uomo sono alcuni flavonoidi, come la rutina (cosiddetta perché isolata per la prima volta dalla Ruta graveolens, con cui si usa aromatizzare la grappa, ma normalmente contenuta anche nella scorza del limone) e la quercetina (presente nelle querce).

Nel 1936 Szent-Györgyi (Nobel per la Medicina e la Fisiologia nel 1937) isolò da alcune specie di Capsicum (peperoncino) e di Citrus (agrumi) una sostanza, la citrina, che chiamarono Vitamina P o <<della permeabilità capillare>>. Risultò in seguito che tale sostanza era costituita in realtà da una mescolanza di flavonoidi, ma la dizione di Vitamina P, ormai entrata nell’uso comune, rimase. Anche perché la sua importanza resta legata alla proprietà (oltre quella antinfiammatoria ed antiallergica) di aumentare la resistenza delle pareti dei capillari sanguigni e quindi di opporsi alla loro rottura, specie nei casi di aumentata fragilità, quali si possono osservare nelle ipertensioni, nel diabete, nelle nefriti, ecc.

Si attribuisce ai flavonoidi, inoltre, un’azione sullo sviluppo genitale ed una blanda attività come estrogeni: negli organismi giovani, infatti, queste sostanze si rinvengono nel timo e perciò si ritiene possibile la correlazione fra la loro presenza e l’atrofia della suddetta ghiandola, con l’avvento della pubertà.

CONCLUSIONI

Al termine di tutta questa dissertazione, la domanda sorge spontanea: cosa si deve fare per vivere meglio e (se possibile) più a lungo ? Anche la risposta sorge spontanea e lo facciamo parafrasando un noto spot televisivo: seguire la Natura. Questo, ovviamente, onorando il vecchio adagio <<si fa come si può e non come si vuole>>, nel senso che la tendenza ad un’alimentazione il più possibile naturale non deve tradursi in psicosi maniacale, a tutto danno della psiche: <<Est modus in rebus>> !

Vediamo in tal senso di riassumere i concetti fondamentali già esposti:

1)            – Adeguare l’apporto calorico della dieta in funzione dell’attività psico-fisica di ognuno: un eccesso di calorie conduce all’accumulo di grassi, facilmente attaccabili dai radicali liberi;

2)            – Preferire, ove possibile, l’assunzione di proteine derivate da alimenti di origine vegetale rispetto a quelle di origine animale (es. soia, che contiene meno aminoacidi facilmente ossidabili);

3)            – Abbondare, se non esistono controindicazioni, nell’assunzione di frutta e verdure crude (il processo di cottura, in genere, ne diminuisce o distrugge le proprietà), entrambe contenenti vitamine dotate di attività antiossidante;

4)            – Controllare l’esposizione alle radiazioni solari ed agli agenti atmosferici aggressivi (specie quelli relativi a condizioni estreme, alta montagna o mare aperto), interponendo filtri protettivi ad alta schermatura e limitando al massimo le lunghe permanenze;

5)            – Evitare il contatto con fonti di radicali liberi dichiarati, tipo quelli presi in esame: acqua ossigenata, solventi (es. CCl4), idrocarburi, fumo del tabacco, ecc.


*  = Lo scorbuto, oggi praticamente scomparso, era la tipica (ed inevitabile) malattia che colpiva gli equipaggi delle navi, costretti a lunghe permanenze in mare senza la possibilità di approvvigionarsi di frutta e verdure fresche. Una volta individuata la causa della malattia (avitaminosi = carenza di Vit. C), il problema fu superato, imbarcando alla partenza sufficienti scorte di agrumi.

   

domenica 30 agosto 2020

ACQUA e LUCE, fonti di Vita…

 


                                              di GIORGIO PATTERA

Questa affermazione, in confronto ad altre considerazioni postate su questo blog, potrà sembrare un’ovvia “banalità”: ma vorremmo ricordare che “l’Homo technologicus” si dimentica ben presto proprio delle ovvie banalità, per cui “rispolverarle”, a volte, fa sorgere il dubbio (nella persona intelligente): “Ma dove ho vissuto finora?”.

 La vita sulla Terra si fonda principalmente su quattro elementi chimici (idrogeno, ossigeno, carbonio e azoto), che sono anche i più abbondanti negli organismi viventi, incluso il corpo umano.


Ovviamente le strutture degli organismi viventi non sono costituite dai singoli elementi allo stato puro, ma sono la risultante delle varie combinazioni tra questi; combinazioni che hanno condotto, tra l’altro, alla formazione di un composto indispensabile alla vita stessa, vale a dire l’acqua (H2O). Senza l’acqua, la vita (almeno quale noi la conosciamo sul nostro pianeta) non potrebbe esistere.


Per elencare solo alcuni esempi, ricordiamo che il globo terrestre è ricoperto per i 2/3 dalle acque degli oceani e dei mari, fonti inesauribili di risorse che alimentano l’uomo e l’atmosfera, anch’essa costituita da vapor d’acqua (umidità e nubi). I primi esseri viventi, unicellulari, si formarono lentamente nell’acqua, da cui parte di essi si trasferì sulla terraferma, colonizzandola. Anche il corpo umano è costituito per il 70% di acqua.

L’acqua, tra le innumerevoli proprietà, annovera anche quella di essere un liquido dipolare e, pertanto, anfòtero: cioè può comportarsi sia come acido sia come base, secondo le sostanze con cui viene a contatto. Questo è dovuto al fatto che la molecola possiede sia un’estremità dotata di carica positiva (H+ - H+) che negativa (O- -): ecco perché l’acqua “lava”…

Come si vede, dunque, l’acqua è una grande fonte di energia per le attività umane, ma, in quanto elemento “duttile” per eccellenza, è anche in grado di riceverla, di conservarla nel tempo e di ritrasmetterla. A questo proposito va ricordato come sia proprio l’acqua a veicolare, attraverso i tessuti dei pazienti, l’energia curativa irradiata dalle mani dei pranoterapeuti e ceduta al liquido stesso: è in questo senso che si può parlare di “memoria” dell’acqua… E l’acqua, da sempre, stringe con l’uomo un legame indissolubile anche sotto l’aspetto mistico, religioso e spirituale, essendo parte integrante della triade «apparizioni divine - presenza di sorgenti - potere miracoloso dell’acqua».


Altro fattore imprescindibile per la vita, oltre l’acqua, è la luce, anch’essa fonte inesauribile di energia (almeno finché il nostro sole non collasserà): riscalda il Pianeta, determinando l’evaporazione delle acque superficiali e, quindi, ripristinando continuamente l’atmosfera. Consente, con l’irraggiamento luminoso giornaliero, lo svolgersi delle attività umane; regola i cicli biologici veglia/riposo, funge da catalizzatore di innumerevoli reazioni chimiche e biochimiche (es.= la sintesi clorofilliana, in cui l’energia dei fotoni attiva la clorofilla contenuta nei vegetali). Tutto questo grazie alla natura dualistica della luce: in parte ondulatoria (= un insieme di onde, che si propaga nello spazio, la cui lunghezza “ʎ” - lambda - è associata ai vari colori) ed in parte corpuscolare (= un insieme di unità singole indivisibili, o “quanti” di energia, chiamate fotoni; questi ultimi sono privi di massa, dotati di moto rettilineo e la loro frequenza – “f” - li distingue in differenti fasce energetiche).


Dovremmo sentirci veramente “piccoli” al pensiero che di tutto il complicato discorso racchiuso nel termine «luce» l’occhio umano percepisce solo una piccolissima parte centrale, quella corrispondente per l’appunto allo spettro visibile…


Anche la luce ha sempre costituito per l’uomo un supporto spirituale, oltreché energetico.

Fenomeni e manifestazioni luminose, con le tipologie più strane e dalle interpretazioni più misteriose, si sprecano fin dalla notte dei tempi nel corso dell’evoluzione umana. Una ricca documentazione di questi avvenimenti si può trovare nei registri parrocchiali di ogni parte d’Europa, essendo un tempo legati quasi esclusivamente a presunte apparizioni di entità ritenute ultraterrene, sia benevoli (Divinità) che maligne (Satana, il Piccolo Popolo, ecc.) e accompagnati molto spesso da effetti prodigiosi.

Dal secondo dopoguerra, vuoi per la “forma mentis” decisamente tecnologica che si stava imponendo alle masse, vuoi per il conseguente allontanamento da quel misticismo che tutto aveva permeato fino agli albori del XX secolo, l’opinione pubblica comincia a rivedere in chiave più critica buona parte di quei fenomeni luminosi che a tutt’oggi continuano a manifestarsi, trasferendo la concezione di “entità ultraterrena” ad essi legata da un piano esclusivamente religioso ad un altro, quello ufologico, intermedio tra l’Uomo e la Divinità. Quasi a voler cercare qualche “fratello maggiore”, più evoluto e più giusto, proveniente dall’immensità del Cosmo, che sappia dare alle immutate domande «chi siamo, donde veniamo, dove andremo» quelle risposte che la gente sembra non voler più accettare dai dogmi religiosi. In alcuni casi, infatti, non va considerato contraddittorio né dissacrante l’interscambio delle due interpretazioni: quella religiosa (tradizionale) e quella ufologica (innovativa). Il tutto confortato dalla fisiologia del processo visivo, in sintonia coi recettori del corpo umano.


Questo, ovviamente, nell’attesa della Verità…

 


giovedì 27 agosto 2020

IMPIANTI ALIENI: LUCI ed OMBRE

 

                                                   evoluzioni e conferme “in itinere”...

                                             di GIORGIO PATTERA

M.M. (classe1972) ci ha scritto:

«La mia esperienza risale a molti anni fa: ero piccolo (avrò avuto circa 9 anni) quando è successo l’evento che, nel subconscio, potrei ricollegare al “corpo estraneo” che mi è stato diagnosticato radiologicamente.

Ricordo che, per tre sere consecutive, uno strano oggetto (di forma circolare e con tante luci) si alzò in volo dalla campagna di fronte alla casa dove abitavo. Io ero sul balcone, all'ultimo piano, intento ad osservare l’inconsueto fenomeno; ad un tratto l’oggetto si diresse verso di me, fermandosi proprio sopra la mia testa, ad un’altezza di circa cinque metri. La cosa che mi rimase impressa è che non emetteva alcun tipo di rumore; non ricordo altro, sinceramente. Tuttavia, dopo qualche giorno (e non mi so ancora spiegare il perché) feci un giro d’ispezione nella campagna antistante la mia casa e vi trovai una grossa apertura, come una “bocca” rotonda che entrava nel terreno. Circa dieci anni fa sono tornato in quel posto (Ponte Galeria, sulla Via Portuense, a Roma) per effettuare una piccola ricerca, che però si è conclusa con esito negativo. Non so cos’altro pensare: quando ho scoperto casualmente di avere quel frammento in faccia (di cui ignoravo la presenza, non risentendo di alcuna sintomatologia), i medici che avevano esaminato le lastre mi dissero che tutto ciò era molto strano, poiché non avevo mai subìto traumi d’alcun genere, né incidenti stradali o sul lavoro. Inoltre non compare sul viso, in corrispondenza del frammento d’ignota provenienza, alcun tipo di cicatrice che possa giustificare la penetrazione del medesimo nel cranio.

 Spero che Lei possa aiutarmi a spiegare il significato di questo “intruso” (radio-opaco, sottostante lo zigomo dx; N.d.R.) inserito nel mio cranio». 

Questa breve ma dettagliata relazione, da sola, non sarebbe sufficiente a far supporre un caso di “contatto del 4° tipo” e, di conseguenza, ad indurre nell’inquirente l’esigenza d’intraprendere un’indagine tesa a verificare la realtà di tal evento. Tuttavia ci sia consentito replicare, anche in quest’occasione, alcune costanti fondamentali che puntualmente contraddistinguono i casi di sospetta “abduction”.

1)            – La giovane età del “contattato”, quasi a voler confermare l’intenzione delle presunte entità aliene di voler “monitorare” l’addotto, mediante l’inserimento dell’impianto, durante l’arco temporale dell’evoluzione bio-psico-fisiologica del soggetto “Uomo”. Sono assai rari, infatti, se non addirittura assenti, i casi d’impianti rinvenuti in soggetti anziani.

2)            – La presa di coscienza del testimone, ancorché giovanissimo, che “qualcosa” d’estraneo alla normalità degli eventi gli era accaduto, tanto da ricercarne conferma in tracce evidenti nella zona circostante la sua abitazione.

3)            – Il riaffiorare dal subconscio, seppur lentamente, del ricordo d’esperienze-shock subìte in un passato relativamente recente; ricordo che, come accade per ogni evento traumatico e di forte impatto emozionale, il cervello umano tende ad obnubilare per un periodo di circa cinque anni.

Ma ciò che più ci preme evidenziare in questa ricerca, è la posizione, davvero inconsueta, del presunto “impianto alieno”, che potrebbe risultare assai strana, per non dire assurda. Non è così, invece; almeno per chi conosca e voglia attribuire un minimo di credibilità alla medicina tradizionale orientale e, nella fattispecie, alle linee (meridiani) su cui agisce la tecnica dell’agopuntura. Ma facciamo un passo indietro.


Come ampiamente trattato nel libro «UFO: vent’anni d’indagini e ricerche», edito dal sottoscritto nel 2005, un presunto “impianto” (fig.1) è stato individuato, sul finire degli anni ’90, dal collega Dr.G.C. del CUN di Napoli, nella porzione interdigitale pollice-indice della mano sx di un soggetto maschio, anch’egli (all’epoca dell’indagine) trentacinquenne.

 

Tale posizione (fig.2) corrisponde al punto n.° 3 del meridiano GI, che controlla l’intestino crasso;

 questo meridiano, se stimolato (come farebbe presupporre l’inserimento dell’impianto), produce il VIP (vasoactive intestinal polypeptide), sostanza deputata a funzioni vasodilatatorie locali ed assai simile alle endorfine, presenti nell’ipòfisi. Recentemente, tuttavia, anche la medicina occidentale (allopatica) ha scoperto che il VIP, al pari delle endorfine, viene sintetizzato anche in alcune aree del sistema nervoso centrale, specie in una porzione cerebrale denominata ippocampo, sede d’importanti funzioni neurologiche (memoria, comportamento, ecc.). 

Ebbene, risulta quantomeno curioso osservare che la posizione (zona sottostante lo zigomo) del presunto impianto del giovane romano insiste sullo stesso meridiano GI, in corrispondenza del punto n.° 20 (figg.3 e 4).


La conferma dell’avanzata tecnologia, difficilmente riconducibile ad una matrice “terrestre”, con cui gli impianti vengono realizzati ed inseriti nei tessuti umani, sta nel fatto che non solo all’esterno del punto d’inserzione non si riscontra la benché minima cicatrice, ma anche perché gli elementi di cui sono costituiti non generano alcun fenomeno di rigetto da parte dei tessuti circostanti. Infatti non si forma attorno all’impianto una risposta di tipo “anticorpale”; la quale, se riconoscesse come “estraneo” il corpuscolo introdotto, lo circonderebbe di un connettivo granulomatoso-cicatriziale, che lo trascinerebbe lentamente verso l’epitelio, fino ad espellerlo (*). Tutto ciò giustifica anche il fatto che l’ignaro depositario dell’impianto non ha la possibilità di accorgersi della presenza di questa “new entry”, se non in seguito ad occasionali indagini radiologiche, non risentendo d’alcun sintomo o disturbo: l’impianto stesso, infatti, tende a fondersi col tessuto circostante, formando un tutt’uno con esso. Rispetto ai primi episodi documentati (anni ’70 – ’80), oggi si assiste ad un “salto di qualità” degli stessi, che si sono evoluti da “bio-compatibili” a “bio-integrati”. Proprio da quest’ultimo particolare si evince quanto sia potenzialmente pericolosa la rimozione chirurgica dell’impianto stesso, qualora (caso comprensibilmente raro) l’impiantato sia consenziente.

Alla luce di quanto esposto ci sembra coraggioso, ma altrettanto lecito, ipotizzare che i due presunti impianti non siano stati posizionati a caso, bensì lungo un identico meridiano, i cui punti caratteristici (se idoneamente stimolati) possiedono tutti la medesima potenzialità: vale a dire quella di indurre la produzione endògena di sostanze psicòtrope, simili ai neuro-trasmettitori (chiamate anche neuro-ormoni), atte a svolgere azioni di coordinazione e controllo delle attività nervose superiori, tanto da poter essere eventualmente correlate con l'instaurarsi d’espressioni patologiche del comportamento, nel caso in cui il loro rilascio nel circolo umorale divenisse incontrollato. 

Un’ipotesi di lavoro che, soprattutto nel nostro ambito, è ancora tutta da dimostrare: ci proveremo, perseverando nelle nostre ricerche.

(*) = Esempio banale: ciò che succede a chi si occupa di giardinaggio, allorché una spina di rosa penetra in profondità nel derma della mano. Dopo inutili tentativi di rimuoverla, ci si arrende: si disinfetta accuratamente e si aspetta con pazienza che il tessuto “rigetti” in superficie il corpo estraneo…    

BIBLIOGRAFIA:

G.Pattera – UFO: vent’anni d’indagini e ricerche – PPS Editrice, Parma / 2005

UFO Notiziario - n.° 2 / giugno 1999

UFO Notiziario - n.° 10 / marzo 2000

ANCORA SUGLI IMPIANTI :

come accorgersene, dove cercarli, quando rimuoverli…

Nel precedente lavoro abbiamo preso in esame il caso di un giovane della provincia di Roma che, casualmente e a distanza di molti anni da un presunto evento del 4° tipo, il cui ricordo è rimasto sopito ma mai rimosso, si è ritrovato con stupore l’evidenziazione radiologica di un “corpo estraneo di n.d.d” sotto lo zigomo dx. Reperto alquanto strano, sia per l’ignaro possessore che per il medico che ne ha constatato la presenza.

Ma il discorso sui presunti “impianti” di matrice aliena viene da lontano: già dagli anni ‘80 hanno trattato il delicato argomento alcuni dei più quotati ricercatori del settore, come Bud Hopkins, David Jacobs, John Mack, Karla Turner ed altri, anche se si sono limitati a sfiorarne l’intrinseco significato, forse perché i tempi non erano maturi. All’epoca, infatti, gli impianti non riscuotevano ancora l’interesse che dovevano meritare: spesso i presunti “addotti” si ritrovavano impronte, ispessimenti e pigmentazioni cutanee, cicatrici di varia foggia e dimensione di cui non sapevano spiegare la provenienza; ma gli inquirenti non approfondivano le cause né sospettavano eventuali inclusioni. Molte volte, se le cose non si cercano, è difficile trovarle…

Per esemplificare, ci limitiamo a citare Karla Turner ed il suo libro “Taken”, in cui l’autrice descrive l’incredibile odissea vissuta da otto donne “prelevate” da presunte entità aliene e sottoposte, loro malgrado, ad una minuziosa serie di misteriosi esperimenti psico-genetici, accompagnati dall’inserimento di minuscoli oggetti (che le malcapitate chiamano “innesti” ed a cui attribuiscono funzioni di trasmettitori e monitor).

Le vicissitudini subite da queste involontarie “cavie umane” riaffiorano dal subconscio mediante l’ipnosi regressiva e già si assiste, nel corso delle puntigliose ricostruzioni della Turner, ad un’evoluzione della tecnologia “impiantistica” aliena. Mentre nei primi sette casi l’inserimento degli “innesti” avviene a livello nasale od auricolare, nell’ultimo caso trattato (quello di Amy) accade una vera e propria “rivoluzione”.

Dal racconto di Amy, sotto ipnosi, veniamo a sapere infatti: «…Mi spiegano (gli alieni) che mi hanno rimosso l’innesto dal collo (sotto l’orecchio) perché è “vecchio”; è inserito ancora in alcune persone, ma li stanno rimuovendo perché sono “vecchi” (concetto ribadito). ...A volte (gli innesti) si trovano alla base della spina dorsale, molto in basso, da dove controllano tutto il corpo, dal cervello in giù; ma sono “vecchi”, ora usano qualcos’altro. …I “nuovi” innesti sono nel cervelletto; ma non li inseriscono, come quelli vecchi, da dietro l’orecchio. Non si riuscirebbe a rimuoverli, soltanto “loro” possono farlo…».



L’indagine, veramente preziosa ed encomiabile, condotta dalla compianta Karla Turner, risale ai primi anni ’90 ed i risultati ottenuti sembrano aver precorso i tempi. Attualmente, infatti, la conferma dell’avanzata tecnologia, difficilmente riconducibile ad una matrice “terrestre”, con cui gli impianti vengono realizzati ed inseriti nei tessuti umani, sta nel fatto che non solo all’esterno del punto d’inserzione non si riscontra la benché minima cicatrice, ma anche perché gli elementi di cui sono costituiti non generano alcun fenomeno di rigetto da parte dei tessuti circostanti. Infatti non si forma attorno all’impianto una risposta di tipo “anticorpale”; la quale, se riconoscesse come “estraneo” il corpuscolo introdotto, lo circonderebbe di un connettivo granulomatoso-cicatriziale, che lo trascinerebbe lentamente verso l’epitelio, fino ad espellerlo.

Tutto ciò giustifica anche il fatto che l’ignaro depositario dell’impianto non ha la possibilità di accorgersi della presenza di questa “new entry”, se non in seguito ad occasionali indagini radiologiche, non risentendo di alcun sintomo o disturbo: l’impianto stesso, infatti, tende a fondersi col tessuto circostante, formando un tutt’uno con esso. Rispetto ai primi episodi documentati (anni ’70 – ’80), oggi si assiste ad un “salto di qualità” degli stessi, che si sono evoluti da “bio-compatibili” a “bio-integrati”. Proprio da quest’ultimo particolare si evince quanto sia potenzialmente pericolosa la rimozione chirurgica dell’impianto stesso, qualora (caso comprensibilmente raro) l’impiantato sia consenziente.








 

Bibliografia:

Hopkins B. – INTRUSI – Armenia, 1988

Jacobs D. – LES KIDNAPPEURS D’UN AUTRE MONDE – Presses de la Cité, 1994

Mack J. – RAPITI – Mondadori, 1995

Turner K. – RAPITE DAGLI UFO – Mediterranee, 1996

Nagaitis / Mantle - SENZA CONSENSO - Otium & Negotium, 1997

Strieber W. – COMMUNION – Rizzoli, 1987

 

 

lunedì 24 agosto 2020

Retro-casistica UAP: IR2 a PELLEGRINO PARMENSE?

 


di GIORGIO PATTERA

Trascriviamo testualmente il testo della e-mail pervenutaci nel maggio 2019, in cui viene riportata da parte del teste (indicato con le iniziali puntate, ex-lege 196/2003) la descrizione del suo avvistamento, effettuato molti anni prima e mantenuto segreto per tutto questo tempo per ovvi motivi (trattasi di Professionista molto noto in Città e Provincia).

“Dr. Giorgio Pattera,

come da nostra conversazione telefonica, Le invio le foto del modellino in

legno, da me realizzato, dell'UFO avvistato nell'estate del 1970.




Le spiego i fatti a me successi.

Nell'estate del 1970 ero in casa dei miei genitori a Varano de' Melegari. Alle

ore 22 circa mia madre era sul pianerottolo delle scale esterne di casa, quando

mi chiamò per farmi vedere una luce multicolore molto strana che lentamente

si spostava verso nord-ovest e precisamente verso Pellegrino Parmense.

Io, a quel punto, non esitai a prendere la mia auto (Diana 6) e partii

“all'inseguimento”, lasciando mia madre a bocca aperta.

Mi sentivo stranamente molto attratto da quella luce in movimento lento.

Dopo aver percorso circa 19,00 Km, superato il paese di Pellegrino, ai piedi

del Monte Canate (m. 865) vidi questo oggetto scendere dietro un calanco.

Parcheggiai la mia auto in uno stradello laterale alla Provinciale e mi

incamminai verso la zona dell'ipotetico atterraggio.

In zona, non molto distante, potevo osservare un cascinale agricolo, in cui con

mio stupore gli animali (mucche e cani) erano molto rumorosi ed agitati.

Proseguii il mio cammino verso quel crinale e giunto sul posto vidi dall'alto

l'oggetto (vedi modellino): era appoggiato a terra con tre piedi disposti a

triangolo; potei osservare un cordone luminoso intermittente che proiettava

diversi colori (arancione, azzurro, giallo) attorno all'oggetto e superiormente un

cupolino, a mio avviso trasparente e luminoso di luce debole azzurra.

Mi incamminai verso l’oggetto, aveva un diametro presumibile di 10-12 mt; a

distanza di circa una dozzina di metri mi fermai e chinandomi osservai che

da sotto l'oggetto usciva centralmente un bulbo tondeggiante, che ruotava

emanando una fievole luce arancione.  

Dopo tali osservazioni non ricordai più nulla, ma mi ritrovai inspiegabilmente (*) appoggiato alla mia auto, che in precedenza mi ero lasciato a qualche decina di metri alle spalle; nel frattempo l'UFO decollava verso nord a velocità elevatissima.

                                                                                                                    M.L.

 

(*) = Fenomeno conosciuto come “MISSING TIME” = (intervallo di) TEMPO MANCANTE

A questo punto è doveroso sottolineare come, ancora una volta, gli eventi riconducibili ad attività UFO (oggi UAP) siano prevalentemente segnalati in prossimità di fonti energetiche (naturali o derivate da tecnologia umana), insediamenti militari e/o stazioni di radio-telecomunicazioni (M.Canate).

RIFERIMENTI ATTUALI:

https://www.reccom.org/2020/06/25/gli-ufo-entrano-nel-senato-usa/

https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/usa-il-pentagono-crea-una-divisione-per-studiare-gli-ufo/ar-BB17Z3UR

https://www.futuroprossimo.it/2020/07/la-task-force-del-pentagono-sugli-ufo-pronta-a-rivelare-le-sue-scoperte/

https://it.sputniknews.com/mondo/202008149421659-pentagono-lancera-task-force-per-investigare-gli-ufo/

https://www.emilioacunzo.it/CONTINUA.../ufo-pentagono-commissione/

http://www.meteoweb.eu/2020/08/pentagono-divisione-studiare-ufo/1467878/

 

 

 

 

 

sabato 22 agosto 2020

IL FASCINO DELLA MACCHINA NON VALE IL PENSIERO DELL’UOMO

 

                                                                            EDITORIALE

                                                                     di GIORGIO PATTERA

                                           Cento anni fa (22 agosto 1920) nasceva Ray Bradbury,



autore del romanzo (al tempo, 1953, liquidato come “fantascienza”) Fahrenheit 451, in cui l’Autore prefigura, in un futuro posteriore al 1960 (e oggi puntualmente avveratosi – n.d.r.), una società distopica (= totalitaria) che impone il proprio regime ad una popolazione asservita (= pecoreccia), per cui leggere o possedere LIBRI (= valutare considerazioni alternative ai “dictat”) è considerato un reato.

LOCANDINA DEL  1° FILM DIRETTO DA TRUFFAUT NEL 1966

                                  

Per contrastare il quale fu istituito un apposito “Corpo di Vigili del Fuoco” (= oggi censura istituzionale), impegnato a bruciare ogni tipo di volume. Questa “fantapolitica”, divenuta oggi tragica realtà, sottolinea lo strapotere mediatico assunto dal mezzo televisivo, dalla carta stampata e dai “social”, i quali, a meno che non siano “inquadrati come in linea con le normative di Governo”, risultano SOVVERSIVI per definizione (col conseguente oscuramento di Siti, YouTube, Facebook, ecc.), in quanto costituiscono potenziale via di fuga verso nuovi orizzonti. In tutta questa vicenda, l'onnipresente schermo casalingo costringe la popolazione ad un’EBETE sudditanza psicologica nei confronti del Potere.

Quindi campa cent’anni NON chi beve birra, ma chi persegue il fine della VERITA’, anche a costo di rimetterci personalmente: ben venga allora un giorno da LIBERO, piuttosto che cent’anni da PECORA !!!

Meditate, gente, meditate…

 

             LOCANDINA DEL REMAKE DEL 2018 DIRETTO DA RAMIN BAHRANI

Copertina della rivista Galaxy dove il romanzo breve The Fireman fu pubblicato nel febbraio 1951. Autore · Ray Bradbury. 1ª ed. originale, 1953. 

CRONACHE MARZIANE DI RAY BRADBURY ED. 1950

venerdì 21 agosto 2020

LE COMETE nostre compagne di viaggio intorno al Sole

 


LA COMETA NEOWISE - LUGLIO 2020

                                              di GIORGIO PATTERA

La cometa (dal greco κομήτης - kométes = chiomato) è un piccolo corpo celeste, costituito da un nucleo solido a base rocciosa (meteoroide) misto a gas congelati e polveri, che può descrivere intorno al Sole, seguendo le leggi di Keplero, un’orbita ellittica, parabolica o iperbolica. 

Proviene dalla nube di Oort (che insieme alla fascia di Kuiper delimita i confini del nostro sistema solare) e quando si avvicina al Sole (circa 600 milioni di km.) tende a riscaldarsi, sviluppando in tal modo una “chioma” (prodotta dall’evaporazione dei gas) ed una “coda”, lunga anche centinaia di milioni di km., che è sempre respinta dal “vento solare” nella direzione opposta a quella in cui si trova il Sole (fig.1).



Fin dai tempi più antichi, l’Uomo aveva intuito che la coda delle comete era probabilmente costituita da gas, ma, non conoscendone ovviamente la composizione, temeva che questo potesse essere venefico per il genere umano. Perciò, nel corso dei secoli, al passaggio delle comete nelle vicinanze della Terra i nostri progenitori hanno sempre attribuito conseguenze catastrofiche, quali guerre, pestilenze, inondazioni e carestie, dovute per l’appunto ai “vapori mefitici” emanati da quegli insoliti corpi celesti.

Al contrario: invece di portare la morte, la vita sulla Terra può aver avuto inizio proprio grazie alle comete.

L’ipotesi è stata riproposta alcuni anni fa da due astronomi, l’inglese FRED HOYLE e l’indiano CHANDRA WICKRAMASINGHE, i quali hanno ripreso in buona parte l’idea di SVANTE ARRHENIUS (premio Nobel per la Chimica nel 1903 per gli studi sulla dissociazione elettrolitica dell’acqua).




 Il grande chimico–fisico svedese, nel suo trattato << Il divenire dei Mondi >>, ipotizzava che la vita, sulla Terra come su qualunque altro pianeta adatto ad ospitarla, sarebbe apparsa in seguito all’inseminazione operata da germi provenienti dallo spazio: la cosiddetta << panspermia cosmica >> (dal greco πανσπερμία da πᾶς, πᾶσα, πᾶν (pas, pasa, pan) "tutto" e σπέρμα (sperma) "seme" = mescolanza dei semi). Agli inizi del secolo questa teoria non fu presa in seria considerazione; tuttavia recenti scoperte sembrano avvalorare le intuizioni di Arrhenius.

 

Dal 1968 in poi sono state individuate molte molecole organiche nelle nubi di gas e polveri della galassia, oltre che in vari tipi di corpi celesti (meteoriti, qualche satellite dei grandi pianeti esterni, comete stesse). Secondo l’ipotesi dei due astronomi, le comete, durante il loro viaggio, raccoglierebbero nello spazio tutte le molecole organiche che incontrano e le trasporterebbero, protette dalle micidiali radiazioni cosmiche e dalla bassissima temperatura del vuoto interstellare (-273 °C) mediante “gusci” di grafite, denominati “fullereni” (fig.2). 


E poiché le comete contengono acqua (anche se in gran parte ghiacciata), quelle molecole verrebbero a trovarsi immerse nell’elemento indispensabile alla vita, “risvegliandosi” però solo quando la cometa, avvicinandosi al Sole, vede innalzarsi la sua temperatura. E’ a questo punto, attraverso una giusta combinazione dei materiali organici, che la vita potrebbe cominciare con la formazione di microrganismi. Questi successivamente potrebbero venir depositati su di un pianeta, quando la cometa gli passa vicino e lo avvolge per qualche tempo nella sua coda; a patto naturalmente che il pianeta sia, come la Terra, abbastanza vicino al proprio sole e possieda condizioni ambientali favorevoli.

Quando si cerca di fotografare corpi di debole luminosità nel cielo notturno, occorre innanzitutto allontanarsi dai luoghi abitati, in quanto il riverbero, anche se modesto, delle luci relative agli insediamenti umani (il cosiddetto “inquinamento luminoso”) disturba sempre lo sfondo del fotogramma, oltre a rendere difficoltosa la localizzazione di quanto si cerca nella volta celeste. Inoltre bisogna tener conto che i vapori di gas più caldi dell’atmosfera (emissioni di auto, fabbriche, impianti di riscaldamento, ecc.) provocano delle “turbolenze” che vanno ad interferire con l’ottica della fotocamera, distorcendo l’immagine. Per questo è opportuno, ove possibile, approntare la postazione per la foto notturna su di un luogo elevato (collina, monte, ecc.), sempre che le condizioni meteo siano ottimali (cielo terso, meglio se con leggera brezza, assenza di nubi e della Luna). 

Le pellicole più indicate sono quelle più sensibili (più “rapide, in gergo fotografico), in quanto consentono di mantenere aperto l’otturatore della fotocamera per tempi non troppo lunghi, cosa che andrebbe a discapito della qualità dell’immagine a causa della rotazione terrestre, se non si dispone di treppiede dotato di motore sincronizzato. Ideali sarebbero quelle all’infrarosso o all’ultravioletto (fig.3), 

se non fosse per la difficoltà del reperimento sul mercato, della conservazione e del successivo trattamento di sviluppo. Queste ultime, infatti, sono appannaggio quasi esclusivo degli Osservatori astronomici, che dispongono di tutte le apparecchiature sopra descritte, che difficilmente un fotoamatore può permettersi.

 

In conclusione, vogliamo ricordare che proprio uno di questi straordinari corpi celesti, nel 1994, fece parlare di sé, destando enorme interesse nella comunità scientifica: stiamo parlando della cometa Shoemaker-Levy 9, famosa perché è stata la prima cometa ad essere osservata durante la sua caduta su un pianeta. Non era mai accaduto infatti che una cometa fosse scoperta in orbita attorno ad un pianeta e non al Sole. Questa, dopo essersi frammentata a contatto con l’atmosfera di Giove, impattò sul grande pianeta con effetti indubbiamente spettacolari, ma che alcuni, terroristicamente, presagirono avere conseguenze “devastanti” (che non si sono verificate) per l’equilibrio gravitazionale del sistema solare. Segno, questo, che forse l’Uomo non ha ancora del tutto superato il retaggio dei “secoli bui”.

 

BIBLIOGRAFIA:

ARRHENIUS S. – L’EVOLUTION des MONDES – BÉRANGER, Paris – 1910

HOYLE F. – LA NATURE de L’UNIVERS - CLUB DU LIVRE, 1951

WICKRAMASINGHE C. – I DRAGHI dell'UNIVERSO - ARMENIA 2002




La cometa "Neowise" Castello di Torrechiara (PR) Luglio 2020 (foto Gianluca Viappiani)


La cometa "Neowise" Castello di Torrechiara (PR) Luglio 2020 (foto Gianluca Viappiani)



La cometa Neowise Luglio 2020 - colline Parmensi (foto Gianluca Viappiani)



RIFERIMENTI:

https://it.wikipedia.org/wiki/Svante_Arrhenius

https://www.sapere.it/sapere/strumenti/domande-risposte/scienza-tecnologia/differenza-meteroide-meteora-meteorite.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Keplero

https://it.wikipedia.org/wiki/Cometa_Shoemaker-Levy_9

 

 

 

UN VIAGGIO LUNGO 57 ANNI…appendice

 …per non dimenticare…